“Intervista” Epifani: Il 18 ottobre apre una nuova fase di lotta

21/10/2002

          21 ottobre 2002

          Dopo lo sciopero
          Epifani a Cisl e Uil: «Noi siamo qui E voi?»

          Il 18 ottobre apre una nuova fase di lotta
          Epifani all’Ulivo: basta strattoni alla Cgil, se ci credete date battaglia in Parlamento

          MILANO. Riflessioni domenicali con Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, dopo lo sciopero. Messaggi.
          Al governo: «Il 18 ottobre apre una nuova fase di lotta da parte della Cgil contro la politica di Berlusconi».
          All’Ulivo: «La Cgil è stanca di essere strattonata, tirata per la giacca. Basta
          appelli. Se l’opposizione parlamentare è contro la Finanziaria conduca
          una coerente e ferma battaglia».
          A Cisl e Uil: «Le divisioni rimangono, per il rispetto che si deve a queste organizzazioni non si può far finta di niente. Se ci sono le condizioni per ritrovare un’unità d’azione sul Sud, la Fiat, i contratti, la Cgil non farà mancare il suo contributo».
          Com’è stato il primo sciopero di Epifani segretario?
          «La Cgil e l’intero paese devono ringraziare i milioni di lavoratrici e lavoratori
          che sono scesi in sciopero e affollato pacificamente le piazze.
          Dobbiamo ringraziare gli anziani, i pensionati e i tantissimi giovani per la loro adesione. Questo ringraziamento è necessario anche per rispondere alle strumentalizzazioni cui si sono prestati molti commentatori e per alcune dichiarazioni offensive verso tante persone che hanno condiviso le nostre scelte»
          Diciamo la verità: lo sciopero poteva essere un rischio.
          «Forse, ma la risposta dei cittadini ci conforta. In condizioni difficili,
          perchè oscurati da tv e giornali, con alcune eccezioni positive, con un governo
          che ha tentato in tutti i modi di svuotarne i contenuti e con qualche
          incomprensibile presa di posizione di alcuni importanti esponenti del centro sinistra, la giornata di venerdì ha segnato un punto molto forte: una grande maggioranza di cittadini ha espresso con fermezza la critica alle scelte del governo, ha manifestato la volontà di arrestare il declino del Paese soprattutto in campo industriale, dei servizi sociali, della scuola, della ricerca e formazione. Quei cittadini hanno mandato un messaggio di fiducia per il futuro».
          Non le sono piaciuti i giornali?
          «Leggete cosa hanno scritto i grandi giornali internazionali sullo sciopero e confrontateli con le strumentalizzazioni di casa nostra».
          C’è stato un evidenete tentativo da parte del governo e di alcuni suoi colleghi di Cisl e Uil di sminuire la portata del successo.
          «Non faccio polemiche. La Cgil esce assolutamente soddisfatta e molto determinata da questa prova. A questo proposito vorrei dire a Giuliano
          Amato che lo sciopero è andato sì meglio di quanto i nostri avversari
          si auguravano, ma anche di più e non di meno di quello che noi stessi pensavamo. Piazze piene, mezzi di trasporto fermi, dati di partecipazione
          nelle fabbriche altissimi, un importante risultato nella scuola e anche nel settore pubblico, nonostante le difficoltà. C’è stata una partecipazione straordinaria in molte città: Milano, Firenze, la sorpresa di Roma, nei centri del Mezzogiorno
          oltre a Torino naturalmente. Ma poi i tanti piccoli centri: 12 mila a Bergamo, 7 mila a Lucca, cifre che non si riscontravano da decenni. Chi vuole sminuire il risultato dello sciopero si guardi le fotografie di venerdì delle città italiane».
          Maroni, qualche sindacalista, esponenti dell’Ulivo hanno detto che il 18 ottobre chiude una fase. Ora la Cgil di Epifani, secondo questa interpretazione, cambia rotta. E’ così?
          «Se l’obiettivo dello sciopero era ed è quello di evitare il declino del Paese, a sostegno di una politica industriale degna di questo nome, di una scuola e una formazione di qualità, di una politica per il Mezzogiorno, allora questo sciopero non chiude nulla e apre una fase nuova. Quella nella quale la lotta per le difese dei diritti di chi lavora e per l’estensione delle garanzie e la lotta per una diversa politica di sviluppo diventano definitivamente una cosa sola».
          Questa dura opposizione della Cgil finora che cosa ha ottenuto?
          «L’azione della Cgil ha prodotto qualche importante risultato. Come
          si fa a non veder che se il disegno di legge che vuole ridurre l’art.18 non
          è stato ancora presentato in Parlamento, forse ci arriverà all’inizio dell’anno
          prossimo, lo si deve alla nostra iniziativa? Come si fa a non vedere
          che se la riduzione fiscale, che giunge in ritardo e con i soldi già
          stanziati dai governi di centro sinistra, viene mantenuta lo si deve alla
          forza esercitata dalla Cgil? Come si fa a non vedere che se oggi moltissime
          imprese prendono le distanze dal governo e costringono anche Confindustria, non si sa per convinzione o per dovere d’ufficio, a criticare le scelte di Berlusconi questo lo si deve al fatto che la nostra denuncia dell’inadeguatezza dell’esecutivo, dal Patto per l’Italia alla Finanziaria, è stata espressa con cosi tanta forza e determinazione?».
          Cosa c’è nella nuova fase?
          «Tre grandi questioni: il Sud, la Fiat, la garanzia dei servizi sociali. Partiamo dal Mezzogiorno. Con la Finanziaria l’impresa del Sud passerà mesi e mesi di grandissime difficoltà senza investimenti e senza certezze. Questo ricadrà sul lavoro e sull’occupazione. C’è una grande agitazione nel governo su questo tema, per noi la soluzione è semplice: ripristinare gli strumenti di intervento
          che hanno funzionato bene rifinanziandoli e aggiungendo politiche di sostegno degli investimenti nei campi dell’edilizia, della sistemazione ambientale, della bonifica del territorio. La condizione di quest’ultima politica è che naturalmente non passi la logica dei condoni. Voglio dire con assoluta pacatezza a Pezzotta che ha sostenuto nell’ultima audizione in Parlamento che il condono fiscale non va bene, ma potrebbe essere riequilibrato se accompagnato da una politica antievasione, che l’una cosa esclude
          forzatamente l’altra: o c’è il condono o la lotta all’evasione. Su questi
          argomenti non si può giocare: anche l’opposizione parlamentare è
          chiamata a fare la sua parte».
          Quale sarebbe?
          «E’ ora di smetterla con gli appelli, basta strattoni e tirate di giacca
          alla Cgil. Ci si misuri ognuno per il merito e la coerenza delle proprie
          posizioni. Se l’opposizione ritiene giusta la strada della critica
          severa alla Finanziaria allora faccia una limpida battaglia parlamentare».
          Poi c’è la Fiat…
          «E’ il punto più delicato e importante perchè ci giochiamo un pezzo decisivo
          della prospettiva industriale del Paese, un settore che produce una quota
          altissima del reddito nazionale e centinaia di migliaia di posti di lavoro.
          Lo stupore e l’importanza della crisi Fiat ha fatto dire a molti parole
          in libertà o a elencare promesse magniloquenti. Anche in questo caso
          sta avvenendo quanto avevamo detto e, in modo particolare, quanto
          aveva previsto la Fiom. Bisogna partire dal piano industriale, ogni discussione
          tra attuale e futura proprietà diventa un tema assai rischioso e denso di variabili non controllabili, almeno per il sindacato. E’ sul progetto che si può vedere effettivamente se c’è la disponibilità e la volontà di tutti, governo, forze politiche, azienda, banche. Per noi il piano non va, non da certezze di uscita
          dalla crisi. Se si crede nel futuro industriale della Fiat allora non ci sono
          fabbriche chiuse, nè cassa integrazione a zero ore che vuol dire licenziamenti».
          E lo Stato nel capitale Fiat?
          «Penso che tocchi al governo immaginare una presenza pubblica di garanzia che accompagni l’operazione di risanamento, ma mi permetto di dire che questo avviene un attimo dopo la scelta e l’attuazione di un credibile piano industriale. Se la logica dell’azienda è quella di chiudere gli stabilimenti non si va da nessuna parte. Così se le banche ragionano solo nella logica del creditore allora si va contro una scelta di sviluppo».
          Il terzo punto è la difesa dei servizi sociali.
          «Non c’è dubbio che il governo tagliando i trasferimenti alle autonomie
          locali minaccia l’erogazione dei servizi sociali dei comuni, mette in discussione i contratti di lavoro del pubblico impiego, della scuola, dello stato e del parastato. Sono tutti temi strettamente sindacali»
          Quindi la Cgil non fa politica?
          «A chi dice che la Cgil deve smettere di far politica, chiediamo di rispondere
          su questi temi e di misurarsi con le posizioni di merito. Questo vale per il governo: il ministro Maroni non può dire di voler riaprire il dialogo e confermare il Patto per l’Italia. E’ una furbizia. Questo vale, poi, per il centro sinistra che solo ripartendo dal merito dei problemi e dai programmi può ritrovare un’accettabile e non aleatoria unità di fondo, e vale per Cisl e Uil»
          Che cosa dice a Pezzotta e ad Angeletti?.
          «Le nostre divisioni restano, per il rispetto che si deve alle posizioni di ognuno. La Cgil non ha usato nei suoi scioperi parole di rottura, ma
          ha solo ribadito le ragioni di critica. Le risposte che ci sono arrivate non
          sono tutte dello stesso segno, ma anche di questo non ne facciamo una questione. Il punto è, semmai, un altro: sul Sud ci sono sintonie, sulla Fiat salutiamo con soddisfazione la volontà dei lavoratori metalmeccanici
          di andare verso uno sciopero unitario, sulle politiche dei settori pubblici si vedrà se con Cisl e Uil ci saranno convergenze. Niente di più e niente di meno. La Cgil continuerà a sostenere questi obiettivi, se troverà anche Cisl e Uil le iniziative potranno essere unitarie. Se così non fosse la Cgil ha il dovere di
          continuare a stare in campo».

          Rinaldo Gianola