“Intervista” Epifani: ha sbagliato chi non c’era

11/11/2002




Epifani: ha sbagliato chi non c’era
«Anche Pezzotta e Angeletti. Per tutti, a sinistra, la prova di un confronto necessario»

lunedì 11 novembre 2002

Oreste Pivetta

Leggo il Giornale post Firenze, prima pagina: «Migliaia di attivisti della Cgil impongono l’ordine all’interno del corteo no global».
Il sindacato di Epifani come un esercito di muscolari buttafuori da discoteca o di vopos (polizia del popolo, come si diceva nella vecchia Ddr) riesumati. Un titolo così è l’esaltazione in chiave militare della Cgil e un insulto alle mille anime del corteo, mille anime evidentemente, non credenti e non pensanti. Forse le cose sono andate diversamente…


Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil. Ricordiamo quel giorno limpido e ventoso a Torino, quando dal palco dello sciopero generale lei annunciò: a Firenze ci saremo. Bisognerebbe cominciare da quell’annuncio reso con qualche solennità…

«Non solo avevamo deciso di partecipare al Social forum, ma ci siamo anche battuti perchè partecipasse anche la Ces, il sindacato europeo, convinti che fosse e che sia indispensabile e giusto dialogare con un movimento di tante culture e di tante sensibilità e con il quale, nelle differenze, noi, cioè i lavoratori, condividiamo cose molto importanti: la volontà di pace ad esempio, il rispetto dei diritti, l’idea che la globalizzazione abbia regole condivise, la necessità che si partecipi tutti in democrazia delle grandi scelte che riguardano i destini del mondo. C’è un terreno di ricerca e in questa ricerca ritroviamo tanti giovani, molti dei quali hanno partecipato alle nostre manifestazioni, dal 23 marzo in poi. Tanti giovani che, magari estranei al lavoro, studenti, hanno inteso le ragioni dei nostri scioperi e delle nostre lotte. In fondo rappresentano una novità bella per noi, che ci conferma d’aver agito bene…».

D’accordo, ma a sentire le previsioni di Pisanu, a sentire Berlusconi che recitava il de profundis di Firenze, non vi è venuto qualche dubbio?

«Non sono stati giorni facili. Avevamo colto per tempo il disegno politico, attuato da giornali e televisioni: diffondere la paura con l’obiettivo di indentificare questo movimento con la violenza. Il tema che dominava sui giornali era quello dell’ordine pubblico. Devo confessare d’averli vissuti con una indignazione, anche personale, che cresceva dentro di me, mentre qualcuno a sinistra cominciava a tentennare, avremo fatto bene, avremo fatto male, chissà. No, abbiamo detto, basta con questa campagna, basta con il sospetto e con l’intimidazione. Era giusto stare con quei giovani, era giusto ascoltare le voci di quel movimento, dialogare, imparare, far sentire i nostri argomenti. Non ci si può lasciar trascinare dalle campagne degli avversari, dobbiamo sentire il valore della nostra responsabilità. In questo modo vive la speranza di vincere…».


E di vittoria, senza retorica, si può parlare…

«Sì, anche da questo punto di vista, se costringi la destra a complimentarsi, a testimoniare che è andato tutto bene, che questo e quest’altro sono stati bravi… Berlusconi è lo stesso presidente del Consiglio che una settimana fa aveva preconizzato che Firenze sarebbe stata devastata in prenda ai barbari e che sarebbe stato opportuno vietare tutto…».

Tutto invece è filato liscio. Ed è un bene. Ma siamo all’ordine pubblico. Non dimentichiamo che migliaia di persone hanno ascoltato, discusso, parlato. Non solo la pace, ma il lavoro, i diritti, la cittadinanza, i migranti, la carta di Nizza, la costituzione europea…

«Questa è la conferma della bonta della nostra strada. Per crescere noi ascoltando parole diverse dalle nostre. Per questo credo che abbiano sbagliato Cisl e Uil a rinunciare. Perchè?».

Rispondano Pezzotta e Angeletti. Son questioni che non li riguardano. Oppure vivono tutto come se fosse la disputa sindacati-governo…

«Come faccia la Cisl a ignorare ad esempio una straordinaria presenza cattolica non capisco. Mentre mi pare che abbia fatto bene la Ces, il sindacato europeo, a decidere di stare in mezzo a questa gente. Ci si apre su mondi diversi e questa è davvero una spinta per il movimento dei lavoratori…».

Il risultato: un milione di persone in pace. Non è stata Genova. Quanto a Genova si è esaltata la via militare, tanto a Firenze si è preferita la discrezione. Poliziotti appartati, mai alla vista…

«È giusto ricordare l’impegno discreto, intelligente, delle forze di polizia. Ma prima guardiamo il corteo, l’intelligenza del corteo. Non ho sentito una slogan violento. Ho colto invece tanta ironia e tanta autoironia, che sono qualità di persone mature. Un corteo, che ha momenti di radicalità, ma che mostra insieme tanta maturità. Un corteo che protestra rivendicando la pace, ma che ha la pace dentro. Serenità, questo è il sentimento che in generale quel corteo ispirava. Una pagina importante della nostra cultura politica».

Però leggiamo i nostri meno pacifici giornali, non solo a destra. Non solo un corteo egemonizzato dal Cgil, ma anche un corteo che spacca il centro sinistra…

«Ciascuno decide per sè. Se si crede che una cosa è giusta la si sostiene a viso aperto… Se non è così, qualsiasi critica è a rischio di subalternità. Lo dico a proposito di tanti tentennamenti e invece del rigore di una decisione. La Cgil lungo questa strada c’è stata fin dall’inizio, in spirito di collaborazione. Poi, per rispondere a tanti, un’altra considerazione a proposito di egemonia: non vedo proprio la possibilità di mettere cappelli a questo movimento, troppo complesso, troppo composito, troppo articolato, malgrado parole d’ordine che unificano. Basterebbero le sigle: associazioni cattoliche e volantariato laico, sindacati di base e sindacato confederale…».

C’erano Chiti, Berlinguer, c’erano su un altro fronte il sindaco diessino e il presidente regionale diessino. Non c’era Fassino. Che ne pensa?

«Non c’era neppure la Margherita. Penso che sia stato uno sbaglio. Resta viva una prova per tutti, assenti o presenti: come si può costruire qualcosa con questi movimenti».

Qualcuno tra il pubblico ha pure chiesto: perchè non facciamo un partito?

«Certo. Significa che dopo la crisi delle forme storiche della politica qualcosa bisogna ricostruire per quei giovani, che hanno idee e bisogni da esprimere…».

Il giorno dopo è sempre quello del che “fare”. Il “che fare” della Cgil?

«Dalle giornate di Firenze escono rafforzati alcuni assi strategici del nostro lavoro, la difesa dei diritti, ad esempio, l’idea di cittadinanza, l’articolo 18, che nella convenzione europea ci sia la carta di Nizza, una politica per la qualità dello sviluppo, per una tecnologia che difenda l’ambiente, perchè la globalizzazione abbia sedi di confronto più democratiche e più autorevoli, oltre il Wto o la Banca mondiale, perchè prevalga una logica di pace di fronte ai conflitti e perchè la lotta al terrorismo sia lotta al terrorismo e non ai popoli».

Lasciando in disparte Pezzotta e Angeletti?