“Intervista” Epifani: Fresco paga gli errori fatti ma la Fiat non cambierà il piano

10/12/2002

 
Martedì 10 Dicembre 2002






10-12-2002  


  Epifani: Fresco paga gli errori fatti ma la Fiat non cambierà il piano
L’INTERVISTA Il segretario generale della Cgil giudica la crisi del Lingotto e della Marconi: due pagine dello stesso libro



Epifani, dobbiamo partire dalle bombe di Genova…
«E un fatto che ci sorprende e ci allarma, Non siamo in condizione per ora di esprimere altre valutazioni. La richiesta alla magistratura è quella di indagare davvero per andare a scoprire le radici di questo atto. Penso che bisogna indagare a 360 gradi, non ci sono elementi che possono richiamare a qualche problema particolare, non darei in chiave preventiva nessuna lettura. Noi pensiamo che vada isolato qualsiasi disegno criminogeno, bisogna ripristinare tutte le condizioni di sicurezza per i cittadini e di sicurezza per il modo nel quale la dialettica sociale si svolge. Siamo interessati più di altri a che fatti come questi vengano scoperti nella loro dinamica, nel loro senso, e nella loro responsabilità».

La crisi economica può suggerire a qualcuno la possibilità di strumentalizzare la situazione attuale, indubbiamente tesa?

«Non vedo allo stato elementi che possano richiamare qualche motivazione particolare. C’è il rallentamento dell’economia che produce degli effetti molto pesanti sull’occupazione e sulla vita delle imprese, Genova è una delle realtà interessate ma devo dire che è in buona compagnia, se pensiamo alla Fiat che tocca da Torino fino al Lazio a Ternimi Imerese ad Arese. Con un indotto che riguarda dal trapanese fino al Friuli. All’Aquila tutte le aziende di telecomunicazioni sono in crisi. Dopo 8 anni il Paese fa i conti di nuovo con un problema dell’occupazione nel senso che si perdono posti, che ci sono licenziamenti veri, mascherati od occulti come nel caso dell’indotto. E’ un paese impreparato a questo. Nessuno l’ha abituato, solo la Cgil da un anno a questa parte ha continuato a dire: attenzione che stiamo rallentando, che se non si fanno politiche anti recessive la crisi arriverà anche a toccare l’occupazione. Però siamo rimasti una voce nel deserto e ora il Paese è impreparato. Abbiamo calcolato 280 mila posti a rischio. E non ci sono più gli strumenti per affrontare le crisi, perchè i vecchi sono scomparsi e i nuovi non sono stati fatti».

Chi doveva prepararlo?

«La responsabilitàè del governo, nell’idea che tanto le cose sarebbero andate bene comunque. Confindustria ha un po’ accompagnato questo ottimismo, comprensibile per un governo nuovo, ma quando si arriva agli ultimi mesi e ancora si nega la realtà, e non ci si prepara a governare una fase diversa, c’è una responsabilità molto forte. L’errore di confindustria è stato quello di portare avanti per un anno di fronte al paese l’articolo 18 come il problema dei problemi ».

A proposito dov’è finito?

«Il governo dice che a gennaio o febbraio sarà presentato come disegno di legge in parlamento, ma mi domando se in una situazione come questa – con il ritorno ai licenziamenti,vedi Fiat e Marconi e altri problemi che si affacciano – il clima non aiuti il governo a fare un gesto di consenso e di responsabilità, rinunciando alle sue intenzioni sull’articolo 18. Che non c’entra nulla con la crisi».

La Cgil ha pensato di assumere una iniziativa nei confronti della Fiat che consenta di tornare al tavolo della trattativa?

«Siamo ancora un po’ stupiti e irritati dal comportamento dell’azienda. Perchè ci siamo mossi su una scelta di buon senso che puntava a difendere lavoratori e futuro della Fiat, che sono legati. Abbiamo offerto una via ragionevole d’uscita, che consisteva nel dire: il vostro piano industriale non va bene perchè non fa i conti col bisogno di investimenti per reggere. Abbiamo punti di partenza diversi. Fiat pensa che siccome ha difficoltà finanziarie occorre ridurre la capacità produttiva nell’attesa di ripartire. Secondo noi non è così: se arriviamo al 2004 con una Fiat che non investe non ce la fa più a ripartire. La nuova Punto va fatta il piu presto possibile come la nuova berlina di qualità. Fra due anni può essere troppo tardi».

E’ sempre convinto che l’azionista intende uscire dal settore dell’auto?

«Perchè l’azienda non ragiona come noi? Perchè ci sono le banche che dicono "c’è bisogno di rientrare per cui devi ridurre"? C’è l’azionista che non vuole metterci più tanti soldi e vuole andare via pagando meno prezzo possibile? Ma può restare la più grande azienda del Paese davanti a questo interrogativo? Qui sta la responsabilità del governo. Che poteva sondare l’azionista, sentire General Motors e le banche. E perchè legare il piano dell’azienda alla condivisione del governo in quel modo, che senso ha? E che senso ha che l’azienda e il governo decidano per i lavoratori? E’ la cosa che ci ha fatto irritare di più. Si pensi al caso opposto, a governo e sindacati che decidono per l’azienda. Fiat avrebbe giustamente detto: la mia libertà dov’è finita? E la libertà dei lavoratori e dei sindacati, dov’è finita?»

E’ favorevole a un intervento dello Stato?

«Non è il caso di tirare in ballo parole come nazionalizzazione, perchè non ci sono le risorse. E non è detto che lo Stato faccia le auto meglio della Fiat. Per me non è questa la strada. Tuttavia, nel caso in cui ci fosse bisogno di anticipare un processo, della presenza di garanzia nell’azionariato, della presenza di sostegno pubblico negli investimenti e nella ricerca, nel caso in cui fosse un po’ più chiaro il futuro, un investimento pubblico con queste caratteristiche potrebbe essere utile».

Cambiamo argomento. Fazio prima e Ciampi poi, hanno chiesto uno "scatto" agli imprenditori.

«C’è un declino possibile dell’Italia, sull’argomento abbiamo fatto uno sciopero generale. Da un po’ di anni a questa parte abbiamo perso presenza nei settori più importanti. Accadeva anche quando il Paese cresceva ma gli altri di più. Come evitare il declino? Per noi significa due cose: un futuro fatto di lavoro con diritti e di welfare che funziona. Con tanta formazione».

Lei è spesso critico nei confronti del sistema bancario. Perchè ?

«Perché tra le inefficenze del Paese, quella del nostro sistema del credito è tra le più importanti. Il bisogno di una banca solida nasce dal fatto che quando c’è la crisi la banca solida accompagna la crisi e aiuta l’impresa a non avvitarsi in una spirale di debiti e di mancanza di mercato che poi alla fine quasi sempre porta alla debacle sul prodotto finale che l’azienda fa. Ora invece le nostre banche hanno esattamente una funzione opposta: perché se fallisce la Fiat falliscono le banche. Un sistema bancario solido è quello che consente alla Fiat, alla Marconi alla Cirio, di uscire dalla crisi. Se però la banca non ha operato bene prima o non è patrimonializzata a sufficienza, diventa un fattore di crisi. Invece di aiutare concorre alla crisi».

Parliamo di politica. L’opposizione, quella più visibile, è affidata ai girotondi. Che effetto le fa?
«Io spero che l’opposizione non sia affidata solo ai girotondi. Quella è una parte di opposizione civile, ma credo che occorra un progetto complessivo, e forse questo oggi manca».

Forse manca anche un leader. Può essere Cofferati?

«Prima di un leader ci vuole sempre un’idea e un programma. Se ci sono questi è più facile tutto, anche trovare un leader».

Che ruolo può avere la Cgil in quello che lei definisce declino italiano?

«Io penso che a noi competa anche costruire dei punti di merito da offrire come soluzione alla crisi profonda che attrraversa il paese. Ed è quello in fondo che stiamo facendo giorno dopo giorno e che secondo me dovremo poi riassumere in un progetto per l’Italia da presentare ad una conferenza dei quadri e dei delegati che vorremmo fare a tarda primavera. Noi come Cgil, perché le condizioni unitarie non sono tali ancora da avere un progetto comune, magari fossimo in questa condizione».

Non correte il rischio di farvi accusare di voler sostituire la politica?

«Siamo il più grande sindacato Italia, il secondo in Europa, quest’anno andiamo avanti con gli iscritti, dopo tanti anni abbiamo un rapporto coi giovani che mai abbiamo avuto, siamo un riferimento per una parte importante del mondo del lavoro. Credo che ci competa – restando un sindacato – svolgere il nostro ruolo sul piano della capacità di avere delle idee e dei progetti da mettere a disposizione del Paese».

Genova fa i conti con la crisi della Marconi. Come se ne esce?

«E’ una crisi particolarmente delicata, perché attiene sia responsabilità della struttura proprietaria dell’azionariato, sia errori compiuti in questi anni. Un po’ come per la Fiat richiama il problema proprietario. Bisogna stanare la proprietà. Non bisogna far morire questa società. Le crisi industriali che stiamo vivendo partono da una crisi di mercato, poi però ci sono problemi di crediti a breve con le banche».

Un’ultima cosa. Dica la verità: non soffre l’ombra lunga del suo predecessore, Sergio Cofferati, uno molto amato nella sinistra?

«Sostanzialmente non molto. Con Sergio abbiamo origini politiche differenti, ma abbiamo fatto quindici anni di lavoro molto simile. Io nei poligrafici e cartai, lui nei chimici, grosso modo negli stessi anni. Ci sentivamo spesso, confrontandoci sui vari argomenti. Poi siamo entrati in confederazione esattamente nello stesso giorno. Lui si occupava di industria e io di organizzazione. E abbiamo lavorato insieme altri dieci anni. C’è un rapporto di amicizia e un modo di pensare simile. Penso che Sergio Cofferati debba essere una risorsa da sfruttare. Però ritengo anche che la Cgil debba andare avanti con le sue idee e la sua politica».

EUGENIO AGOSTI
10/12/2002
Genova "Dal risanamento allo sviluppo. Cambiare la Finanziaria. Rilanciare il dialogo per rilanciare il Paese". E’ di questo che si discute all’Auditorium dell’Acquario con il leader della Cgil Guglielmo Epifani, e con lui al tavolo ci sono, introdotti dal segretario regionale dei Ds Mario Margini, l’onorevole Claudio Burlando, l’armatore Aldo Grimaldi e il vice presidente della Erg, Edoardo Garrone. Il tema è quanto mai d’attualità e tocca a Burlando – preceduto da un sindacalista della Marconi che ricorda il momento tragico dell’azienda – affrontarlo per primo. L’ex ministro ricorda che i problemi del Paese «nascono da scelte sbagliate del governo che in un momento di bassa crescita, conti fuori linea e inflazione in salita è andato a cercare lo scontro sull’articolo 18, l’unico argomento che non c’entrava proprio nulla». Auspica un cambio di passo, Burlando, puntando su ricerca e innovazione, e conclude proponendo «un nuovo protocollo di relazioni tra pubblico e privato con un confronto che serva a capire dove è bene che il pubblico intervenga». Grimaldi la butta anche sullo spirito: «Avevamo trovato nelle pieghe del bilancio una posta per coprire gli sgravi fiscali all’armamento, ce la siamo trovata ma Tremonti se l’è presa lui». L’armatore sottolinea che «lo Stato ricava dall’armamento 1.600 milioni di euro l’anno e che le navi italiane hanno un costo del lavoro di 4 volte superiore ai concorrenti europei e sono tassate venti volte in più, perchè non c’è la tonnage tax».
Garrone ricorda la sua esperienza al vertice dei giovani imprenditori: «Cantavo fuori dal coro perchè fiutavo lo scontro sull’articolo 18 quando in realtà la flessibilità era già stata introdotta dal cosiddetto "pacchetto Treu"». Poi parla di Genova: «E’ riuscita a riconvertire il suo sitema industriale, Marconi è la nostra Termini Imerese».