“Intervista” Epifani: «Fermiamo il declino non i diritti»

20/02/2003



20 Febbraio 2003

 
   

 


              «Fermiamo il declino non i diritti»
              Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, chiama alla lotta contro la deindustrializzazione. «E’ contro la politica economica e sociale del governo Berlusconi e per i diritti lo sciopero generale dell’industria di domani»

              LORIS CAMPETTI


              L’Italia declina. Gli increduli vadano a controllare i dati sulla caduta della produzione industriale nel 2002 (-2%, con una perdita di ore lavorate del 3,5-4%). L’avvio del 2003 fa temere un botto di proporzioni ben più pesanti. L’elenco recitato da Guglielmo Epifani dei settori in crisi è impressionante: si parte dalla debacle dell’industria dell’auto – ai 10 mila espulsi dalla Fiat se ne aggiungono 30 mila nell’indotto, e chi resta fa gli scongiuri – e si prosegue con siderurgia, elettronica, spazio, meccanica strumentale, tlc, informatica, cantieristica, chimica, edilizia. Persino settori nel bene e nel male caratteristici della nostra economia, come agroindustria, tessile e calzaturiero, battono in ritirata. Il segretario generale della Cgil è molto netto nella critica al modello di competitività imboccato dall’Italia, basato sulla «riduzione dei costi e dei diritti». Il modello di «competitività alta» per cui Epifani si batte è invece quello incentrato sulla qualità. Il declino è proprio nella strada imboccata dall’Italia, perché «c’è sempre un paese più a sud, un posto in cui il lavoro e i diritti costano e valgono di meno». Di declino dell’industria – e dei diritti -abbiamo parlato con Epifani al termine della conferenza stampa di presentazione dello sciopero dell’industria e dell’artigianato promosso per domani dalla Cgil.

              In Italia non si fa più ricerca e non si investe sull’innovazione di prodotto. Ma non si può dire che questo processo sia iniziato con Berlusconi…


              E’ da una quindicina d’anni che va avanti, ma negli ultimi due c’è stata una precipitazione. I dati sono impietosi: negli Stati uniti l’11 per mille dei lavoratori è occupato nella ricerca, in Europa la quota scende al 7,5, in Italia crolla al 2,8 per mille. E’ la foto delle nostre difficoltà, di un paese in cui né il pubblico né i privati investono nella ricerca. I paesi economicamente forti in Europa investono il 3% del pil in ricerca, la media europea è del 2%, l’Italia è ferma all’1%. Tra i paesi ad alto reddito, l’Italia è quello che esporta meno valore aggiunto. Negli Usa gli investimenti per la ricerca sono assorbiti in gran parte dal settore degli armamenti, e nessuno può contestare la competitività dell’industria bellica americana. La Cina è competitiva grazie ai bassimi costi di produzione. Credo che l’unica possibilità per l’Italia per tornare competitiva passi attraverso la scelta della qualità e della ricerca sul prodotto.

              E’ il caso Fiat. Dal giorno dell’accordo con la General Motors, il Lingotto ha mollato la ricerca sui nuovi propulsori, sull’idrogeno, evidentemente con la prospettiva di mollare l’intero settore auto. Negli ultimi anni i torinesi hanno investito solo sulla ricerca di processo.

              E’ per quel che ti dicevo priva, per l’ossessione di competere sui costi e non sulla qualità. Così la Fiat Auto rischia di uscire di mercato, in pocho tempo è scesa dal 2° posto in Europa al 6°. Al contrario, la Merloni è diventata il 1° produttore europeo scavalcando giganti come Siemens ed Elettrolux. Ma Merloni occupa mille ricercatori nelle Marche. Vedi, quand’ero ragazzo l’Alfa Romeo faceva gran macchine, tutti lo riconoscevano, dentro la Giulietta c’era anche il saper fare a tutti i livelli. Oggi le auto che escono dalle nostre fabbriche ti danno l’idea che non siamo più capaci di pensarle e costruirle. In altre parole, è saltato il valore del lavoro. Quando ci battiamo contro il declino industriale e la totale assenza di un qualsivoglia embrione di politica industriale del governo, ci battiamo per la valorizzazione del lavoro.

              Lotta contro il declino, strano titolo per uno sciopero della sola Cgil.

              Non è affatto strano che il sindacato chiami i lavoratori a battersi contro la deindustrializzazione. Per due mesi abbiamo cercato il confronto con Cisl e Uil per arrivare a una scadenza unitaria, prima di procedere da soli. Resta il fatto che la parola declino è diventata la più usata nei media. Ritengo importante che la Cisl abbia dedicato un convegno a questo tema, per noi strategico e che la Confindustria, che ha sempre negato il declino, oggi si trovi costretta ad aprire con noi un tavolo di confronto. Persino il ministro Marzano fa sapere di voler battere un colpo.

              La precipitazione della crisi va di pari passo al processo di precarizzazione di massa accelerato dall’approvazione delle deleghe del lavoro. Forse tra i due aspetti c’è un legame. Eppure, è come se in questo sciopero fosse stata messa la sordina alla grande battaglia per i diritti e la loro estensione di cui la Cgil è stata protagonista lo scorso anno. Si è perso lo spirito del 23 marzo?

              No che non si è perso, i contenuti della nostra battaglia ci sono tutti nelle ragioni dello sciopero del 21. E stiamo intensificando le iniziative e le proposte sulla scuola, sulla previdenza, sugli ammortizzatori sociali, contro la 848 e la 848 bis. Voglio però aggiungere che i diritti hanno un valore a sé, a prescindere dalla curva dell’economia. E’ ovvio comunque che una relazione tra declino e attacco ai diritti c’è, così come è ovvio che l’affermazione, la difesa e l’estensione dei diritti sono più semplici in fasi di crescita o di normalità dell’economia. Ripeto per chiarezza quel che penso, quel che la Cgil pensa: la delega 848 apre uno scenario inquietante, e un’ulteriore precarizzazione del lavoro genera problemi a catena, i lavoratori rischiano di restare senza copertura. Più che parlare di americanizzazione dei rapporti di lavoro, direi che dal modello Usa prendiamo solo l’aspetto della precarietà senza tutele. Se in Italia dovessimo perdere il contratto nazionale perderemmo ogni tutela. E più in generale, se dovessimo perdere la sfida con Usa e Cina, sul terreno resterebbe l’intero sistema dei diritti del lavoro. Come potremmo lasciare questi aspetti fuori dallo sciopero di venerdì e dalle iniziative future?

              La Cgil è solidale con la Fiom e la sua piattaforma, l’ha difesa dagli attacchi di Federmeccanica. Il sostegno sarebbe più efficace se nelle altre piattaforme fosse assunto l’aspetto principale di quella Fiom: l’argine alla precarizzazione. Per non parlare del referendum per l’estensione dell’articolo 18…

              Precarizzazione e uso incontrollato della flessibilità sono preoccupazioni di tutte le categorie, sia pure con modalità diverse. Lunedì il direttivo della Cgil metterà a punto il suo impianto di riforma che ha vari titoli: gli ammortizzatori sociali, l’estensione dei diritti e l’eliminazione dello scandalo del falsi CoCoCo, la semplificazione del processo del lavoro. Lo faremo in coerenza con i 5 milioni di firme raccolte. Il referendum per l’estensione dell’articolo 18 non è stato promosso dalla Cgil, che invece sta mettendo a punto una sua proposta. Ci sono posizioni articolate tra di noi, dobbiamo discuterne in modo impegnativo ma la nostra priorità è la proposta della Cgil, che resterà anche dopo il referendum qualunque sia l’esito del voto. Ma dobbiamo sapere che se si perde, la partita dei diritti rischia di perdersi definitivamente.

              E allora come potrà la Cgil non sostenere la campagna per il Sì?

              Di questo, ripeto, discuteremo in modo impegnativo. Dopo la definizione di una nostra proposta.

              Per finire, lo sciopero contro la guerra: lo indirete?

              Abbiamo un appuntamento di massa il 15 marzo a Milano, per la pace e i diritti. Lavoriamo perché si eviti un conflitto e si evitino tante vittime innocenti. Oggi l’orizzonte è la pace, speriamo anche domani.