“Intervista” Epifani: «dovevamo discutere con chi sciopera»

15/01/2004






15 gennaio 2004

CONTRATTI
AUTOCRITICA

L’intervista
Epifani: dovevamo discutere con chi sciopera
Il segretario Cgil: «I Cobas hanno avuto spazio perché abbiamo trascurato il trasporto pubblico. Il contratto? E già scaduto»
      ROMA – Se non è un’autocritica, gli assomiglia molto. «E’ vero, nell’articolo sul Corriere Pietro Ichino ha ragione: dovevamo assumerci la responsabilità di andare dai lavoratori a spiegare l’accordo», dice Guglielmo Epifani. Il segretario generale della Cgil ammette che «si è perso troppo tempo. Firmato l’accordo il 20 dicembre, bisognava aprire subito un confronto con i lavoratori, spiegare i problemi che l’intesa risolve ma anche le difficoltà che adesso si profilano».
      Perché non è stato fatto?
      «Per le difficoltà nell’individuare un terreno comune sulla consultazione dei lavoratori. Cgil e Uil volevano un referendum, la Cisl no. Senza un’intesa sul metodo, non si è fatto quello che andava fatto».

      Non sarà solo per questo che la protesta vi è sfuggita di mano. Il malessere degli autoferrotranvieri è autentico e profondo.

      «Non c’è dubbio. La vicenda dimostra come in assenza di una politica che preservi la coesione sociale, e non dia risposte sulla difesa dei redditi, si stiano determinando aree di impoverimento che rischiano di innalzare il livello conflittuale. In più sui trasporti si pagano grossi ritardi. Non parlo solo del trasporto locale, ma anche dell’Alitalia. E non vorrei che presto anche nelle Ferrovie….»

      Che c’entrano adesso le Ferrovie?

      «La separazione della rete dalla gestione del servizio, di cui non si è smesso di parlare, potrebbe avere ripercussioni sui rapporti contrattuali».

      Il contratto non piaceva a nessuno. Non si poteva prevedere che sarebbe andata a finire così?

      «Quando si aspettano due anni per fare un contratto, si devono fare sette scioperi generali di categoria per non avere alcuna risposta, e quando poi l’accordo si firma perché il governo copre i benefici contrattuali con l’aumento dell’accisa sulla benzina, cioè di una tassa sulle spalle della collettività, si può mettere nel conto che la gente non faccia salti di gioia».

      Però l’avete firmato ugualmente.

      «Non si poteva fare di più».

      Sicuro?

      «Il settore è in una crisi profonda. I poteri sono stati trasferiti a Regioni e comuni senza aver definito validi modelli di sviluppo. Oggi il grado di copertura dei costi delle aziende di trasporto locale con le tariffe è del 30%, mentre appena dieci anni fa era del 70%. Si è quindi ampliata la necessità di ricorrere al fabbisogno pubblico, senza però che si sappia chi paga e dove prendere i soldi. E con un rimpallo di responsabilità senza precedenti. La verità è che il trasporto locale è stato abbandonato a se stesso, da tutti».

      Anche dal sindacato?

      «Questo vale anche per il sindacato».

      Che cosa si rimprovera?

      «Non abbiamo dato sufficiente centralità alle politiche del trasporto pubblico locale. A questo si è aggiunto un allentamento della nostra attenzione verso le condizioni di quel settore».

      Allargando lo spazio per i Cobas. Se potesse tornare indietro?

      «Spesso da soli, e forse non ovunque con la stessa forza, ci siamo battuti per l’allineameno dei salari dei più giovani con quelli dei lavoratori più anziani. Ma dovevamo essere più attenti anche al tema delle condizioni di lavoro, pause, ritmi».

      Il decentramento è avvenuto negli anni scorsi. Non ha qualche responsabilità anche il centrosini stra?

      «Il peggioramento è avvenuto nel tempo. Ma la cosa che più colpisce è il comportamento di questo governo: il ministro che dovrebbe occuparsene, quello dei Trasporti, semplicemente non se ne occupa. A questo punto bisogna aprire subito un tavolo con il governo e le aziende sui problemi del trasporto. E’ la prima cosa da fare per evitare che la situazione degeneri».

      Un altro tavolo?

      «Non credo che si possano lasciare Regioni e Comuni a gestire da soli questa situazione. Ci vuole un indirizzo nazionale».

      C’è chi dice che sarebbe anche l’occasione per un nuovo modello contrattuale. Magari legando i salari al costo della vita.

      «Siamo stati, siamo, e resteremo, contrari a modelli contrattuali che si basino sul differente costo della vita nelle varie aree».

      Ma un salario di 1.400 euro non è la stessa cosa a Milano e Catanzaro.

      «Sa quale sarebbe il risultato? Nelle aree dove la vita costa meno le retribuzioni si ridurrebbero. Certamente non aumenterebbero dove la vita è più cara».

      Eppure governo, Confindustria e parte del sindacato affermano che l’accordo del 1993 ha fatto il suo tempo. E che bisogna dare più spazio alla contrattazione decentrata.

      «Noi vogliamo migliorarlo. Negli ultimi anni il governo ha fissato tassi di inflazione programmata tali da non consentire il recupero del potere d’acquisto dei salari».

      Ha detto che la repressione non le piace. Come ci si deve comportare, allora, con chi non rispetta le regole?

      «Non voglio giustificare nessuno, ma un sistema di regole vale se tutti le rispettano. I lavoratori che scioperano e le aziende, che non devono far passare due anni per rinnovare il contratto. Un contratto, mi permetto di sottolineare, che si riferiva al biennio precedente, ed è quindi già scaduto».

      Cioè, avete firmato il 20 dicembre un accordo per un contratto che scadeva il 31 dicembre?

      «Assurdo, ma è proprio così».

      Non è un buon segnale per gli altri contratti ancora aperti. A proposito, quanti sono?

      «Non pochi. E la tensione è sempre alta. Proprio in queste ore stiamo sollecitando la chiusura del contratto dei vigili del fuoco. Il governo lo faccia in fretta ed eviti un altro pasticcio».

      Si è perso troppo tempo, dovevamo assumerci la responsabilità di andare dai lavoratori a spiegare l’accordo
Sergio Rizzo