“Intervista” Epifani: «disagio sociale sottovalutato»

26/03/2007
    domenica 25 marzo 2007

      Pagina 7 – Economia

      Intervista
      a Guglielmo Epifani.

        «Il governo sottovaluta
        il grave disagio sociale»

        di Felicia Masocco

        TAVOLI – Il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, è preoccupato per il malessere di lavoratori e pensionati e per la scarsa comprensione di parte della maggioranza. «La Finanziaria era obbligata per l’eredità della destra, ora ci sono molte attese che non devono diventare delusioni». Confindustria può aspettare

          «Le attese non diventino delusioni», la concertazione risponda ai cittadini «critici e disincantati». Il leader della Cgil si fa portavoce del malessere di lavoratori e pensionati e chiede redistribuzione. «Non sono convinto che nel governo ci sia consapevolezza del disagio e sono preoccupato», dice Guglielmo Epifani. Quanto alle pensioni, le distanze con l’esecutivo «sono grandi». In più le parole di Prodi sono state un errore, «ha inviato un messaggio sbagliato: l’età pensionabile è già stata alzata da Maroni, bisogna abbassarla. Qualsiasi accordo deve prevedere un abbassamento». E non va sui coefficienti. «Siamo interessati più di altri a trovare un’intesa altrimenti resta lo scalone. Ma questo implica che il governo si sposti dalle sue posizioni». In ogni caso Epifani è convinto che (previdenza a parte) con la concertazione «si può giocare una partita importante. Il governo – dice – scommetta sul negoziato».

          La sua preoccupazione è evidente, l’impressione è che non si fidi. È giusta?

            «Intanto è positivo che dopo tanto tira e molla finalmente il confronto si sia aperto. L’impostazione del presidente del Consiglio va nella giusta direzione, è abbastanza condivisibile, tranne il punto sulla previdenza. Prima ero preoccupato perché non vedevo la volontà di aprire il tavolo. Ora sono preoccupato perché vedo molto malessere tra lavoratori e pensionati e non so se questo è chiaro al governo e a tutta la maggioranza. Se hanno cioè la stessa nostra consapevolezza che servono risposte perché le attese non diventino delusioni. La Finanziaria è stata un atto in parte obbligato per l’eredità ricevuta e l’incertezza dell’andamento dei conti. Però adesso basta. Ora c’è la possibilità di impostare una politica economica e sociale giusta».

            Per il presidente di Confindustria però la priorità è la riduzione del debito e la riforma delle pensioni va fatta per contenere la spesa. Ci sarà da combattere?

              «È strano che Montezemolo questo non l’abbia detto al tavolo con il governo. Il risanamento dei conti sta procedendo molto velocemente, di più non è possibile fare. Infine si sappia che le priorità sono altre, c’è un malessere sociale che vuole risposte, e investimenti da fare».

              Le pensioni, un punto di dissenso in grado di far ombra a tutto il resto. Le parole del premier non vanno nella vostra direzione…

                «I punti di distanza sono molti. Mi ha colpito che anche Prodi abbia detto che bisogna innalzare gradualmente l’età di pensione. Io continuo a pensare che siccome è già stata alzata da Maroni, bisogna abbassarla. Non è solo una questione lessicale: in un caso si trasmette il messaggio che “bisogna alzare”, nell’altro si parte dalla realtà. Oggi abbiamo un innalzamento iniquo voluto dal governo precedente. Va riportato in basso. Io lo so che Prodi vuol dire questo, ma il modo in cui lo dice incamera una scelta sbagliata e invia un messaggio sbagliato».

                È sicuro che Prodi voglia dire proprio questo?

                  «Forse. In ogni caso il messaggio è sbagliato. Il secondo punto di dissenso è sui coefficienti di trasformazione. Su entrambi sarà trattativa vera. Noi siamo interessati più di altri a fare un accordo altrimenti resta lo scalone con tutte le conseguenze. Ma questo implica che il governo si deve spostare, altrimenti trovare un’intesa sarà complicato. Insisto, siamo tutti di fronte a un fatto: c’è una legge che da gennaio obbligherà ad andare in pensione a 35 anni di contributi e 60 anni, che diventeranno 62. Di fronte a questo qualsiasi accordo deve prevedere un abbassamento del l’età».

                  Una posizione unica della maggioranza non c’è, la sinistra è in disaccordo sulle pensioni. Questo può condizionare la trattativa?

                    «Il fatto positivo è che su tutto il resto nel governo c’è accordo, cioè sull’80-85% dei punti in discussione. Sulle pensioni penso che la maggioranza debba chiarire quanto prima al proprio interno».

                    Altrimenti si rischia che il tavolo venga sconfessato e i sindacati vengano scavalcati a sinistra?

                      «La preoccupazione non è di essere sorpassati. Su questa materia c’è bisogno di una responsabilità che il governo deve assumersi, altrimenti qualsiasi accordo varrebbe zero. Inoltre se non c’è la determinazione di tutti i parlamentari della maggioranza su una legge che cambi quella esistente il rischio è che resti quella del centrodestra».

                      L’appuntamento con le amministrative aiuta il confronto o lo complica?

                        «Se questi tavoli rimandassero, finalmente, l’immagine di un governo coeso e in condizione di fare un accordo per rispondere alle attese che ci sono, sarebbe positivo e aiuterebbe l’esecutivo a superare le difficoltà. Rafforzerebbe la propria immagine innanzitutto verso i cittadini, verso quella parte del paese che finora ha espresso critica e disincanto».

                        Malessere, critica: ma i soldi da redistribuire sono pochi. Questo è chiaro a tutti. O no?

                          «Quando le risorse sono scarse bisogna essere molto onesti e molto netti nelle priorità che si assumono».

                          Tra maggioranza «variegata» e «tesoretto» esiguo, non teme qualche insidia?

                            «Non vedo trappole, vedo al contrario opportunità. Mi chiedo soltanto se nel governo c’è consapevolezza della centralità di questo negoziato, cioè di quanto conta, e del malessere sociale che esiste».

                            Se lo chiede, ma è una forma retorica…

                              «Per dirla tutta, non sono ancora convinto che il governo nella sua interezza abbia la stessa coscienza che ha il sindacato. Noi non agitiamo strumentalmente il disagio sociale per ottenere di più. In questo caso siamo interpreti fedeli di una situazione che avvertiamo».

                              Il tavolo sulla pubblica amministrazione parte con l’ipoteca di uno sciopero per i contratti. È un tavolo zoppo?

                                «L’accordo l’avevamo fatto, il governo si era impegnato, ora sia conseguente. Non si può fare un negoziato avendo uno sciopero dei lavoratori pubblici, è il contrario della logica del confronto. Sarà difficile trattare, meglio risolverlo prima. Noi pensavamo di averlo già risolto».

                                La riforma degli ammortizzatori sociali pare si farà. Ridurrebbe l’impatto di un intervento sulle pensioni?

                                  «Non necessariamente. Sarebbe un fatto storico perché se ne parla da decenni. Ma il tavolo delle pensioni è autonomo: lì alla fine bisogna trovare un compromesso che tenga conto delle obiezioni e delle osservazioni del sindacato».

                                  La stampa già parla di scambio, tra età e coefficienti…

                                    «… Diffiderei di queste voci, la trattativa neanche è cominciata, immagino cosa succede quando si farà. Capisco il dovere di informare, ma adesso le ipotesi non corrispondono a nulla perché non c’è letteralmente nulla».

                                    Gli ultimi dati Istat ci rimandano un mercato del lavoro in ripresa il che fa dire che la legge 30 funzioni. La Cgil continua a chiedere che venga riscritta. Nessuna autocritica?

                                      «La riduzione del tasso di disoccupazione è iniziata ancora prima che la legge 30 entrasse in vigore. Io la faccio risalire alla flessibilità introdotta dalla legge Treu, per essere onesti, e dal fatto che è rallentata la crescita di produttività nel paese. La tendenza è continuata negli ultimi anni anche quando il Pil andava indietro, il che vuol dire che non si creavano posti di lavoro stabili, ma precari e con basse retribuzioni. Non mi colpisce che l’anno scorso si è andati bene, perché abbiamo avuto un piccolo boom della crescita. E se si confermerà è chiaro che c’è bisogno di un’inversione di tendenza. Più stabilità, più qualità, più valore al lavoro.

                                      Quindi la richiesta di riscrivere la legge 30 rimane?

                                        «Al governo chiedo – e Prodi l’ha detto al tavolo – di continuare la lotta alla precarietà. Aggiungo: a partire dalla revisione della legge sul contratto a termine perché con un contratto anno per anno si genera insicurezza e incertezza».