“Intervista” Epifani: dal governo fallimenti e propaganda

25/05/2005
    domenica 22 maggio 2005

      Epifani: dal governo fallimenti e propaganda

      Verso lo sciopero generale? Ne discuteremo con Angeletti, il giudizio sulla crisi è comune
      Le ragioni di una lotta: i contratti che non si chiudono e una situazione economica disastrosa

      di Oreste Pivetta / Milano

      IL GOVERNO CHE NON C’ÈO che purtroppo continua a esserci, senza un’ idea in testa. Inerte, in stato confusionale di fronte a una crisi che ci regalerà un pil uguale a zero, un governo che blocca i contratti e s’agita tra propaganda e occupazione del potere.

        A proposito di elezioni e potere, che ne pensate voi del sindacato del cambio della guardia al Tesoro: Vittorio Grilli direttore generale, Canzio ragioniere generale dello Stato al suyo posto. Lo chiediamo a Guglielmo Epifani, segretario della Cgil.

          «Non è solo questione di Grilli. Cito un’altra nomina che ci ha stupiti: quella di Scaroni all’Eni al posto di Mincato. Mincato ha credito internazionale, è un manager di prim’ordine, ha contribuito alla crescita dell’ultima grande azienda nazionale. Non c’è giustificazione alla sua rimozione, se non politica, elettorale. Errore gravissimo. Ci si perde la faccia nel mondo. Grilli non è certo nostro amico…».

            Con il cambio avranno voluto piazzare un cappello politico su una funzione puramente tecnica?

              «Direi di sì. Manca una spiegazione. In un momento grave, proprio alla vigilia della verifica europea dei nostri conti pubblici».

                Il sindacato torna a brandire l’arma dello sciopero generale. Forse… Domani vi incontrerete, ma Angeletti ha fatto sapere di non essere tanto d’accordo.

                  «Faremo il punto, discuteremo e decideremo. Tenendo conto della gravità delle questioni che abbiamo di fronte. La prima: i contratti. Si assiste al tentativo da parte del governo e di Confindustria di bloccare, ritardare, frenare. L’esempio dei dipendenti pubblici: si stava per raggiungere una mediazione positiva, quando è arrivato Berlusconi a far saltare tutto con toni fuori luogo e con la solita demagogia. Mai visto. Per altre categorie siamo fermi o quasi: meccanici, telecomunicazioni, alimentaristi, ferrovie, autoferrotramvieri. Il rinnovo di un contratto è l’unico modo per i lavoratori di rispondere agli aumenti di prezzi al consumo, tariffe, affitti, di rimediare anche solo parzialmente ai limiti, bassi, delle loro retribuzioni. L’unico modo, perchè non c’è politica fiscale, economica, sociale che difenda redditi e pensioni. Seconda questione: la crisi e il governo, che sembra far tutto per peggiorare la situazione, perchè ha devastato i conti pubblici, non ha politica industriale, non ha politica economica, Lavora contro la coesione sociale, non sa intervenire neppure di fronte a singole situazioni, la Fiat come il tessile».

                    Questo il quadro. Poi ci sono anche le voci di dissenso al vostro interno: Angeletti che dice no. La conflittualità non è stata bassa in questi anni…

                      «Il governo ha fatto il possibile per esasperare la conflittualità e per usarla contro di noi. La vicenda dell’articolo 18 è stata esemplare. Chi parla più dell’articolo 18? Eppure la sua cancellazione sembrava dover rappresentare una svolta epocale… I nostri contrasti? Una discussione unitaria non è mai facile. Ma nelle categorie e nelle regioni tante iniziative unitarie sono i piedi: ricordo metalmeccanici, ferrovieri, autoferrotramvieri, la Toscana, la Calabria, Torino… Ancora, malgrado la convergenza di giudizi, non siamo riusciti ad approdare a una indicazione unitaria, forte e unificante, che è indispensabile per rispondere ai tentativi del governo di mettere dipendenti pubblici contro privati, aree forti contro aree deboli, sud contro nord. In questi anni la mobilitazione è stata forte. Nessuno di noi ignora che vi sia un rapporto tra forme di lotta e loro efficacia. Anche Berlusconi lo sa e cerca di approfittarne. La sua tattica è stata sfiancare i lavoratori, tirando per le lunghe, con i suoi annunci, con i cambiamenti di scena e di priorità. Ma ci deve indurre a usare l’arma dello sciopero con intelligenza, non a rinunciarvi».

                        Ad Angeletti come risponderete alla fine?

                          «Eravamo d’accordo sulla proposta di uno sciopero generale e spero che non si torni indietro. Bisogna evitare fughe in avanti ma anche diritti di veto. La mediazione è la ricerca di un compromesso tra punti di partenza diversi. L’unica cosa che non possiamo permetterci è la paralisi».

                            Però qualche dubbio viene. La sensazion è che la gente, chi sciopera e chi non sciopera, lavoratori e cittadini utenti dei servizi, sia stanca, sfiduciata, scoraggiata.

                              «Sì, ma bisogna ricordare che la conflittualità, ad esempio nei trasporti è stata forte, con gran disagio per la collettività, perchè i contratti non sono stati rinnovati, perchè non ci sono piani e programmi d’investimento».

                                Sofferenze economiche. Dove stanno le colpe?

                                  «Si sono citati tanti colpevoli: l’euro, l’11 settembre, la Cina… La verità è che in Europa gli unici malati siamo noi. Il governo non ha saputo prevenire, non ha tentato di arginare, non sta facendo nulla per rilanciare».

                                    Come! E le misure fiscali? E la competitività?

                                      «La maggioranza del paese non si è neppure accorta dei benefici fiscali contenuti nell’ultima finanziaria. Il decreto sulla competitività è acqua fresca. Per il resto siamo solo agli annunci»

                                        L’Irap sembra più di un annuncio. Sembra che facciano un decreto.

                                          «Non sappiamo dove preleveranno i soldi per finanziarne l’abolizione. Chi dovrà pagare di più? L’Irap è una tassa che ha il difetto di pesare sulle imprese che hanno più dipendenti. Se la si cambia con che cosa la sostituisce?».

                                            L’Ue giudicherà i nostri conti. Dobbiamo preoccuparci?

                                              «Certo. Anche se si arrivasse a un compromesso apparentemente positivo. L’Europa potrebbe concedere qualcosa, bloccando magari in cambio i finanziamenti per le aree svantaggiate».

                                                A proposito di tasse, si è detto di far pagare di più le rendite finanziarie. Che ne pensa?

                                                  «Ci si dovrebbe adeguare ai livelli europei. Ma per calcolo elettorale, Berlusconi ha già fatto marcia indietro».

                                                    L’Italia sembra un paese soffocato dalla rendite.

                                                      «Si dovrebbe riequilibrare l’asse dalle rendite verso profitti, salari, pensioni e quindi verso gli investimenti. Ma questo chiederebbe una grande capacità di innovazione. Non mi pare che il governo ne sia in grado. Il suo primo atto è stato quello di abolire la tassa di successione per i grandi patrimoni. Insomma ha dato il suo contributo alla valorizzazione di una rendita. Velocissimo. In compenso avremmo potuto chiudere per i dipendenti pubblici e Berlusconi ha mandato all’aria tutto, è da mesi che chiediamo un incontro per la Fiat e nessuno se ne occupa, chiediamo incontri sul Mezzogiorno e nessuno si fa vivo. Siamo allo sbando: un giorno la priorità del governo è la famiglia, il giorno dopo il partito unico».

                                                        Che fare adesso?

                                                          «In sei o sette mesi preelettorali non si fa nulla. C’è solo la concreta possibilità che tutto peggiori. Un governo con il respiro di una legislatura dovrebbe spostare risorse sugli investimenti, aiutare le imprese a innovare, intervenire nel Mezzogiorno, sostenere le retribuzioni ridando margini ai consumi, difendere ciò che nel paese ancora vive e cioè l’auto, la chimica, il sistema moda, l’agroindustria, il turismo, pensare ad alcune infrastrutture…».

                                                            Di fronte a tante responsabilità il centrosinistra sembra un po’ distratto. Che pensa di Rutelli e della Margherita?

                                                              «Ho sempre pensato che prima venissero i contenuti. Poi mi hanno spiegato che era necessario il contenitore. Adesso il centrosinistra rischia di trovarsi senza contenuti e senza contenitore. Questo paese vuole cambiare, è stanco di Berlusconi, ma il centrosinistar per vincere deve presentarsi con programmi forti, come chiede la decadenza che viviamo».