“Intervista” Epifani: così si fa solo un «accordicchio»

04/06/2002



        Per il futuro leader gli interventi sull’articolo 18 possono lacerare i sindacati e le imprese
        Epifani: così si fa solo un «accordicchio»

        Massimo Mascini

        ROMA – Non ci sono pentimenti il giorno dopo in Cgil. Guglielmo Epifani, tra poche settimane segretario generale, crede che non ci fossero per loro alternative. Siamo stati coerenti con quanto dicevamo, afferma, la scelta ci isola, ma forse domani risulterà quella giusta. La rottura con Cisl e Uil è profonda, per il momento non si vede come ricucirla. La cosa che brucia di più, aggiunge, è che Cisl e Uil abbiano tramato contro di noi, che ci abbiano voluto deliberatamente tenere fuori dal negoziato. Nulla di simile accadde nel 1984.
        Epifani, perché la Cgil non ha voluto partecipare alla costruzione di un nuovo grande patto sociale?
        Non mi sembra si delinei un grande accordo. Ogni accostamento con il passato è fuori luogo.
        Cosa manca?
        Non c’è alcun riferimento a temi di primaria importanza, che noi avevamo chiesto di poter trattare. Mi riferisco a quelli della scuola e della formazione, della sanità, dello stesso Mezzogiorno. Questi temi o non verranno trattati o lo saranno manchevolmente. Non credo che ne esca qualcosa che sarà ricordato a lungo. Però l’accordo che si profila interesserà profondamente la materia del lavoro. Ed è proprio questo il motivo del nostro disaccordo. Avevamo chiesto lo stralcio delle nuove norme in tema di licenziamenti e di arbitrato. Così non è stato per ammissione dello stesso Governo e della Confindustria. Di questi temi si tratterà e si arriverà a una manomissione delle tutele esistenti, obiettivo che unitariamente Cgil, Cisl e Uil avevano deciso di impedire. Per questo non interverrete a quel negoziato? Per questo motivo di merito e per come si è arrivati alla definizione del verbale di incontro della riunione a Palazzo Chigi. Si è voluto tener fuori la Cgil con una precisa volontà politica. Eppure responsabilimente, abbiamo deciso di essere presenti agli altri tavoli di negoziato, anche se con poche speranze di giungere a risultati positivi.
        Perché poche speranze?
        Perché è stato capovolto l’ordine logico delle cose. Si sarebbe dovuto prima discutere del contenuto del Dpef e poi approfondire i diversi argomenti. Al massimo si arriverà a un accordicchio.
        Ma la Cgil è fuori del negoziato e per un sindacato non è bene, come ha chiosato ieri Ottaviano Del Turco.
        Del Turco parla delle grandi architetture, ma salta del tutto il merito dei problemi e questo non va bene. Noi ci siamo opposti alle scelte del Governo perché non approvavamo il senso delle decisioni che si volevano prendere. Siamo rimasti fuori del negoziato per coerenza con quanto avevamo detto fino alla vigilia. Comunque, sarei cauto a dire che è già tutto definito. C’è il rischio che sui temi dell’articolo 18 e dell’arbitrato si facciano cose che limitino i diritti dei lavoratori e provochino sofferenze nel sindacato e tra le imprese. Quella che oggi sembra una scelta di isolamento tra due mesi potrebbe risultare molto giusta. È profonda la rottura con Cisl e Uil? Molto profonda. Il disaccordo di venerdì è stato il punto di arrivo di una scelta cominciata subito dopo lo sciopero generale. Settimane passate a tessere giorno e notte una trama con il Governo. Ma è stata una scelta sbagliata, così si indeboliscono le ragioni dei lavoratori. Un accordo così può servire all’immagine del Governo, non serve alle imprese.
        Si potrà recuperare il rapporto con Cisl e Uil?
        Allo stato lo vedo difficile. E me ne dispiace, perché l’unità è essenziale per difendere al meglio i diritti dei lavoratori. Si scivola verso un altro sciopero generale? Il quadro che esce presenta molte novità. Le scelte congressuali restano ferme, ma certamente dovremo riadattarle alla nuova situazione. L’11 e il 12 il direttivo dovrà dare una risposta a questo vulnus, ma anche avviare una profonda riflessione. Vulnus è una parola che ci riporta alla rottura del 1984 sulla scala mobile. Anche allora si parlò di vulnus. Sì, la parola è la stessa, ma si tratta di due mondi diversi. Allora lo scontro fu aspro, ma franco, aperto, svolto sempre in prima persona, con la forza delle argomentazioni. E poi il Governo allora cercò in tutti i modi di portare dalla sua parte la Cgil e Luciano Lama. Qui siamo di fronte a qualcosa costruito negli scantinati e il Governo ha cercato in premessa di tenere fuori la Cgil.
        C’è il pericolo di una forte risposta rivendicativa?
        Se tutta la strategia va rivista, si riadatterà anche la politica dei redditi, sulla base delle scelte che saranno prese per il fisco e con la legge finanziaria.
        È pesante l’eredità che tra poche settimane le lascerà Cofferati?
        Eviterei personalismi, anche perché la grande forza della Cgil è l’unità interna. Le scelte fatte sono condivise da tutto il gruppo dirigente della Confederazione.

        Domenica 02 Giugno 2002