“Intervista” Epifani: Consob più forte ma non puniamo Bankitalia

07/01/2004


MERCOLEDÌ 7 GENNAIO 2004
 
 
Pagina 5 – Economia
 
L´INTERVISTA
Il segretario della Cgil: è arrivato il momento di riformare il sistema dei controlli

Epifani: "Consob più forte ma non puniamo Bankitalia"
          La confindustria La politica dei redditi può essere rivista ma bisogna aspettare la nuova presidenza di Confindustria e la chiusura delle vertenze aperte
          il mercato A pagare sono sempre i risparmiatori. Dopo i casi Cirio e Parmalat sarà ancora più difficile convincere i lavoratori a investire nei fondi pensione
          il presidente Ora, è bene dire, come fa Ciampi, che bisogna avere fiducia, ma la fiducia non può essere ottenuta a parole Ci vogliono atti concreti
          il ministro Oggi c´è un´eccessiva concentrazione di potere nelle mani del ministro dell´Economia, che comporta inevitabilmente una strozzatura nella crescita

          RICCARDO DE GENNARO


          ROMA – «Bisogna rivedere tutto». Più autonomia e discrezionalità alla Consob, ridefinizione del ruolo della Banca d´Italia, minore concentrazione di potere nelle mani del ministro dell´Economia. Ma anche la costruzione di un «nuovo modello produttivo». Sul caso Parmalat il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, può andare liberamente all´offensiva: il primo attacco è alle istituzioni per la carenza di controlli su società e mercati finanziari; il secondo a quegli industriali che nell´ultimo decennio hanno fatto enormi profitti, senza investire in ricerca, formazione, innovazione tecnologica, «l´unica strada che garantisce competitività e crescita».
          Epifani, che cosa insegna lo scandalo Parmalat?
          «Dice il sostanziale fallimento di un´ipotesi di sviluppo seguito da molte imprese italiane negli anni Novanta e il disastro cui può portare un mercato finanziario dove operano persone e istituzioni finanziarie con pochi scrupoli e dove ci sono pochi controlli efficaci».
          A quale modello di sviluppo aziendale si riferisce?
          «A quello che ha portato Parmalat a fare scelte totalmente scriteriate, ovvero una serie di acquisizioni a costi crescenti su mercati difficili e fuori dal settore di appartenenza. Parmalat non è l´unico caso, quel tipo d´errore l´ha fatto anche la Fiat, che però a un certo punto si è corretta e ha cambiato rotta. Parmalat doveva consolidare le sue attività in Europa e invece è andata in giro per il mondo senza criteri. Poi non ha avuto il coraggio di fare marcia indietro, ha preferito aumentare l´indebitamento, senza il rispetto di alcun principio etico e in assenza di controlli».
          Ecco, il sistema dei controlli. Che cosa bisogna fare per evitare altri casi Parmalat?
          «È evidente che così i controlli non vanno. L´azione della Consob è insufficiente. Bisogna cominciare con il drastico rafforzamento dei suoi poteri, assegnando alla Consob maggiore autonomia e discrezionalità, anche con la possibilità di iniziative giudiziarie».
          E Bankitalia?
          «Bisogna assolutamente rivedere i suoi poteri, non in maniera punitiva, ma in relazione alla trasformazione del sistema bancario europeo. Poi c´è un´altra cosa da fare…».
          Quale?
          «Oggi c´è un´eccessiva concentrazione di potere nelle mani del ministro dell´Economia, che comporta inevitabilmente una strozzatura nelle politiche di crescita. Da quel ministro dipende tutto: dal contratto degli autoferrotranvieri al piano Alitalia, dalla politica di gestione delle aziende pubbliche allo sviluppo del Mezzogiorno, fino a tutto il campo delle politiche di spesa, Welfare compreso. Si vede bene che così non va: ci vuole un pluralismo di interessi e di punti di vista, altrimenti abbiamo un ministro che si confronta solo con se stesso e diventa autocrate. E questo a prescindere dall´identità del ministro».
          Il caso Parmalat è anche l´ennesima colossale truffa nei confronti dei risparmiatori...
          «Sì, c´è il problema, grandissimo, dei controlli sui mercati finanziari internazionali e del rapporto banca, impresa, risparmiatori. A pagare sono sempre questi ultimi. Bisogna riorientare il mercato finanziario verso gli investimenti di medio e lungo periodo, collegati alla crescita produttiva. Da questo punto di vista, i fondi pensione hanno una funzione di stabilizzazione. È chiaro, però, che dopo i casi Cirio e Parmalat sarà ancora più difficile convincere i lavoratori a investire nei fondi».
          Epifani, la Cgil per prima, ha parlato di declino industriale. Era già implicito un giudizio morale sulla nostra classe imprenditoriale. Ora le ricadute economiche e i pesanti risvolti giudiziari del caso Parmalat aggravano la situazione. Sarà in grado il sistema industriale di tirarsi su?
          «Era la primavera del 2001 quando noi manifestammo la nostra preoccupazione per il rischio-declino. Nasceva dall´osservazione del peso decrescente dell´industria nell´arco degli ultimi dieci anni. Andavamo indietro non solo rispetto ai Paesi orientali che si affacciavano per la prima volta sul mercato globale, ma anche nei confronti di Francia e Germania, che avevano i nostri stessi problemi, In questi tre anni le cose sono ulteriormente peggiorate. È bene dire, come fa il presidente Ciampi, che bisogna avere fiducia, ma la fiducia non può essere ottenuta solo con le parole. Ci vogliono atti concreti».
          Quali?
          «In primo luogo bisogna definire il nuovo modello produttivo che il Paese deve avere nel futuro. Non può più essere quello del passato, basato sull´industria manifatturiera e di basso valore aggiunto».
          Che cosa propone?
          «Penso alla riqualificazione e al rilancio del sistema dei distretti industriali con adeguate politiche di sostegno, allo sviluppo del polo agroalimentare, malgrado e contro la vicenda Parmalat, a una diversa politica dei trasporti, all´ampliamento del settore costruzioni con nuovi investimenti non solo per le grandi opere, ma anche nel settore casa. Poi c´è il problema della competitività, che può essere difesa in un solo modo: con investimenti massicci in ricerca, formazione, innovazione tecnologica».
          È una vecchia storia questa….
          «Sì, ma ora è venuto il momento di una svolta radicale. Il protocollo sulla politica dei redditi del ?93 prevedeva una spesa in ricerca e innovazione pari al due per cento sul Pil, ci si proponeva insomma il raddoppio degli investimenti in 10 anni. È accaduto il contrario, la spesa è addirittura arretrata. Questo per la responsabilità combinata delle imprese e del settore pubblico».
          Gli incrementi di produttività sono finiti più che altro ai profitti, gran parte degli industriali si è messa i soldi in tasca senza investire con efficienza nelle aziende.
          Che cosa si può fare per invertire la rotta?
          «Io ho proposto una tassa di scopo di grande entità per finanziare un sistema di incentivi alle imprese perché facciano ricerca, innovazione e formazione. Non ho avuto risposte».
          A proposito di distribuzione della produttività, il sindacato deve anche ripartire all´offensiva sulla questione salariale. Oggi si può dire che l´accordo del 23 luglio ´93 e la concertazione non hanno difeso fino in fondo il potere d´acquisto dei lavoratori…
          «Il protocollo del 23 luglio ha avuto effetti positivi, dando una cornice unitaria alla contrattazione per le categorie deboli e per quelle forti. Il problema è che l´aver destinato quote di produttività crescenti alle imprese non ha prodotto benefici per il sistema: le imprese sono rimaste sottocapitalizzate, indebitate, hanno attuato politiche di espansione insensate».
          Cisl e Uil hanno chiesto di rivedere quell´accordo. La Cgil?
          «Non abbiamo problemi a discutere unitariamente di questo tema. Anche se ovviamente bisognerà aspettare la nuova presidenza di Confindustria e la chiusura delle vertenze aperte. Una cosa, tuttavia, va detta chiaramente: non accetteremo mai un modello contrattuale che riduca la copertura retributiva del contratto nazionale. Perché in quel caso, pur avendo l´obiettivo di aumentare il potere d´acquisto dei lavoratori, non faremmo che diminuire la media dei salari. E poi questi ultimi vanno difesi anche con la politica di contenimento di prezzi e tariffe e con la restituzione fiscale ai redditi medio-bassi».