“Intervista” Epifani: Cgil in continuità con Cofferati

23/06/2003


    domenica 21 giugno 2003

      «Cgil in continuità con Cofferati ma torniamo a firmare contratti»
      Epifani: in tempi di crisi i diritti si difendono pensando allo sviluppo. Urge una legge sulla rappresentanza
        ROMA – «La mia Cgil non è diversa da quella di Sergio Cofferati. C’è una continuità. Ma la situazione economica è peggiorata e non si possono difendere i diritti dei lavoratori senza pensare anche allo sviluppo. Ecco perché ho firmato». Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, spiega così, in quest’intervista in cui torna a chiedere anche nuove regole sulla rappresentanza che stabiliscano i rapporti di forza tra i sindacati, la svolta del 19 giugno scorso, l’accordo per la competitività che ridefinisce nella ricerca, l’innovazione, la formazione, le infrastrutture e il Mezzogiorno le priorità del Paese. La prima intesa fra i tre sindacati e la Confindustria dopo quattordici anni. E otto mesi dopo l’uscita di Sergio Cofferati dalla Cgil.
        Quella linea vi costringeva a rincorrere movimenti e girotondi?
        «Le cose sono cambiate, il declino oggi è riconosciuto anche da chi ci definiva catastrofisti quando ne denunciavamo il rischio. Sono appena stato al congresso della sinistra ecologista. Ho spiegato l’intesa, mi hanno applaudito, è un riconoscimento importante. Il contesto, ripeto, è cambiato, non c’è più la guerra, non c’è il movimento per la pace. Oggi emerge con più forza il rapporto tra sviluppo e diritti. Quella di prima era una battaglia per i diritti, e noi fummo attaccati sull’articolo 18, era diverso. Il declino economico è anche il declino dei diritti. E’ l’altra faccia della stessa battaglia».

        E non è una rottura con la Cgil di Cofferati?

        «I temi dell’accordo sono gli stessi che discutiamo da due o tre anni. C’è una continuità. Io penso che l’aggravamento della situazione economica spinga correttamente la Cgil a fare un accordo dove prevale il merito. Se c’è il merito questa Cgil firma gli accordi. Solo così sopravvive l’idea di un sindacato che sia movimento politico lavorando per la difesa dei diritti e degli interessi dei lavoratori.

        Qualcosa allora è cambiato.

        «C’è il merito, e c’è la responsabilità di avere voluto l’accordo, questo sì. In questo contesto, il gruppo dirigente diffuso della Cgil, e non solo Guglielmo Epifani, si assume la responsabilità di fare un accordo».

        Sarà anche il contesto, ma voi oggi firmate accordi con la Confindustria.

        «Parte delle imprese si rende conto che il problema non è più la rigidità del lavoro, o quello dei costi. Non è cambiata tanto la linea di Confindustria, quanto gli interessi materiali dell’impresa. D’Amato ha dovuto più che altro prenderne atto».

        Come fa un’intesa che si definisce storica a non costare nulla, come dicono le imprese?

        «E’ importante per i contenuti, ma perché sia una vera svolta deve esserci un cambiamento della politica economica. Quanto ai costi, il presupposto esplicito è l’intervento pubblico con l’uso di risorse».

        E’ una carta che giocate su più tavoli, quello del governo, ma anche degli enti locali, del Parlamento. Perché?

        «Può essere la base di tanti possibili accordi locali e regionali. Spostiamo il baricentro, è vero. Questo ci consente di proporre la piattaforma unitaria a più interlocutori».

        Date per scontato che il governo non vi ascolti?
        «Il governo sta giocando altre partite. La verifica vede al centro temi come l’immigrazione, la devoluzione, che non hanno nulla a che fare con economia, occupazione e Sud».
        Il ministro Maroni dice che la cosa buona dell’intesa è la vostra firma.

        «Maroni dimostra che continua a esserci sottovalutazione delle prospettive economiche e dell’occupazione. Il governo galleggia, aspetta che passi la nottata, crede che con la ripresa si risolva tutto. Noi e Confindustria pensiamo che con la ripresa si riaprirà il differenziale con gli altri Paesi».

        E’ un caso che nel governo solo il ministro del Welfare si sia espresso?

        «E’ un fatto. Colpisce il silenzio di chi ha la responsabilità dell’economia, dell’industria, della formazione. Marzano tace, la Moratti pure. Si vede che abbiamo ragione».

        Non rischia di restare un accordo sulla carta?

        «No, perché mantiene una grandissima importanza anche in prospettiva. Se il governo non coglie il segnale, le esigenze dei lavoratori e delle imprese, il Paese perde una grande opportunità. Ma io mi aspetto che l’opposizione che si candida a governare faccia propri questi temi».

        Un messaggio a Fassino, che ritiene la sinistra pronta per i programmi?

        «Mi aspetto e penso che l’opposizione converga su queste priorità, le prime dichiarazioni di Letta e Bersani mi confortano. Ma può essere un terreno utile anche per Bertinotti, perché ripartire dal tema della qualità e non da quello dei diritti e dei costi, è un’impostazione corretta anche per una sinistra più antagonista. E’ un’opportunità programmatica, che è il rapporto migliore che ci può essere tra chi fa sindacato e chi rappresenta un’azione politica, un partito»

        Il direttivo di domani confermerà la sua linea?

        «Abbiamo già riunito i segretari di categoria, i regionali, le Camere del lavoro e praticamente tutti hanno approvato la firma dell’intesa. Ci sono voci più preoccupate e la democrazia è anche questa, ma la Cgil, su questo tema, è molto convinta. E il direttivo lo confermerà».

        L’intesa è una nuova pagina dei rapporti confederali?

        «Abbiamo lavorato insieme anche in questi anni difficili. Si fanno ancora scioperi unitari, ci sono documenti unitari. Ci siamo divisi sul contratto dei metalmeccanici e sul Patto per l’Italia con la riforma del mercato del lavoro e l’articolo 18, che continua a dividerci perché sulla delega abbiamo opinioni diverse. La maggior difficoltà dell’economia è il terreno dove è possibile accrescere il lavoro unitario».

        C’è il nodo della rappresentanza…

        «Se non hai nuove regole per dirimere le controversie, o si va al conflitto permanente o a piattaforme separate. E’ prioritario discuterne per rafforzare l’unità. La sede legittima, l’ultima istanza della democrazia sindacale, è quella dei lavoratori. Nel pubblico impiego ci sono rappresentanze definite: è un caso che lì si lavora e si decide unitariamente? Dobbiamo riprendere questo discorso. Sulla legge per la rappresentanza con Cisl e Uil avevamo fatto osservazioni comuni, poi, caduta la legislatura, loro hanno messo tutto in un cassetto sostenendo che il problema non era quello ma la messa in comune delle politiche. La mediazione è utile, ma se non riesce il singolo punto di crisi apre un problema generale di rapporto tra le confederazioni».

        Ora c’è il Documento di programmazione economica, cosa chiedete al governo?

        «Abbiamo difficoltà di rapporto. Loro meno ci vedono, più felici sono. Sulle pensioni è un mese e mezzo che aspettiamo. Vogliamo prima di tutto chiarezza sui conti pubblici, e che finisca la minaccia di tagli alla spesa sociale perché non servono, quella italiana è più bassa della media europea. Poi ci aspettiamo scelte di sviluppo, almeno l’inizio».

        E la delega fiscale?

        «Resta il giudizio negativo. Un anno fa dissi che avrei preferito risorse per ridurre gli oneri sul lavoro e sull’occupazione, un fiscal drag che restituisse ciò che toglie l’inflazione, e affrontare il problema degli incapienti. Oggi è lo stesso: piuttosto che spalmare qualche euro con gli sgravi, peggio ancora con un inutile intervento sui consumi, meglio rendere stabile il lavoro. C’è la riprova: finiti i soldi del bonus per i nuovi assunti, l’occupazione al Sud è crollata».
    Mario Sensini