“Intervista” Epifani: cari miliardari almeno pagate le tasse

22/07/2005
    venerdì 22 luglio 2005

    Intervista

      Epifani: cari miliardari
      almeno pagate le tasse

        CAPITALISMO Le battaglie finanziarie, le risse attorno a banche e giornali sono il segno di un terremoto del capitalismo italiano i cui esiti sono incerti. La perdita di potere della Fiat e il declino industriale hanno prodotto gli immobiliaristi: ma non sono solo Ricucci e Caltagirone, c’è anche Tronchetti Provera

          di Rinaldo Gianola

            Alla fine delle battaglie finanziarie, delle risse e delle polemiche tra industriali aristocratici e neoimmobiliaristi, l’unica cosa sicura è che nessuno paga le tasse. Questo proprio non va: i signori Ricucci, Caltagirone, Della Valle e compagnia facciano pure i loro affari, si portino a casa i profitti miliardari ma ci vorrebbe qualcuno, magari il governo, che li costringesse a versare il dovuto al fisco».
            Guglielmo Epifani, segretario generale Cgil, in partenza per gli Stati Uniti, sostiene che dietro le scalate bancarie e gli attacchi al Corriere della Sera c’è «un terremoto» nel capitalismo nazionale determinato dai «cambiamenti dell’economia dell’ultimo decennio che ha visto il declino dell’industria e l’affermazione dei settori protetti e delle costruzioni» le cui conseguenze sono tutte da verificare. Ma un fatto è già chiaro: «Le novità di questi giorni dimostrano che un governo capace di risanare e rilanciare il Paese può partire solo da un nuovo Patto fiscale, come chiede la Cgil. Non è tollerabile che i redditi da lavoro siano tassati dal 20% in su, che quelli dell’impresa dal 33% in su e gigantesche plusvanze finanziarie come quelle di cui si parla in questi giorni possano essere colpite solo al 12%, e anche meno. Di fronte a fatti clamorosi come questi, di profonda ingiustizia verso milioni di cittadini, mi auguro che il centro sinistra voglia far sentire alta la sua voce, anzichè discutere se Caltagirone è meglio di Ricucci».

              Epifani, non ci sono più Agnelli e Cuccia e nessuno riesce a tenere insieme il capitalismo tricolore. Cosa sta succedendo?

                «Il capitalismo sta cercando nuovi assetti, è in corso un profondo cambiamento degli equilibri tra poteri finanziari e industriali. È una mezza rivoluzione di cui sono chiare le origini, le conseguenze un po’ meno. Certo non è un bello spettacolo, sopratutto di fronte alla crisi devastante del tessuto produttivo e dell’economia del Paese che coinvolge milioni di famiglie».

                  Quali sono le origini di questa battaglia.

                    «Ci sono due fattori di fondo. Il primo: è venuto meno il ruolo guida, centrale della Fiat e del suo sistema di potere che per almeno trent’anni, con Mediobanca, ha dominato il capitalismo italiano. La Fiat era il sole attorno al quale ruotavano gli altri poteri e si componevano e scomponevano gli assetti proprietari e finanziari della grande industria e dei grandi giornali. La Fiat ha perso, per responsabilità proprie, la funzione egemonica sul mercato: l’ha persa perchè ha sbagliato strategie, non ha più investito sul settore più importante cioè l’auto, ha rinunciato a ricerca e innovazione, ha stretto alleanze fallimentari. Il Lingotto, perdendo il suo ruolo industriale, ha visto ridimensionato anche il suo ruolo di potere».

                      E il secondo fattore?

                        «È legato alle dinamiche strutturali dell’economia. Nel 1995 il valore della produzione industriale toccò il suo massimo storico grazie all’effetto straordinario indotto dalla svalutazione della lira del 1992. Ma negli ultimi dieci anni il sistema industriale, anzichè alimentare una nuova fase di espansione basandosi sulla forza di allora, ha registrato un lento, progressivo indebolimento. Al posto dell’industria sono cresciuti in maniera vorticosa i settori protetti, ex monopoli, legati alle tariffe e il settore delle costruzioni e dell’intermediazione immobiliare. La Cgil ha denunciato questa situazione per anni, anche se molti ci guardavano con sufficienza»

                          E da questa metamorfosi sbucano gli immobiliaristi?

                            «Il fenomeno è questo. Non ci si può stupire di queste nuove ricchezze che alimentano poteri alternativi in contrasto con i tradizionali industriali in difficoltà. I vari immobiliaristi, al netto di vicende la cui trasparenza andrebbe indagata e garantita, sono il risultato di questa dinamica reale dell’economia. D’altra parte è una tendenza che ha investito anche gli storici gruppi dell’industria italiana: è il caso di Pirelli e di Tronchetti Provera che rinunciano a una produzione strategica come i cavi per puntare sulla gestione degli immobili con Pirelli Real Estate o per pagare i debiti accesi per comprare Telecom Italia».

                              Dove porta questa tendenza?

                                «È evidente che trasformazioni come queste costano in termini industriali, di occupazione, di investimenti. Nonostante tutto l’Italia resta il più grande paese industriale europeo dopo la Germania, che cosa vogliamo fare ora? Buttarci tutti quanti sugli immobili e rinunciare alle nostre produzioni, una rinuncia che ha già provocato la perdita di migliaia di occupati nell’auto e del tessile-abbigliamento? Ci sono distretti industriali che non riescono più a uscire dalle crisi, nemmeno con la flessibilità e i licenziamenti, ci sono identità sociali legate a insediamenti produttivi che stanno scomparendo dopo 100 anni. Vogliamo cambiare strada? C’è un governo capace di definire un progetto per orientare una politica di sviluppo? Purtoppo non vedo buoni segnali».

                                  Berlusconi ha le sue colpe, figuriamoci se possiamo nasconderle noi dell’Unità. Ma il processo di allontamento dall’industria è precedente. Forse è finito anche un ciclo generazionale di imprese famigliari e i figli non sono coraggiosi come i padri. Il modello della rendita è più sicuro.

                                    «C’è anche una coincidenza, come a volte capita in economia, tra crisi dell’industria e ricambio generazionale alla guida delle imprese. Ma, in un momento di debolezza come questo della classe imprenditoriale, vedrei naturale un intervento pubblico per favorire un riposizionamento delle attività produttive strategiche, per favorire un’inversione di tendenza dei flussi di capitali. Per chi ha venduto le azioni Bnl è più comodo spendere i miliardi incassati nel tentativo di scalare il Corriere della Sera, Mediobanca o qualche altro punto del ventre molle del capitalisno italiano, piuttosto che aprire delle fabbriche».

                                      Della Valle produce scarpe e può partecipare al controllo del Corriere della Sera. Ricucci investe in immobili e non gode di buona stampa quindi deve restare fuori anche se ci ha messo un sacco di soldi. Questa è la selezione capitalistica dei nuovi salotti?

                                        «Non mi piacciono le distinzioni tra imprenditori di serie A e di serie B. E non mi interessano. Il mercato ha le sue regole e ci sono le Autorità per farle rispettare. Vorrei dire, però, a un bravo industriale come Montezemolo e ad altri suoi alleati che il Corriere, Mediobanca e le Generali si difendono meglio se rinasce la Fiat, se si fanno prodotti di successo, se si tengono relazioni trasparenti e corrette con i sindacati e i consumatori, anzichè chiudersi in anacronistici gruppi di potere dove gli amici scelgono gli amici e dove si entra solo per cooptazione dall’alto».

                                          Montezemolo, Della Valle, i giornali di imprenditori lluminati accusano la sinistra di aver coperto gli immobiliaristi. Cosa ne pensa?

                                            «Non tocca a me rispondere. La Cgil fa valutazioni generali e non fa il tifo per nessuno. Gli industriali hanno vissuto male l’iniziativa dell’Unipol, ma il legame della compagnia con la sinistra è storico, non è momentaneo. Però avverto un pericolo: di fronte a operazioni di mercato la sinistra non deve dare la sensazione di stare da una parte o dall’altra».

                                              Lei è stato critico in merito all’Opa lanciata da Unipol sulla Bnl. Perchè? Ritiene che le cooperative siano figlie di un dio minore e quindi non possano partecipare ai grandi giochi?

                                                «Assolutamente no. Penso che sia intollerabile il tentativo di discriminare soggetti economici importanti come le cooperative e l’Unipol. La mia critica è di merito».

                                                  Che cosa non la convince?

                                                    «Ho sempre pensato che le soluzioni migliori per Antonveneta e per Bnl fossero quelle olandese e spagnola. Ne sono convinto anche oggi che mi pare stiano fallendo. La mia convinzione deriva dal fatto che il sistema bancario ha bisogno di forti iniezioni di cultura internazionale, di dimensioni più grandi, di una maggiore efficienza. L’occasione di forti concentrazioni tra banche italiane l’abbiamo persa negli anni Novanta per il veto di Bankitalia. Oggi mi piacerebbe che altri seguissero la strada di Unicredito. L’aggregazione di soggetti italiani e stranieri è la soluzione più rapida per dotare il nostro paese di grandi banche. Ne abbiamo bisogno come il pane. Per accompagnare in Cina le nostre aziende ci vogliono banche internazionali, non regionali».

                                                      Quindi teme che la soluzione Unipol possa essere negativa per Bnl?

                                                        «Il passo di Unipol mi pare troppo lungo. Bnl ha 15mila dipendenti, viene da molti anni di scarsa redditività e di bilanci deludenti, ha bisogno di forti investimenti. Mi chiedo se Unipol può garantire risorse adeguate dopo che avrà speso tutti quei miliardi per garantirsi il controllo. Aspetteremo di conoscere il piano industriale e poi daremo le nostre valutazioni, senza fare sconti a nessuno. Come ha sempre fatto la Cgil».