“Intervista” Epifani: «Berlusconi minaccia la democrazia»

12/05/2003

              domenica 11 maggio 2003

              L’intervista
              Epifani: la furia distruttiva del premier è una vera minaccia per il Paese

              «Berlusconi minaccia la democrazia»

              Epifani: per allentare le tensioni chiederò un incontro a Cisl e Uil, ci vuole la volontà di tutti

              Rinaldo Gianola
              MILANO Le accuse di Silvio Berlusconi alla magistratura, al mondo dell’informazione, il suo irrisolto conflitto d’interessi, minacciano
              le istituzioni e la democrazia nel nostro Paese.
              È un vero allarme quello che Guglielmo Epifani, segretario generale
              della Cgil, lancia al termine di una settimana che ha visto la sua organizzazione schierarsi per il «sì» al referendum sull’estensione dell’articolo 18, una nuova rottura con Cisl e Uil sul contratto dei metalmeccanici con corollario di accuse e polemiche, mentre il
              sindacato si appresta ad affrontare prove rilevanti come la delega delle pensioni. «Proprio ieri ho sentito le affermazioni del presidente
              del Consiglio che mi sembra voglia azzerare il confronto avviato con
              le organizzazioni sindacali. Se sarà così prenderemo le opportune decisioni nel nostro prossimo vertice unitario».
              «Sulle pensioni – dice Epifani -c’è una posizione concordata da
              Cgil, Cisl e Uil, e per questo non comprendo quanto è stato detto
              da Pezzotta e Angeletti l’altro ieri a Montichiari su presunti veti».
              Epifani che cosa vede?
              «Vedo il nostro Paese in pericolo. Attraversiamo una fase di
              grandissima sofferenza istituzionale: c’è un presidente del Consiglio
              che attacca tutti i giorni la magistratura, che rimane al centro di un conflitto interessi tra le sue funzioni istituzionali e i suoi personali
              interessi economici, che all’inizio del semestre italiano in
              Europa non trova di meglio che usare un’aula di tribunale per
              esprimere allusioni pesanti sul presidente della Commissione
              europea, Prodi, e sul vicepresidente della Convenzione, Amato.
              C’è stato un tentativo di manomissione parlamentare, poi rientrata,
              che puntava a ridurre gli spazi di critica e di libertà del giornalismo,
              c’è infine l’intervento sul tg3 che è un modo di intimidire una funzione
              autonoma e critica di una parte dell’informazione del servizio pubblico. Se a tutto questo si aggiunge la grande indifferenza verso temi reali, l’economia, i problemi delle imprese e dei lavoratori, il quadro è davvero molto pesante».
              Registra un cambiamento di rotta di Berlusconi e della
              sua maggioranza?
              «La mia impressione è che ci sia una radicalizzazione nella maggioranza di governo, si è rotto un equilibrio tra le diverse
              componenti, emerge una tendenza estremistica che punta esplicitamente a un’idea autocratica, autoreferenziale di responsabilità
              pubblica, esattamente all’opposto rispetto al bene pubblico cui
              la responsabilità politica deve guardare. Di questo si accorgono
              molti autorevoli giornali internazionali».
              Siamo dunque un’anomalia in Europa?
              «Siamo un’anomalia e un’anomalia che si aggrava. Da questo
              punto di vista tutti – istituzioni, soggetti politici responsabili al di
              là della collocazione parlamentare, rappresentanze sociali e dell’impresa – dovrebbero agire per fronteggiare il degrado, questo clima che sta avvelenando il Paese. Voglio dire con forza che la Cgil
              considera la libertà d’informazione e l’indipendenza della magistratura
              due principi cardine dell’ordinamento democratico, intende difenderli
              insieme a coloro, giornalisti e magistrati, che sono oggi al centro di questo attacco».
              Adesso c’è anche la figuraccia in Svizzera…
              «Il caso della commissione Telekom Serbia è esemplare dell’offensiva
              in attoi. Si mescola un brodo di inaccettabili sospetti e minacce,
              è un clima che ci fa ripiombare ai tempi più bui delle logge segrete. Esprimo la mia personale solidarietà a Romano Prodi, a Piero Fassino, a Lamberto Dini per le menzogne di cui sono stati vittime».
              In questa situazione che cosa si attende dall’opposizione di centro-sinistra?
              «Tutte queste minacce dovrebbero spingere l’Ulivo, che pur è
              attraversato da molte divisioni, a uno scatto d’orgoglio, almeno su
              questi principi fondamentali della difesa della libertà, dei valori cardine
              del sistema democratico. Deve saper stare in campo con la forza
              e l’autorevolezza necessarie».
              Forse questo clima politico favorisce anche le divisioni tra i sindacati.
              «Certo, in questa situazione anche la divisione sindacale è un
              fattore di aggravamento. È necessario che forze come la Cgil mantengano un assoluto rigore sul merito delle questioni e grande fermezza nel contrastare qualsiasi diretto o indiretto episodio di intolleranza verso tutte le persone o sedi sindacali».
              La rottura dei metalmeccanici è qui a testimoniare le difficoltà di rapporto tra i sindacati confederali.
              «Sui metalmeccanici bisogna partire dal nodo sindacale e dai
              problemi irrisolti di democrazia e di rappresentatività. Vedo troppo
              interesse da parte di molti, soprattutto i giornali moderati, a portare
              l’informazione non sui contentuti, sulle questioni reali, ma a ricondurre
              tutto alle contestazioni o a problemi di ordine di pubblico. La realtà è questa: è la prima volta dopo cinquant’anni che si firma un contratto separato nella più grande categoria dell’industria».
              Quali sono le contestazioni della Cgil?
              «L’accordo firmato da Fim, Uilm e Federmeccannica ha due
              limiti evidenti. Il primo: l’incremento retributivo è più basso degli
              altri accordi raggiunti, il meccanismo di incremento salariale legato
              all’anticipo nasconde ovviamente l’idea di far pagare due volte
              ai lavoratori l’aumento salariale. L’aumento di oggi è pagato
              con quello che dovrebbe essere l’aumento di domani, in questo
              modo l’incremento medio reale è lontano da quello che chiede la
              Fiom, ma lontano anche dalle richieste di Fim e Uilm, e determina
              tra i lavoratori un grave stato di insoddifazione. Il secondo punto
              riguarda la parte normativa: nelle scelte fatte si asseconda
              l’idea che la flessibilità, l’organizzazione del lavoro e le prestazioni
              discendano dalle deleghe di legge. In questo modo il contratto perde
              la funzione storica di valorizzazione del contributo delle parti, non
              migliora le condizioni dei lavoratori, ma diventa conseguenza di
              scelte legislative. La stessa cosa è già stata proposta per la scuola:
              più legge e meno contratto. Il nostro no è netto».
              Il problema vero è che un lavoratore della Fiom non capisce come mai deve accettare un accordo firmato da Fim e Uilm che messe assieme hanno un numero di iscritti inferiore alla sola
              Fiom. Sembra che anche tra voi sindacati ci sia qualche
              problema di democrazia.
              «C’è un grande questione irrisolta di democrazia e di rappresentanza.
              Nel settore privato non ci sono regole di verifica della rappresentatività
              e questo, come ha riconosciuto il senatore Cossiga, è un problema, è un’inadempienza del dettato costituzionale: si toglie al lavoratore la possibilità di decidere su scelte che lo riguardano direttamente. Anche Pezzotta non nega il problema ma si chiede perchè deve essere risolto per via legislativa. Eppure tutti e tre i sindacati, nella passata legislatura,
              proposero modifiche unitarie al testo in discussione in parlamento:
              ieri si poteva fare la legge, oggi non più, come mai? Sarebbe bastato
              il semplice trasferimento al settore privato delle norme dell’area
              pubblica per evitare incidenti, e d’altra parte è curioso che tutti
              citino le proposte di Pietro Ichino quando parla di rimodulazione
              dei diritti e nessuno ricorda che Ichino è promotore di una legge
              sulla rappresentanza. Sono sicuro che se ci fosse oggi una legge condivisa sulla rappresentanza sindacale tutte queste tensioni nel mondo del lavoro, che si sono moltiplicate negli ultimi mesi, non ci sarebbero e questa legge favorirebbe un clima più sereno nei rapporti
              tra le confederazioni e con il governo e gli imprenditori».
              La divisione sul contratto dei meccanici può ripercuotersi
              sulla trattativa per le pensioni, ci può essere un altro accordo separato?
              «Per noi non cambia nulla. Sulle pensioni c’è una posizione
              unitaria, così come nel settore pubblico 3mila delegati insieme
              hanno deciso lo sciopero unitario. La Cgil lavora perchè sia sempre
              e soltanto il merito a rappresentare le condizioni di unità o
              meno. Sulle pensioni vedremo quello che avverrà in settimana.
              Spero si possano mantenere le scelte unitariamente assunte».
              Ma questi giorni lasciano uno strascico preoccupante
              di polemiche.
              «È evidente che i lavoratori spogliati anche del diritto di poter
              concorrere a decidere trovano motivo di risentimento. Nelle fabbriche
              è visibile la rabbia e l’insoddisfazione di molti. Detto questo è
              evidente per la Cgil e per la Fiom che un conto è il diritto di critica
              e un conto è lanciare insulti o contestazioni improprie verso chiunque.
              Ho trovato particolarmente grave l’episodio di Lucca, e non solo perchè quello che è avvenuto ha una componente di infantilismo
              sindacale e politico evidente, ma perchè non si può contestare
              in quel modo una cerimonia di un’altra organizzazione con toni e
              insulti inaccettabili».
              E adesso?
              «Voglio andare al fondo di questa vicenda. Lunedì la segreteria
              della Cgil deciderà di avviare un’ispezione a Lucca per ricostruire
              come sono andati i fatti e accertare le responsabilità. Anche per
              appurare se le minacce di cui ha parlato il segretario della Uil, Angeletti, sono vere o meno. Nel caso in cui fossero vere ci rivolgeremo alla magistratura, se non fossero vere chiederemo conto agli altri delle affermazioni fatte».
              Per calmare gli animi il segretario della Fim, Caprioli,
              ha accusato la Cgil di coprire politicamente la follia
              del terrorismo…
              «Noi stiamo facendo un’azione costante per governare questa
              situazione di tensione e condurla a livelli fisiologici. Per raggiungere
              questo obiettivo, però, ci vuole la buona volontà di tutti. A questo
              proposito intendo chiedere un incontro a Cisl e Uil nei prossimi
              giorni per discutere di questi problemi e cercare congiuntamente
              la strada per abbassare i toni polemici e ritornare alle questioni di
              merito. Non ho trovato, finora, in nessuna dichiarazione dei dirigenti
              della Cgil e della Fiom frasi così pesanti come quelle pronunciate
              da altre organizzazioni sindacali, che normalmente usano altri toni.
              Spero che chi ha usato queste parole si renda conto di quello
              che ha detto e chieda scusa innanzitutto a se stesso».
              Per dividersi da Cisl e Uil, la sua organizzazione ha scelto anche il referendum. Questo è un terreno dove si rischia lo schianto: la Cgil ha contro industriali, il governo, i Ds, l’Ulivo, gli altri
              sindacati.
              «Questa scelta sul referendum per l’articolo 18 è stato un passaggio
              importante da cui la nostra organizzazione trae motivo di grande soddisfazione: c’è stata una discussione libera con punti di vista diversi, rispetto reciproco, passione e, quindi, la responsabilità
              di una scelta. C’è una forte e ampia unità nel corpo della Cgil e questo
              ha circoscritto il dissenso su un punto specifico come il referendum.
              Per noi, come è noto, la strada è la riforma e la legge per estendere e rafforzare i diritti, per riformare gli ammortizzatori sociali, per tutelare i co.co.co.».
              Allora che cosa l’ha spinta a optare per il «sì»?
              «Quello che mi ha convinto è stato da un lato l’idea che non condivido dell’astenzione collettiva. Ho sempre pensato che la partecipazione
              fosse nella nostra cultura e tradizione. Dall’altro il referendum è un istituito democratico, al di là delle intenzioni o delle trappole dei proponenti, verso il quale si esercita liberamente il diritto di scelta del cittadino. Se tutti dovessero predicare boicottaggio e astensione dal referendum ci sarebbe una conseguenza grave: quella di rendere inefficace il libero diritto di ogni cittadino di votare e di far pesare il proprio orientamento. Il sindacato, poi, ha una sua rappresentanza sociale, e per chi rappresenta i lavoratori, anche della piccola e media impresa, il sì è, nelle attuali condizioni, la risposta inevitabile. Questa posizione, questi sentimenti sono i più diffusi tra la nostra gente, per
              questo chiedo rispetto per la nostra scelta così come io rispetto
              quelle degli altri».
              Le piccole imprese, i commercianti, gli artigiani, anche le cooperative temono l’obbligatorietà del reintegro in caso di licenziamento perché, dicono, minaccerebbe la loro esistenza. Sono preoccupazioni giustificate?
              «Non siamo contro le piccole imprese, come ho detto anche agli industriali pratesi pochi giorni fa, caso mai siamo gli alleati più affidabili di quelle imprese che cercano nell’innovazione e nella ricerca la strada del nuovo sviluppo. L’allargamento dei diritti ai lavoratori, a tutti i lavoratori, anche a quelli che oggi ne sono privi, non è un fattore negativo per la crescita delle imprese, ma rappresenta un segno di sviluppo democratico dell’intero sistema».
              Epifani, per la Cgil e per il movimento sindacale questo è un passaggio delicato: in tutta Europa ci sono scontri, tensioni, attacchi al modello di Welfare. Come se ne esce?
              «Siamo in presenza di una rottura della tregua sociale in tutti i
              paesi europei. In Austria c’è lo sciopero generale dopo mezzo secolo,
              in Germania i sindacati sono contro gli interventi di Schroeder sul Welfare e il lavoro, in Francia c’è la mobilitazione contro i tagli alle pensioni. Nei mesi passati ci sono stati scioperi in Spagna.
              Il rallentamento dell’economia, la precarietà del lavoro, il costo dello
              Stato sociale spingono imprese e governi a scaricare i rischi e i
              costi sul lavoro. Questo dovrebbe rappresentare per chi ha interesse
              a garantire il sistema di coesione sociale del Welfare una riflessione
              approfondita, che invece manca, anche sul lavoro e il suo valore.
              Malgrado le lotte della Cgil e del sindacato, il lavoro non è ancora
              centrale nella cultura del Paese, nell’agenda delle forze politiche,
              nei comportamenti del governo».

              Rinaldo Gianola