“Intervista” Epifani: «Affondano il Paese, dobbiamo fermarli»

17/01/2003

          17 gennaio 2003

          «Affondano il Paese, dobbiamo fermarli»
          Epifani: governo e Confindustria alimentano la crisi, per questo la Cgil sciopera

          Felicia Masocco
          ROMA Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil. Savino Pezzotta
          vi attacca, con la decisione dello sciopero – afferma – vi siete resi responsabili di una rottura gravissima. Ieri ha parlato di scelta «ipocrita». Come risponde?
          «Vedo giorno dopo giorno che il segretario della Cisl accentua la polemica
          nei confronti della Cgil e del suo segretario. Per parte mia confermo ciò
          che ho detto nel direttivo e il nostro comportamento: non intendiamo alimentare una polemica che riteniamo sbagliata e senza fondamento perché pensiamo sia essenziale, soprattutto sulle questioni del lavoro e dello sviluppo,
          che si mantenga, e se si può si allarghi il fronte d’iniziativa di tutto il sindacato.
          Questo vuol dire guardare con più serenità a quel che ci ha diviso, ossia una diversa scelta delle priorità.
          Per la Cgil il tema della crisi industriale del declino economico e produttivo del Paese per la sua ampiezza e profondità richiede e richiederebbe, da parte non solo della Cgil, l’assunzione forte di una grande iniziativa di proposta e di
          mobilitazione. Abbiamo alle spalle la più bassa crescita da oltre un decennio
          verso la quale le manipolazioni di cui parla il presidente del Consiglio non
          possono nulla; abbiamo di fronte mesi in cui il rallentamento dell’economia
          e della produzione continueranno e intere intere filiere (comunicazione, petrolchimico, auto) in gravissima difficoltà, con decine di migliaia di posti di lavoro a rischio. Tutto questo richiede che il sindacato sia in campo,
          adesso, non dopo. Per questo la nostra proposta a Cisl e Uil di due mesi fa di
          assumere questo orizzonte come scelta di tutto il sindacato italiano. In realtà è
          sempre mancata questo sentimento dell’urgenza e di priorità. Io rispetto l’opinione degli altri, vorrei però che si ragionasse anche tra di noi su questo, e su questo si rispondesse».
          Oggi (ieri, ndr) ha parlato anche il predecessore Pezzotta, Sergio
          D’Antoni, e sostanzialmente ha indica lei, Epifani, ancora come il
          vice di Cofferati e dice che la Cgil fa politica. La stessa analisi è stata
          attribuita da un quotidiano all’attuale segretario della Cisl».
          «Metterla ancora una volta in politica con tentativi di ricondurre le scelte
          della Cgil a sedi o a motivazioni esterne, è la strada che normalmente percorre
          chi non ha altri argomenti. Comunque insisto nel non voler accentuare le polemiche, non le considero utili».
          La decisione dello sciopero nasce da un’analisi impietosa della
          Cgil, ma non solo, sulla crisi del sistemaPaese. Dal governo dovrebbe
          arrivare un input e invece arrivano proposte su come cambiare
          il metodo di calcolo del Pil. Al peggio non c’è mai fine?
          «Infatti. Invece di affrontare i prob lemi si tenta di negarli. È un po’ singolare
          perché Berlusconi e Confindustria da tempo hanno detto che c’è un problema
          di competitività: oggi si tenterebbe di dire il contrario, si vogliono costruire
          numeri non corrispondenti al vero. Invece la verità è proprio questa, il Paese
          ha problemi di competitività, sono oneste le classifiche internazionali che ci
          mettono oltre il trentesimo posto. Quello che ci ha diviso con Confindustria e
          con il governo sono le cause: per la Cgil non dipende né dai costi del lavoro né dall’estensione delle protezioni sociali e dei diritti. Vorrà dire qualcosa se in testa alle classifiche di competitività ci sono paesi come la Svezia, la Finlandia, la Germania, dove ci sono altissimi livelli di protezione sociale, di spesa sociale, e contemporaneamente una grandissima capacità di innovazione, di formazione, di ricerca e di trasferimento tecnologico. Quella che noi chiamiamo la via alta allo sviluppo manca nel nostro Paese. Ci vuole una terapia d’urto che aggredisca questo nodo. Io dico che c’è urgenza
          e lo dico con convinzione, perché se non si riprende la strada alta dello sviluppo la stessa battaglia per di diritti, per la riqualificazione dello stato sociale sono messe in discussione».
          A proposito di diritti: l’articolo 18. Siete stati in prima fila per la
          sua difesa. Come si comporterà la Cgil nella partita referendaria?
          «Siamo impegnati in una strategia di estensione dei diritti e delle tutele e
          nella battaglia per l’articolo 18 della quale l’esito non è ancora scontato per le
          contraddittorie prese di posizioni interne al governo. Abbiamo raccolto oltre 5
          milioni di firme contro la riduzione dei diritti e per una politica di estensione
          attraverso lo strumento della legge. Credo sia questa la via maestra per la Cgil e, mi auguro, anche per altri soggetti sociali e le forze politiche. Perché abbiamo bisogno di respingere definitivamente l’attacco all’articolo 18 e di allargare l’area della tutela e dei diritti a tutto il mondo dei lavoratori, parasubordinati e atipici, sono milioni di giovani. C’è poi il problema di dare una risposta all’esigenza che la crisi industriale rende oggi non più differibile e questo si fa attraverso proposta di riforma degli ammortizzatori sociali e della formazione. E c’è la questione di rafforzare le tutele e i diritti dei lavoratori delle imprese sotto i 15 dipendenti. Questa battaglia va tenuto insieme perché è un orizzonte di unità nei diritti e non può non avere al centro come strategia l’iniziativa legislativa. Il referendum di questa tematica affronta solo un aspetto. Se avesse esito positivo richiederebbe comunque una legge; se avesse un esito negativo non intacca il bisogno che la Cgil avverte di costruire questo percorso legislativo».
          Però una parte della Cgil, la Fiom ad esempio e parte della
          stessa segreteria hanno sposato que sto referendum…
          «Sulla decisione da assumere deciderà il comitato direttivo. La scelta strategica se posso dire così, prima durante e dopo la vicenda referendaria, resta quella della legge».
          La Fiat. Oggi (ieri, ndr) i vertici sono volati a New York mentre
          Colaninno si prepara a presentare il suo piano. C’è un punto fermo
          in tutta questa vicenda?
          «Siamo in presenza di atti e di fatti in cui è difficile raccapezzarsi. Sembra
          una telenovela in cui ogni giorno c’è un fatto nuovo, avviene qualche incontro,
          oppure si viene a sapere di accordi stipulati nel passato. È necessaria maggiore
          trasparenza e credo che chiunque sia l’azionista è necessario che creda nel fu-
          turo dell’auto. E che ci sia un nuovo piano, una politica di investimenti di
          segno e di qualità diversi rispetto a quanto fatto finora. Con una politica di galleggiamento non si va da nessuna parte».
          Si rincorrono le ipotesi anche sulla riforma delle pensioni. Incentivi
          si, incentivi no, la Cgil che dice?
          «Sono mesi che il ministro Maroni dice di voler sentire le parti sociali sulla
          delega ferma in Parlamento e ancora non è successo. Noi abbiamo due obiezioni di fondo: siamo contrari all’uso obbligatorio del Tfr e a una decontribuzione che, oltre ad essere iniqua, non potrebbe essere
          finanziata. Per quel che ci riguarda un bonus per incentivare la libera
          permanenza al lavoro, in via di principio non siamo contrari. A
          condizione che sia calibrato per evitare regali a coloro che comunque
          resterebbero in attività perché ad esempio svolgono attività di alto
          livello professionale, ed eviti di creare problemi a chi anche con il
          bonus non si fermerebbe per le condizioni di lavoro troppo difficili.
          Siamo poi contrari al bonus che disincentivi il lavoratore a lasciare,
          sarebbe la stessa proposta fatta da Berlusconi nel ‘94. Anche sulle
          pensioni comunque il governo alimenta l’incertezza e, di nuovo, e
          uscite dal lavoro».
          Cambiamo argomento. C’è una forte dialettica all’interno
          dell’Ulivo, della sinistra e dei Ds, il suo partito.
          Si sono usati toni ed espressioni -Pol-pot per dirne una-che
          probabilmente non aiutano. Qual è la sua opinione?
          «Ho trovato un’accentuazione di toni che non mi ha persuaso e che continua
          a non persuadermi. Penso che sia nell’Ulivo che nei Ds vadano recuperati
          contenuti e linguaggi propri di chi al fondo non può non avere una stessa
          idea, quella di valori condivisi. Penso che una grande forza politica può avere
          una responsabilità e candidarsi a governare il Paese se riesce ad assumere la
          discussione sui temi, sui programmi, sugli indirizzi non come elemento che divide in continuazione, ma come modalità di costruzione democratica di un progetto condiviso. E da questo punto di vista la discussione investe sia il ruolo e la funzione dei partiti e delle alleanze, sia il ruolo dei soggetti della rappresentanza sociale o dei movimenti sociali. Ovviamente
          nel rispetto della reciproca autonomia.
          Nessuna democrazia può fare a meno dei partiti e nessun sistema maggioritario. Ma il ruolo dei partiti dipende anche dalla capacità di aprirsi alle
          domande che nascono e si esprimono nella società. Questo anno dimostra che
          questa società è in grado di avere molti valori e molte cose da esprimere, toccherebbe alla politica fare il primo passo».
          Torniamo alla Cgil: la giunta per le autorizzazioni a procedere ha
          votato per l’insindacabilità dell’onorevole Carlo Taormina il
          quale aveva affermato che il segretario della Cgil, allora Cofferati,
          «aveva responsabilità oggettiva» nell’omicidio di Marco Biagi.
          Una decisione pesante.
          «Nel merito questa affermazione si commenta da sola. Per quanto attiene
          l’insindacabilità del parere di un parlamentare osservo che per avere piena responsabilità degli atti ci vuol anche la definizione di un limite, di un criterio,
          altrimenti l’insindacabilità diventa tutto e il contrario di tutto e uccide ogni responsabilità personale».