“Intervista ” Disney: «L’Italia è più avanti di Germania e Francia»

16/09/2003




16 Settembre 2003

intervista
Luigi Grassia

LO STUDIOSO BRITANNICO OGGI A TORINO ALLA IV CONFERENZA ANNUALE DELL’ISTITUTO CERP
«L’Italia è più avanti di Germania e Francia»
Disney: ma le misure previste dalla riforma Dini devono essere ugualmente accelerate

«Berlino non fa altro che introdurre il contributivo e Parigi fa anche meno
Roma non aspetti il 2015 per l’equilibrio finanziario»


PROFESSOR Disney, qui in Italia larga parte della sinistra e i sindacati di ogni colore dicono che gli altri Paesi stanno facendo riforme delle pensioni che a noi non servono, perché abbiamo già fatto la Dini; mentre la maggioranza di governo (ma non tutta) e la Confindustria affermano che il sistema non è sostenibile. Da osservatore britannico imparziale, secondo lei chi ha ragione?
«Da britannico» risponde Richard Disney, esperto di previdenza dell’università di Nottingham, che partecipa oggi, presso il Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, alla IV Conferenza annuale dell’istituto Cerp diretto da Elsa Fornero, «osservo innanzitutto che i nostri due Paesi sono quelli che per primi e da più tempo hanno affrontato il nodo della previdenza, anche se con esiti per ora diversi, mentre altri grandi Paesi stanno appena cominciato ora ad occuparsene. Storicamente il sistema italiano è stato molto generoso e ha obbligato i politici e i sindacati a prendere atto, fin dai primi Anni 90, che mancava di sostenibilità finanziaria. Due importanti riforme nel 1992 e ‘95, ultima quella di Dini, hanno cambiato le cose nella direzione giusta, ma con una lunga fase intermedia, perché le novità non andranno pienamente ad effetto prima del 2015. Fino ad allora non ci sarà equilibrio finanziario, perché il sistema previdenziale italiano è ancora troppo generoso. Perciò cresce il numero di chi pensa che si debba fare qualcosa qui e ora: accelerare gli effetti della riforma Dini, posticipare l’età del pensionamento e così via. Forse altri Paesi mediterranei sono ancora un passo indietro rispetto all’Italia e non hanno raggiunto il momento in cui si è obbligati ad agire, ma in Italia non è così».
Se paragona invece l’Italia con la Francia e la Germania, che stanno avviando importanti riforme delle pensioni, qual è il Paese che le sembra esca meglio dal confronto?
«Anche rispetto a Francia e Germania, l’Italia è stata costretta a muoversi prima, perché qui la questione previdenziale si poneva in termini più gravi e urgenti. Adesso, invece, essendosi mossa con dieci anni di anticipo, l’Italia sta meglio dei due grandi vicini».
Ma intende dire che sta meglio adesso o che starà meglio anche dopo che saranno partite la riforma francese e quella tedesca?
«Credo che l’Italia sia più avanti, non dico abbastanza avanti rispetto alle sue vere necessità, ma più avanti di quanto si propongono di fare le riforme francese e tedesca. A ben guardare, Parigi sta solo cercando di rendere meno generoso, tra fortissime resistenze politiche, il trattamento dei dipendenti pubblici avvicinandolo a quello dei privati, e questo in Italia è già stato fatto negli Anni 90. La Germania sta introducendo un sistema in cui le prestazioni previdenziali siano più strettamente correlate ai contributi effettivamente versati, e anche questa è una cosa che la riforma Dini ha già avviato. Poi torno a ripetere che la Dini va ad effetto troppo lentamente, ma in termini di contributo intellettuale alla soluzione del problema direi che le riforme in Francia e Germania sono indietro rispetto all’Italia».
Questo vuol dire che noi, per adesso, siamo a posto?
«No, per ragioni demografiche e di altro genere l’Italia deve comunque muoversi con urgenza, ma non mi pare davvero che abbia granché da imparare dalla riforma previdenziale francese e da quella tedesca».
Le proposte del governo non sono state ancora formalizzate; ne sanno poco gli italiani e meno ancora ne sapranno i britannici. Ma sull’incentivo proposto da Maroni lei che dice?
«Non credo che possa essere efficace. Forse per incoraggiare un pensionamento tardivo sarebbe più utile offrire un aumento dell’assegno futuro, diciamo del 10%, ma l’entità del dare e dell’avere andrebbe calibrata con molta attenzione per ottenere davvero dei benefici».