“Intervista” Dini: L’ex ministro contro quota 95

20/07/2007
    venerdì 20 luglio 2007

    Pagina 2 – Economia

      L´INTERVISTA

      L’ex ministro contro quota 95. "Io traghettatore verso il voto? Non tramo contro il governo"

        Dini: "Se cediamo alla sinistra
        prima o poi saliranno le tasse"

          ELENA POLIDORI

            ROMA – «Quota 95? Se è così, per l´amor di Dio: facciamo passi indietro ogni volta che si incontrano», sospira Lamberto Dini, senatore della Margherita e «padre» della riforma pensionistica del 1995. «Dai colloqui che ho avuto doveva essere 96 o 97».

          Ma non sarà proprio lei che finisce per pugnalare il governo?

            «Questa è una grossa stupidaggine perché sulla necessità di alzare l´età pensionabile si è pronunciato l´80% della coalizione: Fassino, D´alema, Rutelli, Franceschini, Marini, la stessa Bonino. Perché si tira in ballo me?».

            Perché ha minacciato di votare contro.

              «Io ho espresso un´opinione che è condivisa: va bene addolcire lo scalone che è iniquo, purchè non comporti un aumento degli oneri a carico dei contribuenti. A meno che non si pensi che nel governo devono comandare Rifondazione e i sindacati, gli altri sono tutti d´accordo con questa impostazione».

              La destra appoggia la sua battaglia sulla copertura finanziaria. Che effetto le fa?

                «Non solo la destra, ma anche D´Alema che me lo ha ripetuto oggi. La stessa cosa poi la chiede Padoa-Schioppa».

                Con Berlusconi ci parla? Da quanto non ci parla?

                  «Da molto tempo non gli parlo. E non sono stato a cena in casa di nessuno, tantomeno di Gianni Letta. Se qualcuno pensa che io stia tramando con Berlusconi contro il governo, sbaglia: io non tramo. Detto questo, ho sempre avuto con il presidente rapporti cordiali».

                  Ora la candida come «traghettatore» verso il voto…

                    «Bontà sua. Certo non sono stato consultato».

                    Lei ha fatto la vecchia riforma. A quei tempi, com´era trattare?

                      «Difficile, duro ma anche costruttivo. I sindacati erano disponibili a considerare l´interesse generale e non solo quello dei pensionandi. Oggi non mi pare che sia così».

                      Come le pare che sia?

                        «C´è Rifondazione: i sindacati temono di essere scavalcati a sinistra e diventano più aggressivi nella difesa di posizioni corporative. Dell´interesse generale non si curano, pensano solo allo scalone».

                        Perché il suo superamento era nel programma dell´Unione, insieme ad altre postille.

                          «Già. Ma nel dodecalogo se ne parlava solo nei limiti delle compatibilità finanziarie».

                          Prodi e il negoziato: lei lo capisce o lo compiange?

                            «Lo capisco. E capisco pure i leader di Rifondazione che temono di essere scavalcati dalla loro stessa base. Solo così si spiegano le contestazioni di Bertinotti alla Fiat».

                            Com´è, secondo lei, questa base?

                              «E´ lo zoccolo duro della protesta sociale. Gli anti-americani, i no global e i movimenti vari, cioè appunto la base su cui gli esponenti di Rifondazione sono stati eletti in Parlamento»..

                              Quanto tutti questi scaloni, scalini, quote s´incartano tra loro fino al punto che nessuno capisce più nulla?

                                «A me sembra semplice. L´aritmetica la sanno fare tutti: tanti anni più tanti contributi pagati».