“Intervista” De Sole: «Lasciateci l´autonomia e noi restiamo alla Gucci»

21/02/2003

21 febbraio 2003

 
 
Pagina 35 – Economia
 
 
La coppia d´oro del lusso internazionale mette a tacere le voci sul presunto addio all´azienda fiorentina: Ppr è l´azionista, non ha interesse a gestire
"Lasciateci l´autonomia e noi restiamo alla Gucci"

De Sole: io e Tom Ford, nessun problema con Pinault
          un anno difficile Nel 2002 i margini si sono ridotti ma la società continua a fare un mare di profitti
          il cuore italiano Pelle, borsette e scarpe si producono qui: il beneficiario del nostro sviluppo è l´Italia
          l´incognita guerra L´incertezza sulla crisi irachena deprime i consumi: a New York i negozi sono vuoti

          GIOVANNI PONS

          MILANO – «Tom Ford e io siamo legatissimi alla Gucci, l´azienda nel 1994 era vicina alla bancarotta e ora ha un valore enorme. Se la nostra autonomia gestionale non verrà intaccata siamo disposti ad andare avanti ben oltre il 2004». La dichiarazione di Domenico De Sole, da nove anni presidente e amministratore delegato del Gucci Group e da 20 nell´azienda fiorentina, dovrebbe restituire un po´ di serenità agli investitori di Borsa che negli ultimi giorni hanno temuto un abbandono anzitempo della coppia che ha fatto della griffe un fenomeno internazionale. Era stato il Wall Street Journal la settimana scorsa a gettare un´ombra sui rapporti tra "Dom e Tom" – questo il nome di battaglia che il mondo della moda ha affibbiato alla coppia di ferro della maison – e François Pinault, il tycoon proprietario di Pinault-Printemps-Redoute (Ppr) e azionista al 60% del gruppo fiorentino. Ma gli incontri degli ultimi giorni pare abbiano appianato tutto e De Sole, pur senza sbilanciarsi fino in fondo, parla come se il suo lavoro alla Gucci fosse solo all´inizio.
          Allora avvocato, i contrasti con Pinault sono rientrati?
          «In realtà c´è stata un´amplificazione dei problemi difficile da spiegare. Il gruppo Ppr è azionista della Gucci e non ha interesse a gestire l´azienda, come ha detto anche di recente Serge Weinberg. Finora ha sempre rispettato l´autonomia del management e se le cose continueranno in questo modo non vedo ostacoli al prosieguo della nostra collaborazione».
          Cosa intende in concreto per rispetto dell´autonomia gestionale?
          «Ppr nomina la metà dei rappresentanti del supervisory board della Gucci, l´organo che su proposta del management definisce le strategie del gruppo. Se volevano ostacolarci avrebbero già potuto farlo. Credo invece che la Gucci nei prossimi anni sarà decisiva per Ppr, che ha scelto di concentrarsi su retail e luxury».
          Ma se nel marzo 2004 gli investitori aderiranno all´Opa che Ppr si è impegnata a lanciare Gucci uscirà dalla Borsa. Continuerete anche in quel caso?
          «Come ho detto prima l´importante è che sia garantita l´autonomia nella gestione. Se questa condizione sarà assicurata anche in futuro potremo continuare a lavorare in una Gucci totalmente controllata da Ppr. La quale, a sua volta, essendo quotata in Borsa, dovrà rispondere ai suoi azionisti indipendenti».
          Dica la verità: in cuor suo spera che l´Opa di Ppr a 101,5 dollari vada deserta.
          «Non è esatto. Gli investitori istituzionali prenderanno una decisione economica che dipenderà da due fattori: la guerra e l´andamento dei conti della Gucci nel 2003. Se nei prossimi mesi l´incertezza economica dovuta alla possibile guerra in Irak verrà meno l´economia mondiale potrebbe tornare a respirare».
          Gli investitori sono preoccupati per il rilancio di Yves Saint Laurent, che procederebbe a rilento. È vero?
          «Vorrei chiarire una cosa. Il 2002 è stato un anno difficile per la Gucci ma solo in termini relativi. Il margine operativo lordo della divisione Gucci nel 2002 è sceso al 28% contro il 30% del 2001. La società continua a produrre una marea di profitti pur se in misura un po´ inferiore rispetto agli anni passati. Aggiungo che non c´è stato rilancio di marchio nel mondo della moda che abbia avuto più successo di Ysl: nel 2002 abbiamo avuto 123 copertine fashion da parte dei media».
          Il segreto di questo rilancio?
          «Fortissimo talento creativo da parte di Tom e del suo team di stilisti, elevata disciplina sui costi, controllo diretto del marchio, produzione di pelletteria e scarpe in Italia dove la lavorazione è di alta qualità. Il consumatore orientale vuole comprare il made in Italy o il made in France».
          Continuerete ad aprire nuovi negozi anche in questa fase di crisi?
          «Il network di Ysl, con 43 negozi nel mondo, è ancora piccolo rispetto a quello di Gucci, che ne conta 163. Dobbiamo ancora entrare a Beverly Hills e Hong Kong. Il motore della redditività sono i negozi di proprietà, è lì che si fanno i margini. Negli ultimi due anni abbiamo investito 600 milioni di euro tra nuovi negozi e stabilimenti produttivi».
          Ricadute positive per il sistema Italia?
          «Tutta la pelletteria, la borsetteria, le scarpe dei nostri marchi è fatta da imprese italiane. I due poli produttivi sono la Toscana e il Veneto con 2.200 dipendenti diretti e un indotto enorme. L´abbigliamento si fa parte in Italia e parte in Francia. Gli orologi in Svizzera. Il vero beneficiario della nostra espansione è l´occupazione italiana».
          Gucci ha in cassa 1,6 miliardi di euro. Siete interessati a nuove acquisizioni?
          «Nel giro di 18 mesi abbiamo acquistato un numero elevato di nuovi brand. Ora ne abbiamo nove e il nostro maggiore impegno è farli funzionare bene. Il difficile non è fare acquisizioni ma integrare le aziende rendendole profittevoli. Solo se sul mercato si presentasse qualcosa di veramente appetibile saremmo interessati».
          E che cosa farete con la liquidità?
          «Non escludo, prima o poi, che possa essere restituita agli azionisti».
          Previsioni per questo difficile 2003?
          «L´incertezza sulla guerra è l´elemento che più deprime i consumi di lusso. Il week-end scorso ero a New York e i negozi erano vuoti rispetto a un anno fa. I beni di lusso sono ancora forti ma il momento economico è molto difficile».