“Intervista” Damiano: servono più premi a chi merita

16/04/2007
    domenica 15 aprile 2007

      Pagina 8 – Primo Piano

        IL MINISTRO

          Damiano: il sindacato deve capire
          che servono più premi a chi merita

            Sergio Rizzo

              ROMA – Cesare Damiano afferma di essere «fra quelli convinti che il Partito democratico si debba fare con una radice profonda nel lavoro». Il che significa, per il ministro del Lavoro, «continuare nel solco di una tradizione riformista di sinistra e del cattolicesimo sociale».

              Obiettivo ambizioso. Ma non trova deprimente che intanto ci si accapigli sul tesoretto?

              «Faccio politica da tanto tempo e purtroppo sono abituato a queste cose. Il governo ha aperto un percorso di concertazione con le parti sociali e adesso ha il dovere di chiuderlo».

              Sul pubblico impiego c’è già un bell’ostacolo. Il sindacato ha prima firmato un memorandum che introduce elementi di meritocrazia, ma quando si è tradotto in direttiva ha proclamato lo sciopero.

              «Il governo non ha alcuna intenzione di restringere l’area della contrattazione decentrata. C’è sicuramente l’intenzione di non distribuire risorse a pioggia, ma secondo il merito e il risultato. Questo principio sarà rispettato».

              Si parte comunque in salita.

              «Ci saranno risposte su tutti i tavoli. Per lo sviluppo e la competitività penso per esempio a incentivare il salario di produttività nella contrattazione aziendale. Dal 1993 esiste il premio di risultato, che è fiscalmente alleggerito fino a un massimo del 3% della retribuzione. Quel tetto si potrebbe alzare, evitando però che il salario aggiuntivo non valga sotto il profilo previdenziale».

              C’è chi si aspetta interventi profondi anche nel campo degli ammortizzatori sociali.

              «Abbiamo un sistema di tutele che risale agli anni Sessanta, che va verso la grande impresa e non verso la piccola, e verso il lavoro stabile anziché quello discontinuo. Per questo vogliamo un sistema di coperture universali per le persone che perdono il lavoro, ma a una condizione, anche questa di carattere molto riformista ed europeo».

              E sarebbe?

              «A chi beneficia dell’indennità di disoccupazione dev’essere offerta la formazione e possibilmente un nuovo posto: ma chi rifiuta il reimpiego perde l’assegno. Al lavoratore va detto chiaramente che la tutela comporta obblighi».

              Ma questo principio non è già nella legge Biagi?

              «Peccato che nei fatti non funzioni così. Bisogna potenziare il sistema territoriale dei servizi per l’impiego perché diventino il luogo dell’incontro fra domanda e offerta di lavoro e cambi la cultura del lavoro e dell’impresa».

              I sindacati non vogliono nemmeno l’adeguamento dei coefficienti previdenziali nonostante abbiano sottoscritto l’applicazione integrale della riforma Dini.

              «Lei sa che ho passato 30 anni in Cgil. Sono stato un dirigente sindacale riformista».

              Perciò le chiedo se non crede che il sindacato debba mostrare più senso di responsabilità.

              «So che la contrattazione è un esercizio paziente di ricerca di equilibrio. E so che il governo ha il diritto-dovere di ricercare un accordo e poi se l’accordo non si raggiunge, di decidere. Il sindacato è stato agente di trasformazione molto importante, e non senza coraggio, come nel caso della legge Dini sulla riforma delle pensioni. Se lo ricorda che gli statali andavano in pensione dopo 19 anni 6 mesi e un giorno?»

              Uno scandalo.

              «Quel sistema non era giusto ed è stato totalmente equiparato al sistema privato grazie alla concertazione. Poi si è passati al sistema contributivo. Penso che oggi sia necessario fare un ulteriore passo. E sono ottimista: anche le cose che sto dicendo mi pare comincino a farsi strada».

              Dieci anni fa la sinistra riformista diceva: meno ai padri, più ai figli. E ora?

              «C’è un problema: la rivalutazione delle pensioni più basse. Ma abbiamo certamente anche il dovere di aiutare l’anello debole del mercato del lavoro, i giovani che hanno impieghi discontinui».

              In che modo?

              «Incentivando il riscatto degli anni di laurea. E consentendo la piena ricongiunzione dei contributi previdenziali. Tutto ciò che un giovane versa va compreso in un unico conto corrente che alla fine si trasformerà in pensione. Senza far correre il rischio ai nostri figli di perdere i versamenti frazionati. Ed evitando il paradosso che quei soldi risparmiati vadano a vantaggio dei lavoratori più anziani».