“Intervista” Damiano: «riformiamo il mercato del lavoro»

23/07/2007
    domenica 22 luglio 2007

    Pagina 6 – Economia

    L’Intervista
    Cesare Damiano

      «Adesso riformiamo
      il mercato del lavoro»

        di Roberto Rossi

        «Una misura di giustizia», «un compromesso qualitativamente molto alto». Un risultato, però, non facile «siamo stati molto vicini alla rottura». Eppure la riforma delle pensioni, approvata dai sindacati lo scorso venerdì, «la più importante innovazione sociale» degli ultimi decenni è in qualche modo archiviata. Si guarda avanti, alla prossima salita: il mercato del lavoro, la legge 30 o legge Biagi. Lunedì sarà oggetto di un primo incontro fra sindacati e il ministro del Lavoro Cesare Damiano.

        Ministro Damiano, ieri le pensioni domani la riforma del mercato del lavoro. Non c’è tregua. Che cosa sarà proposto al tavolo?

          «Un testo complessivo, che completa tutto ciò che abbiamo definito. Naturalmente ci saranno le parti relative alla competitività e agli straordinari, alla legge Biagi. Sono proposte di miglioramento del mercato del lavoro che tengono conto sia dell’esigenza di flessibilità del sistema delle imprese sia della necessità di una migliore tutela dei lavoratori».

          Tra le proposte c’è anche l’irrigidimento dell’uso del contratto a termine, uno dei capisaldi dell’attuale norma?

            «Ci sono tutta una serie di proposte volte a combattere gli abusi e a migliorare i percorsi di stabilizzazione che fanno parte della politica di questo governo».

            Con queste proposte si accantona la legge 30?

              «La legge Biagi come è scritto nel programma non intendiamo cancellarla. Naturalmente vogliamo eliminare le forme più precarizzanti. Ma anche limitare l’uso scorretto del contratto a tempo determinato».

              Crede che l’intesa trovata sulle pensioni rassereni il clima anche su questo argomento?

                «Io me lo auguro. Anche perché sui vari argomenti abbiamo avuto confronti approfonditi con tutte le parti sociali. Naturalmente qualsiasi accordo produce consenso e dissenso. Ma questo è nella natura delle cose».

                Per molti però la partita pensioni non è chiusa. Franco Giordano, segretario di Rifondazione Comunista, ha dichiarato che la partita resta apertissima. Secondo lei è così?

                «Per quanto riguarda il governo gli accordi si fanno una volta sola e noi lo abbiamo fatto con il sindacato. Mi auguro che ci sia un forte senso di responsabilità perché se si tira troppo la corda si rischia di compromettere la più importante azione a vantaggio dello stato sociale prodotta da qualche decennio a questa parte. E si corre il rischio di compromettere i benefici della parte più debole che si vuole tutelare. I pensionati con le pensioni basse, i giovani con il lavoro discontinuo, le donne che faticano ad entrare nel mercato nel lavoro e gli ultra cinquantenni che perdono il posto».

                Non teme una battaglia emendativa in sede di discussione della Finanziaria?

                  «Noi non seguiremo quella strada. Noi difenderemo in modo intransigente il compromesso che abbiamo concordato».

                  L’economista Francesco Giavazzi ha scritto, invece, sul Corriere della Sera che questa è una riforma che guarda al passato. Che cosa risponde?

                    «Mi spiace che Giavazzi, che è un fine commentatore, non colga gli elementi fortemente innovativi di questa proposta che coniuga il rispetto verso il lavoro con l’equilibrio dei conti. È una critica infondata. Il sistema pensionistico italiano, già cambiato con le riforme degli anni ‘90, aveva bisogno di una manutenzione che da una parte ha impedito quel salto iniquo tra i 57 e i 60, ma dall’altra non ha nascosto l’esigenza di alzare, seppure con gradualità, l’età pensionistica».

                    Torniamo alla notte delle trattative. È stata una notte lunga e faticosa…

                      «Molto faticosa».

                      L’accordo è stato firmato alle 6,30 della mattina. Come fate a resistere in queste occasioni?

                        «Un po’ d’acqua, poco cibo e tanta tensione. Che, come mi è capitato, ti tiene sveglio anche 48 ore di fila».

                        Qual è stato il momento più difficile?

                          «Quando siamo stati vicini alla rottura».

                          E quando?

                            «Poco prima delle quattro. Quando si fa una trattativa come Dio comanda, il rischio c’è».

                            Su che cosa non si era trovata l’intesa?

                              «La rottura riguardava essenzialmente il meccanismo che sostituisce lo scalone».

                              È stata la Cgil?

                                «Il problema riguardava tutti. Poi al massimo della tensione ha prevalso il senso di responsabilità e l’accordo è filato liscio».

                                Di questa riforma appena firmata qual è la cosa che le è piaciuta di più?

                                  «Ci sono tante cose che mi piacciono. Sicuramente la parte dedicata ai lavori usuranti è importante. Il vecchio testo Salvi è rimasto fin qui lettera morta. Invece con questa soluzione, che io ho fortemente appoggiato, si sono destinati in dieci anni 2,5 miliardi di euro per consentire l’uscita anticipata di tre anni a coloro che svolgono effettivamente un lavoro faticoso: circa 5mila persone all’anno. E questo introduce un elemento di equità e giustizia e riconosce per la prima volta questa distinzione».

                                  Qual è la cosa che non avrebbe inserito nel testo dell’accordo?

                                    «Quando faccio un accordo non subisco. Tutto quello che c’è è anche farina del mio sacco».

                                    Le giro la domanda. Che cosa avrebbe voluto migliorare se avesse avuto più risorse?

                                      «Se avessimo avuto più risorse le avrei dirottate sulle pensioni basse e sui giovani. Ai quali, tra l’altro, viene destinato il 75% dei 2,5 miliardi di euro».

                                      Il prossimo autunno ci sarà il referendum tra i lavoratori e pensionati. Teme questa consultazione?

                                        «Il referendum è un problema che rientra nella sfera dell’autonomia sindacale».

                                        Rappresenta comunque un segnale anche per il governo?

                                          «È chiaro che mi auguro che questo referendum confermi questo risultato. Io sono sicuro che lo farà».

                                          L’accordo firmato venerdì mattina servirà anche a rafforzare la coalizione di governo?

                                            «Sì, è un fatto incontrovertibile. Questo accordo rafforza molto il governo. Soltanto un cieco non lo vedrebbe. Purtroppo ci sono».