“Intervista” Damiano: «L’accordo si farà»

02/07/2007
    sabato 30 giugno 2007

    Pagina 8 – Economia

    L’Intervista

      Damiano: «L’accordo si farà
      perché non c’è alternativa»

        Il ministro: «Normale che si manifestino opinioni diverse
        Da parte nostra nessuna intenzione di prendere tempo»

          di Giampiero Rossi / Milano

          FATICA Sarà per la lunga esperienza nel sindacato o perché è un piemontese autentico, ma Cesare Damiano è un instancabile “tifoso” della contrattazione, del confronto, delle soluzioni condivise. E non rinuncia al suo cauto ottimismo neanche di fronte alla spinosa questione della riforma previdenziale. Ma al tempo stesso tiene a chiarire a tutte le parti in causa che senza un accordo «resta lo scalone di Maroni». E questa prospettiva non piace a nessuno dei protagonisti del negoziato.

          Ministro Damiano, il Dpef è fatto, ma già il commissario europeo agli Affari economici e monetari, Joaquin Almunia, ha espresso «profonda preoccupazione per il limitato consolidamento pianificato per il 2008 e gli anni successivi». Che cosa pensa di questa osservazione?

            «Se il commissario Almunia intende dire che tutte le risorse aggiuntive debbano essere destinate all’obiettivo del risanamento del debito penso che si sbagli. Il governo italiano ha compiuto la scelta, che io personalmente condivido a pieno, di utilizzare quelle risorse per sanare il debito ma al tempo stesso per finanziarie misure di investimento sociale e per lo sviluppo».

            A prescindere dal giudizio di Bruxelles, che bilancio trae da queste giornate di confronto con le parti sociali?

              «La mia è una valutazione molto positiva, perché abbiamo raggiunto risultati importanti dopo un lungo percorso di concertazione: dai tavoli formali di marzo agli incontri informali e tecnici con i sindacati e tutte le associazioni imprenditoriali. C’è stato, insomma, un grande lavoro di preparazione e adesso ne raccogliamo i frutti, dimostrando una grande coerenza tra i risultati raggiunti e il programma di governo».

              A che cosa si riferisce, in concreto?

                «Per esempio al fatto che il Dpef accoglie misure a vantaggio dello stato sociale e della competitività: 2,5 miliardi di euro netti già nel 2008. È il segno di una grande svolta, iniziata con la legge finanziaria, che trova oggi il suo compimento e che consolida, dopo la fase del risanamento, la convinzione che lo sviluppo qualitativo del paese si deve basare sull’equità».

                Quali sono i punti qualificanti del “pacchetto Damiano” sullo stato sociale?

                  «Intanto il metodo, perché siamo arrivati a scelte condivise dalle parti sociali ed emerse grazie a un confronto vero. Nel merito, poi, abbiamo stanziato, già nel 2007, 900 milioni di euro come anticipo per le pensioni più basse, per le quali vogliamo considerare in modo particolare i contributi versati, e poi abbiamo stanziato risorse “una tantum” per la creazione di fondi per il credito rivolti ai giovani lavoratori parasubordinati e autonomi e per le donne».

                  Vi siete dunque concentrati su giovani e anziani?

                    «Diciamo che questa manovra va soprattutto a vantaggio degli anelli più deboli della nostra società: gli anziani con le pensioni più basse e i giovani con lavori discontinui. In particolare 1,3 miliardi per l’aumento delle pensioni e 600 milioni per i giovani: con il miglioramento delle tutele previdenziali e del mercato del lavoro. Per i giovani abbiamo previsto la totalizzazione dei contributi, il riscatto più favorevole degli anni di università e i contributi figurativi per le fasi di disoccupazione. E non dimentichiamo che oltre a ciò il governo ha deciso anche di stanziare 700 milioni per gli ammortizzatori sociali e 300 milioni per la competitività».

                    Però non siete riusciti a chiudere la partita della riforma previdenziale e avete dovuto optare per la soluzione dello stralcio…

                      «Quattro mesi di negoziato hanno permesso di risolvere tanti problemi. Sul cosiddetto “scalone” invece ancora non siamo arrivati a una soluzione condivisa. Mi sembra del tutto normale che si sia sospesa la trattativa fino alla settimana prossima e deciso di fare prima, come previsto, il Dpef. È anche un modo per comunicare alle parti sociali che noi vogliamo essere coerenti erogando le risorse dello Stato per dare seguito agli impegni definiti».

                      Ma adesso, secondo lei cosa succederà?

                        «Ripartiremo da due appuntamenti: da una parte il tavolo tecnico per definire la platea alla quale destinare la ridistribuzione delle nuove risorse per integrare le pensioni più basse e considerando di contributi versati, che verranno erogate a ottobre in un unica soluzione; dall’altra riprenderemo la discussione sullo “scalone”. Il governo ha già fatto sapere che, oltre ai 2,5 miliardi già stanziati, mette a disposizione altre risorse ricavate da misure di risparmio sul sistema previdenziale per ammorbidire quel salto di tre anni sull’età pensionabile, che non abbiamo mai condiviso».

                        Ma dati questi punti di partenza e le lacerazioni che si sono manifestate, tutte nel campo della sinistra, sia nel governo che nel sindacato, secondo lei quale potrebbe essere lo scenario alla ripresa del confronto?

                          «Resto convinto che vi sia la possibilità di raggiungere un accordo. Trovo del tutto normale che vi siano opinioni diverse su un tema così importante. Detto ciò, il governo non può che ribadire che le risorse a disposizione – e quelle da reperire – sono quelle che abbiamo illustrato. Valuteremo insieme quale soluzione tecnica sia più opportuna: scalini o quote, il governo non è pregiudizialmente contrario, purché si tenga conto delle risorse disponibili».

                          Ma non rischia di diventare un tormentone che si protrae ancora a lungo?

                            «Da parte nostra non c’è nessuna intenzione di prendere tempo, anzi per noi prima si chiude e meglio è. Il governo ha tutte le intenzioni a raggiungere quanto prima un accordo. Anche perché, è bene ricordarlo ancora una volta, in assenza di un accordo resta in vigore lo scalone voluto dal mio predecessore. E dobbiamo fare ogni sforzo per evitare che ciò accada».

                            E se invece non riusciste a trovare un accordo per superare lo scalone, quanti sarebbero i lavoratori interessati dallo slittamento della loro età pensionabile prevista dallo scalone di Maroni?

                              «Secondi i dati forniti dall’Inps, nel 2008 sarebbero 129.500, di cui 43.000 lavoratori autonomi e 86.500 lavoratori dipendenti del settore privato. A questo calcolo dovremmo poi aggiungere i dati relativi ai dipendenti pubblici. Ma io resto convinto che riusciremo a evitare che ciò accada: faremo l’accordo».