“Intervista” D’Amato: «Un messaggio di verità sui conti»

05/09/2002




        Giovedì 5 settembre 2002

        INTERVISTA

        D’Amato: difficile raggiungere lo 0,8% di Pil
        La situazione dell’economia non è allegra, il Governo ha la responsabilità di agire ora



        «Un messaggio di verità sui conti»
        di Roberto Napoletano

        Presidente, è vero che in tutto il mondo l’economia si è fermata?
        Il quadro è tutt’altro che buono. Le stime sull’andamento del prodotto interno lordo dei diversi Paesi europei e dei grandi leader mondiali vengono corrette continuamente al ribasso. L’economia americana ha saputo reagire al crollo delle torri gemelle con le armi della politica monetaria e un robusto programma di spesa pubblica reso possibile dal forte avanzo di bilancio che aveva accumulato, ma sconta la crisi di fiducia che ha colpito gli investitori anche a causa dei numerosi scandali finanziari.
        La caduta delle Borse non deprime solo i listini, ma incide inevitabilmente anche sui consumi e, quindi, sull’economia reale?
        Senza dubbio, così come i consumi furono trainati verso l’alto negli anni del boom di Borsa. Ma c’è anche un’altra cosa su cui riflettere…
        Quale?
        La minore spinta propulsiva degli Stati Uniti mette ancora più in evidenza la sostanziale incapacità dell’Europa di ritagliarsi uno spazio competitivo e un suo ruolo nella creazione dello sviluppo internazionale. La stessa Germania sta cercando faticosamente di strappare uno 0,6-0,7% di crescita del Pil nel 2002 e, per quanto riguarda l’Italia, sarà difficile quest’anno raggiungere il traguardo dello 0,8 per cento. Ciò risulterà con chiarezza dalle analisi e le stime che il Centro studi di Confindustria presenterà la settimana prossima, proprio l’11 settembre.
        Tutti i Paesi correggono le previsioni meno l’Italia. Berlusconi e Tremonti sono più bravi degli altri o hanno qualche difficoltà a restare con i piedi per terra?
        Purtroppo, in casa nostra si è registrato un significativo cambiamento di clima, direi quasi di atteggiamento morale. Con la finanziaria dell’ultimo Governo Amato si è simbolicamente chiuso un decennio in cui gli italiani si sentivano impegnati in una politica di rigore e di risanamento.
        Che cosa ha fatto di così grave il Dottor Sottile? Una finanziaria largamente distributiva: si sono messi sul tavolo 30mila miliardi di vecchie lire e, ciò che più conta, si è data la sensazione ai cittadini e alle imprese che la stagione dei sacrifici appartenesse definitivamente al passato. In questo modo, non solo si sono create le premesse di quel buco che ha fortemente minato i conti del 2001, ma si sono poste le condizioni perché si tornassero ad avanzare rivendicazioni di sconti e vantaggi distributivi e non ci si sentisse più impegnati sull’obiettivo di una seria e costante riduzione di quel debito pubblico che in Italia è oltre il doppio degli altri Paesi.
        È vero che il Governo Amato ha abolito i ticket sanitari, ma fino a prova contraria il Governo Berlusconi è in carica da più di un anno..
        Probabilmente il Governo Berlusconi avrebbe dovuto prendere le misure necessarie a fronteggiare il cambiamento di quadro dell’economia internazionale con più tempestività, avrebbe dovuto dare inizio subito a una politica di maggiore rigore, anche se il buco ricevuto in eredità è emerso in tutta la sua dimensione solo in questi ultimi mesi. L’11 settembre ha fortemente cambiato il contesto globale dell’economia incidendo sui tassi di crescita e, di conseguenza, sui flussi di cassa che hanno risentito del minore gettito fiscale. Un contesto così diverso dal previsto avrebbe richiesto una manovra di correzione che non è stata fatta.
        Mi scusi presidente, ma se le cose stanno così non si sente in colpa per avere dato credito a un Governo che continua a dispensare ottimismo su conti e ripresa?
        Credo sia giusto dare a un Governo che si insedia, lo avevamo già fatto con chi lo ha preceduto, una apertura di credito. A maggior ragione, se si tratta di un Esecutivo a inizio legislatura. Il primo anno può essere anche speso a prendere le misure, ma il secondo deve essere l’anno della svolta. Va detto, però, che in questo primo anno è stato condotto in porto un significativo processo di cambiamento strutturale che va sotto il nome di Patto per l’Italia e rappresenta una delle più importanti riforme del mercato del lavoro degli ultimi decenni. Questa intesa va attuata con grande incisività nel corso delle prossime settimane perché costituisce una risposta strutturale per accrescere il tasso di competitività del nostro sistema industriale e, in generale, del nostro Paese.
        Tutto bene, allora?
        Occorre recuperare la consapevolezza che è iniziata una fase in cui non c’è più tempo da perdere, le misure che servono vanno necessariamente adottate. Come dire: le riforme già decise vanno attuate e quelle da fare non possono più attendere.
        Vuol dire che il Governo Berlusconi è fuori tempo massimo?
        No, siamo ancora in tempo. Però bisogna agire: ora, non domani. Guardi, questo Governo si è presentato agli elettori con un programma fondato sullo sviluppo, sulla ripresa degli investimenti, ma questo programma è inciampato in un crescendo oggettivo di ostacoli. Quello che conta ora è prendere atto della situazione e reagire.
        Non è più tempo di sanatorie, cartolarizzazioni e politiche una tantum?
        Appunto. Credo che sia arrivato il momento di un messaggio di verità. È importante in momenti difficili dare anche iniezioni di fiducia e di ottimismo, ma bisogna stare attenti a valutare e scegliere le misure necessarie per affrontare la gravità delle situazioni. L’Italia ha tutte le risorse per fare un salto di qualità nella crescita e nello sviluppo. Ha un ceto imprenditoriale molto forte, ha una grande capacità di lavoro, può ambire al timone della crescita in Europa. Perché ciò avvenga, però, ha bisogno che si investa in infrastrutture, in ricerca, nella scuola, in competitività. Insomma ha bisogno di quella politica della crescita che da troppo tempo in questo Paese è rimasta inattuata. Berlusconi può farcela, ma deve muoversi. A proposito di volontà, prendiamo il Patto per l’Italia firmato appena qualche mese fa. È vero che non ci sono le risorse per finanziare i nuovi ammortizzatori sociali e l’anticipo di riforma fiscale? Guardi, il Patto è importante, va attuato in modo assoluto perché è l’unica risposta non solo anti-ciclica messa in campo da questo Governo. È bene ricordare che in un quadro congiunturale in cui tutte le economie europee stanno registrando una fase di fortissima difficoltà, il nostro Paese con il Patto per l’Italia cerca di reagire in modo strutturale puntando su una vera riforma del mercato del lavoro, sulla riduzione delle pressione fiscale per le fasce deboli e sul rilancio degli investimenti.
        Ripeto: con quali soldi?
        Questo è il circolo vizioso dal quale il Paese deve uscire, e il Patto è lo strumento che può consentire di uscirne. Per troppi anni abbiamo rinunciato a investire in infrastrutture e in competitività perché i soldi non c’erano, e così si sono perse quote di mercato e posti di lavoro. Noi invece abbiamo bisogno di recuperare risorse che oggi sono stagnanti, sperperate da un apparato statale ancora abnorme e improduttivo, da uno stato sociale iniquo e inefficiente. La riduzione fiscale promessa alle fasce deboli è un intervento importante che deve sapersi accompagnare con un maggiore senso di responsabilità sulla politica dei redditi anche da parte dei sindacati.
        Pezzotta e Angeletti alzano il tiro. Hanno detto al Governo che non faranno sconti, l’inflazione programmata all’1,4% è troppo bassa. Si preannuncia una stagione di rinnovi contrattuali piuttosto calda. Preoccupato?
        Sono preoccupato dal rischio che all’interno del sindacato ci si faccia concorrenza su una politica rivendicativa che ci riporterebbe drasticamente indietro nel tempo, all’epoca in cui il salario era una variabile indipendente. Se la logica delle organizzazioni sindacali per conquistare più tessere è quella di farsi concorrenza sui soldi che si distribuiscono, senza preoccuparsi dell’inflazione e cioè del reale potere d’acquisto dei salari, non solo l’Italia non ha più alcuna possibilità di restare in Europa, ma perde anche l’opportunità di dare risposte vere a chi ancora oggi vive in effettive condizioni di marginalità.

        «Innoviamo insieme i modelli contrattuali»


        Pentito di avere perso per strada la Cgil? Rammaricato piuttosto che la Cgil abbia smarrito la strada. È la Cgil che ha scelto la via di una forte politicizzazione arrivando a dire che l’unico obiettivo possibile è quello della rottura con questo Governo. Per parte nostra, invece, siamo impegnati a dialogare con il sindacato. Per dire che cosa? Discutiamo di nuovi modelli contrattuali, di relazioni industriali. Continuiamo a innovare insieme per dare tutele agli esclusi, realizzare più opportunità di lavoro e di sviluppo. Il futuro del sindacato si costruisce disegnando e governando nuove relazioni industriali, non certo inseguendo tesserati al prezzo di assecondare antiche pratiche di rivendicazionismo salariale. La politica dei redditi, anche in anni recenti, ci ha insegnato che il tasso di inflazione programmata resta il modo migliore per tutelare il potere d’acquisto dei lavoratori. Solo tenendo l’inflazione, si tutelano davvero i salari e si crea l’opportunità di giocare la vera partita.
        Quale?
        Non tanto concentrarsi sull’aumento del salario, quanto moltiplicare il numero dei salari per famiglia, cioè creare nuova occupazione.
        Ne è così convinto?
        La lezione della politica dei redditi in questo Paese è un bene che appartiene alla sua coscienza nazionale. Ha garantito il rientro dall’inflazione e ha difeso il potere d’acquisto dei salari. Per la prima volta dal ’93 si apre una stagione in cui, con la volontà di tutti confermata il 5 luglio scorso, si potrà attuare una politica di tutti i redditi. Con il Patto per l’Italia viene assicurata, infatti, una forte riduzione fiscale che incide per l’1,5% sul monte retributivo e, quindi, per la prima volta la politica dei redditi viene attuata in un contesto di minori tasse sui salari. C’è una volontà del Governo di tenere sotto controllo l’inflazione e ci sono, quindi, tutte le condizioni per innescare davvero un ciclo virtuoso. Dentro la logica dell’accordo di luglio, lo ribadisco, siamo pronti a ridiscutere gli assetti contrattuali. Questa, più di altre, è la vera questione salariale italiana.
        La Cgil intanto ha già proclamato uno sciopero generale…
        Sembra che negli ultimi tempi non sappia fare altro. Non è di scioperi che l’Italia ha bisogno, ma di comportamenti responsabili e di vere riforme. Solo così si può dare lavoro a chi non ce l’ha.
        Torniamo alle riforme e al Governo. Blocco delle tariffe, programmi di liberalizzazione al palo. Scuola, sanità, pensioni e ricerca in mezzo al guado. Continuando a guadagnare tempo con la politica delle una tantum, di mediazione in mediazione, non c’è il rischio che Berlusconi sia costretto a rinunciare alla sfida riformista?
        C’è ancora una piccola finestra, va colta. Bisogna rilanciare le liberalizzazioni, è ora di riprendere in mano il testimone delle privatizzazioni perché è vero che il mercato langue ma è anche vero che in giro per il mondo ci sono molti capitali alla ricerca di buone occasioni. Ed è tempo di andare avanti con le riforme strutturali, recuperare rigore nelle tradizionali aree di spesa della finanza pubblica, mettere sotto controllo la spesa regionale impazzita, reintrodurre i ticket sanitari. Bisogna avere il coraggio di rompere il blocco amministrativo che impedisce alle grandi opere di decollare e prendere coscienza che, di devolution in devolution, è più probabile che i processi amministrativi si complichino invece di semplificarsi. Solo in questo modo, decidendo di scegliere, si potranno liberare risorse e energie per riformare la scuola, tornare a investire sul sapere come sistema Paese, creare occupazione e sviluppo.
        A proposito di finanza pubblica, non sono in pochi a mettere in discussione il patto di stabilità europeo. Vuole associarsi?
        L’Europa si trova davvero in una fase di grande difficoltà. È imperativo rilanciare la sua competitività e la sua capacità di sviluppo. Anche qui va compiuta un’operazione verità. Da troppo tempo l’economia europea ristagna, vive a rimorchio dell’economia americana. Ora che anche gli Stati Uniti sono in difficoltà, constatiamo ogni giorno di più la debolezza competitiva del nostro sistema europeo. E non penso che possiamo guardare con serenità al fatto che l’Europa appare ancora priva di strumenti e di politiche che consentano di affrontare l’emergenza mondiale. Troppe tasse e troppe rigidità, poca competitività e ancor meno coesione ideale, politica e istituzionale: l’Europa si presenta ancora così e ciò significa poco sviluppo, poca occupazione, forti divari regionali.
        È questa l’Europa che avevano in mente, se non Adenauer e De Gasperi, almeno il cancelliere tedesco, Helmut Kohl?
        L’Europa di Adenauer e di De Gasperi è un’Europa che seppe darsi dei valori e degli ideali forti e che seppe soprattutto attuare una politica di forte crescita negli anni della ricostruzione post-bellica. L’Europa di oggi è un’Europa che stenta a darsi ideali e valori condivisi. Ecco perché è di straordinaria importanza l’occasione offerta dalla Convenzione europea, anche se non mi sembra che venga vissuta all’interno dei singoli Paesi con quella tensione morale e civile che solitamente si avverte nelle grandi occasioni.
        Quale ruolo può svolgere l’Italia in questa partita? Un ruolo di grande importanza perché ha in questo momento l’opportunità di contribuire al rilancio della costituzione europea con il peso della sua storia di provata fede europeista e deve svolgere tale ruolo ancorandolo alla difesa dei grandi principi liberali.
        Mi scusi, non ha mai la sensazione che spesso, in Italia, tutto il dibattito europeo si riduca essenzialmente a una cosa: strappiamo una deroga al Patto, così risolviamo i nostri problemi di cassa? In un momento di crisi globale, soprattutto per un Paese come il nostro che negli ultimi quindici anni ha rinunciato a fare investimenti pubblici, non c’è dubbio che un parametro puramente ragionieristico di convergenza può anche essere vissuto come una camicia di forza. È in corso un ampio dibattito se sia necessario riscrivere il Patto o se il Patto abbia in sè quegli elementi di flessibilità necessari a fronteggiare la situazione attuale. Quello che conta è che qualunqe sia la flessibilità in più che si possa guadagnare rispetto ai vincoli di convergenza, questa flessibilità venga rigorosamente investita in aggiustamenti strutturali e in sviluppo anziché in politiche di distribuzione e di consenso. Insomma, riduzioni fiscali e rilancio degli investimenti secondo la logica del Patto per l’Italia. Lo sviluppo non si fa con i disavanzi pubblici. È un passaggio molto delicato, anche perché sento in giro un’aria che non mi piace.
        In che senso?
        In Italia, dal bonus fiscale in poi, stanno riprendendo corpo umori e sensazioni diretti ad alimentare l’illusione che siamo fuori dal tunnel della crisi finanziaria. Rischiamo di tornare ad essere il Paese degli assalti alla diligenza. Dobbiamo rientrare nella logica virtuosa di creare sviluppo e risorse per fare investimenti. Questa è la condizione per potere poi distribuire ricchezza. Siamo invece nella fase in cui tutti vogliono la distribuzione delle risorse dimenticandosi della crescita. In Europa siamo in buona compagnia: non è un mistero che Francia, Germania, Portogallo sono anch’essi in seria difficoltà. Però devo far notare che questi Paesi hanno uno stock di debito pubblico molto più modesto del nostro. È vero che sono in questo momento in una situazione congiunturale analoga a quella dell’Italia ma è anche vero che hanno una posizione strutturale migliore della nostra.
        Vuol dire che noi dobbiamo essere gli ultimi ad abbassare la guardia?
        Voglio dire che non possiamo semplicisticamente paragonarci a loro perché se, per disavventura, si rimettesse in moto un processo di crescita inflattiva o di disavanzi eccessivi, l’impatto sulla finanza pubblica italiana sarebbe devastante. La quantità di interessi da pagare crescerebbe in modo esponenziale e ci metterebbe fuori dall’Europa.