“Intervista” D’Amato: «Svolta storica per il lavoro, avanti sulle pensioni»

07/02/2003





venerdì 7 febbraio 2003

Il presidente della Confindustria: «Varate le norme volute da Biagi. Occupazione, serve l’impegno del Paese come per Maastricht»

«Svolta storica per il lavoro, avanti sulle pensioni»

D’Amato: le posizioni Cgil si sono confermate strumentali. Per la previdenza percorso da completare

      DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
      MOSCA – E’ in Russia come imprenditore privato e non come presidente della Confindustria. Ma la notizia rimbalzata dall’Italia sull’approvazione definitiva della riforma del mercato del lavoro è troppo golosa perché Antonio D’Amato non torni subito nei panni del numero uno degli industriali italiani, pronto a esprimere tutta la sua soddisfazione.
      E anche gli screzi con il governo sembrano, almeno oggi, accantonati.

      Allora presidente, una riforma che va nella direzione da voi indicata?

      «Certamente. Abbiamo discusso a lungo con il governo e con una parte del sindacato per definire queste modifiche. Non esagero se dico che si tratta della riforma più importante degli ultimi trent’anni nel campo del mercato del lavoro. Diventerà più flessibile, più dinamico, assicurerà una crescita occupazionale. Si va incontro ai problemi dei giovani disoccupati del Sud».

      Una riforma del mercato del lavoro è già stata fatta e porta il nome dell’allora ministro Tiziano Treu.

      «Sì, il pacchetto Treu ha avviato le modifiche in questo settore, ha contribuito a creare migliaia di posti di lavoro. Era però un attacco solo parziale al problema, un primo passo rispetto a quello che prevede la riforma attuale che porta giustamente il nome del professor Marco Biagi».

      Perché allora non si fece di più?

      «Perché ci fu il veto sindacale che non si riuscì a superare. Oggi questo tabù è caduto.
      Solo la Cgil si è opposta, ma l’accordo si è fatto con le altre parti che erano pronte a un ragionevole negoziato».

      La Cgil è contraria a questa riforma perché sostiene che peggiorerà la situazione per la maggioranza dei lavoratori.

      «Al contrario. La riforma introduce elementi di flessibilità che vanno incontro alle esigenze dell’organizzazione del lavoro nelle imprese, ma anche a quelle dei singoli di regolare la propria vita privata. Riesce a coniugare maggiori spazi individuali con una dinamica positiva dell’occupazione».

      Ridurrà il precariato in Italia?

      «Certamente. Più flessibilità vuol dire più occupazione. Dal 1998 sono stati creati un milione e 300 mila posti di lavoro, di cui 750 mila negli ultimi due anni e la gran parte sono oggi a tempo indeterminato.
      Ma nel nostro Paese abbiamo ancora una percentuale troppo bassa di attività. Le persone che lavorano sono il 55% come media nazionale (ma al Sud siamo sul 44%) contro una percentuale europea del 64 e un traguardo fissato al vertice di Lisbona per la fine di questo decennio del 70%. Non è un caso se anche l’Unione Europea giudica positivamente questa riforma. E’ la parte della riforma Treu che allora non si ebbe il coraggio di attuare».

      L’occupazione, quindi, al primo posto?

      «Il Paese ebbe la forza di impegnarsi per raggiungere gli obiettivi di Maastricht. Oggi ci vuole uno sforzo simile, un impegno politico, sociale e morale per lo sviluppo dell’occupazione».

      Senza la Cgil?

      «Questa riforma è il frutto di sforzi intensi con quella parte del sindacato che si è voluta confrontare sull’argomento. Il fatto che la Cgil sia rimasta fuori e oggi ancora lo critichi non inficia l’accordo, ma anzi conferma che quella posizione presa dall’allora segretario generale Cofferati era ed è strumentale. Il fatto che alla fine l’ex leader della Cgil sia sceso in politica dimostra che la posizione di allora era esclusivamente di carattere politico. Il rifiuto della riforma è stato il prezzo imposto a tutto il sindacato».

      Il prossimo passo è l’articolo 18?

      «Le modifiche a quella norma e altre misure sono nel disegno di legge 848 bis che è all’esame del Parlamento. Sono norme che vogliono modificare una situazione che ha impedito e condizionato la crescita dell’impresa. Il fatto importante è che, con il governo e la parte responsabile del sindacato, riforme di questa portata sono giunte a destinazione in un anno e mezzo. Negli ultimi dieci anni grandi riforme del mercato del lavoro non sono state possibili per una impropria e malintesa cultura del consenso di tutti i partecipanti al tavolo delle trattative».

      Quello che voi definite il blocco consociativo.

      «Sì. Altri Paesi, come l’Olanda, hanno fatto queste riforme dieci anni fa e oggi hanno un tasso di attività del 75% della popolazione. Le nostre rigidità fanno sì che in Italia ci sia un 30% di economia sommersa, indice di inciviltà e di illegalità.
      Della scala mobile si è parlato per 17 anni; della riforma del mercato del lavoro per più di 25 anni; per il pacchetto Treu ci sono voluti 4 anni. La riforma delle pensioni è stata avviata all’inizio degli anni Novanta e abbiamo ancora di fronte un percorso da completare. A tutto questo portava la cultura del consociativismo».

      Parla anche del precedente governo di centrosinistra?

      «Fino alla fine della precedente legislatura questa cultura c’era.
      Durante la trattativa sul contratto a tempo determinato, ad esempio, l’allora ministro del Lavoro, Cesare Salvi, sosteneva che la direttiva europea sul cosiddetto avviso comune comportasse l’obbligo dell’unanimità. Cioè del consenso anche della Cgil».

      Sull’articolo 18 ci sarà un referendum che punta a risultati opposti ai vostri.

      «E’ una iniziativa puramente politica. Un regolamento di conti all’interno dello schieramento politico di sinistra. Rischia di turbare il clima positivo di confronto sociale che si è stabilito, ma riusciremo certamente a superare questa difficoltà. In ogni caso gli italiani sapranno essere ragionevoli. Del resto lo hanno già dimostrato con il referendum sulla scala mobile».
Fabrizio Dragosei


Economia