“Intervista” D´Amato: «Senza riforme il paese rischia il declino»

13/03/2002
La Stampa web




    intervista
    Vanni Cornero
    (Del 13/3/2002 Sezione: Economia Pag. 6)
    IL PRESIDENTE DELLA CONFINDUSTRIA METTE IN GUARDIA GOVERNO E SINDACATI
    D´Amato: «Senza riforme il paese rischia il declino»
    «Il costo della scarsa competitività lo misuriamo in posti di lavoro persi Con più flessibilità, invece, possiamo rilanciare l´occupazione al Sud»

    inviato a NAPOLI

    MA che giudizi posso dare? Io al vertice di maggioranza non c´ero. Prima di pronunciarmi voglio vedere le nuove proposte nero su bianco». Al mattino dopo la riunione notturna a palazzo Grazioli in cui si è aggiustato il tiro riguardo alla delega sul mercato del lavoro Antonio D´Amato ha fretta di raggiungere Roma da Napoli, dove è intervenuto alla Conferenza economica nazionale della Confagricoltura a fianco del ministro delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri, del presidente della Confcommercio, Sergio Billè, e di quello dell´Ania, Alfonso Desiata. Ma poi si ferma: «Il paese vuole cambiamenti – dice il leader degli industriali – li chiede con forza al governo, che li ha promessi nel suo patto elettorale ed ora deve darli».

    Darli a qualsiasi costo, presidente D´Amato, anche a prezzo dello scontro frontale con i sindacati?

    «Occorre avere grande attenzione al consenso sociale ma il Governo in una democrazia ha il diritto, il dovere e la responsabilità di fare le sue scelte e impegnarsi su riforme sulle quali si gioca la credibilità del Paese. Se il consenso sociale si traduce in veti a priori o in un blocco consociativo che impedisce le riforme il Paese arretra pericolosamente».

    Ma i sindacati fanno il loro mestiere.

    «Se così fosse credo che i sindacati dovrebbero fare un po´ meno girotondi e un po´ più sforzi per far emergere il lavoro sommerso, che forse nel nostro paese ha rappresentato il vero grande ammortizzatore sociale. In fin dei conti, dice qualcuno, "meglio sommersi che disoccupati", ma circa un terzo della nostra economia non può basarsi su un sistema che evade fisco e previdenza, oltre a non creare sviluppo».

    E invece con la modifica dell´articolo 18 e i lavoratori decisi a scendere in piazza contro il governo si risolve il problema?

    «Innanzitutto: perché il tema dell´articolo 18 è così caldo? Semplice: perché, per dirla con una battuta "a qualcuno piace caldo" e allora sceglie la piazza. Ma se il governo cedesse alla piazza e non realizzasse quella flessibilità del lavoro che si è impegnato ad attuare sarebbe una sconfitta per la democrazia parlamentare. Io sono convinto che questa modifica potrà creare centinaia di migliaia di posti di lavoro, misurabili concretamente e che noi ci impegnano a dare, soprattutto al Sud».

    Quindi il nodo lo deve tagliare il governo?

    «Credo che in una democrazia come la nostra un governo con un consenso elettorale così forte debba affrontare in Parlamento un serio dibattito sulle riforme, tenendo conto dell’orientamento delle parti sociali, ma assumendo le sue responsabilità. E poi perché tutto questo scalpore sulle riforme? In fin dei conti anche Massimo D’Alema, quando era presidente del consiglio, aveva riconosciuto l’importanza di una riforma per far crescere le imprese con meno di quindici dipendenti e la Uil ne ha ribadito l´utilità per stabilizzare il rapporto di lavoro. E sulla stessa linea si sono trovati Prodi e Amato quand´erano premier ma tutti sono stati stoppati da Cofferati, proprio come avviene ora. Aspettiamo di vedere se questo governo subirà come i precedenti o farà cose diverse».

    Anche lei, come il ministro Gasparri, dice che Cofferati è un nemico dei lavoratori e del Mezzogiorno?

    «Lasciamo perdere le definizioni e stiamo sul concreto. Le aziende italiane hanno l´assoluta necessità di poter andare sui mercati internazionali con la consapevolezza di competere ad armi pari con la concorrenza. Se sarà così abbiamo la forza per vincere la sfida. In caso contrario, però, voglio ricordare a quelli che si divertono a fare i girotondi che sui mercati si gioca invece a rubabandiera e che una volta persa una quota di vendita riprenderla è molto difficile».

    E questo il sindacato non lo sa?

    «Mi auguro che lo sappia. Per parte nostra abbiamo molto chiaro il costo del paese non competitivo e lo misuriamo sul numero dei disoccupati, soprattutto al Sud. Un costo che l´Italia non può permettersi. Ripeto: non fare le riforme per avere il consenso sarebbe letale per l´economia del paese».

    Ma non ci sono ripetuti segnali di ripresa?

    «Non so se sia ripresa, ma certamente qualcosa c´è e dipende in buona parte dal tasso di fiducia degli imprenditori, che è rimasto alto. Questo non perché i nostri imprenditori siano più ottimisti o "naif", ma perché c´è una fondata aspettativa negli interventi del governo su Fisco, lavoro, previdenza. Ma se questi interventi non ci sono noi non possiamo andare avanti e il paese va indietro».

    Insomma, lei dice che senza le riforme, stando fermi, rischiamo il declino economico dell´Italia?

    «Purtroppo sì. Tutto questo mentre dall´altra parte qualcuno pare chiedersi: perché stare solo fermi, mentre possiamo stare proprio immobili?».




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