“Intervista” D’Amato: «Bivio tra emarginazione e crescita Ora la sinistra scelga le riforme»

10/07/2002


10 luglio 2002



«Bivio tra emarginazione e crescita Ora la sinistra scelga le riforme»

D’Amato: Cofferati parla e organizza manifestazioni, strano che non lanci una proposta

      Alla fine, sostiene Antonio D’Amato, questo patto potrebbe far bene anche alla sinistra, al suo chiarimento interno, alla sua modernizzazione. Quel patto firmato venerdì scorso tra governo e parti sociali, Cgil esclusa – ritiene il presidente della Confindustria – racchiude in sé tante cose importanti, tanti contenuti e tanti simboli, ed è anche un terreno sul quale capire quale sinistra conterà domani. «Se a sinistra si farà un confronto senza la logica dell’appartenenza dogmatica allo schieramento, ma entrando nei contenuti, credo che l’area dei consensi a questa sinistra potrà solo allargarsi. Diversamente, penso si arriverà ad un progressivo distacco da un Paese che quelle riforme le vuole». E dunque, aggiunge, guai se il centrosinistra sposasse quel referendum sull’articolo 18 che Cofferati ha già annunciato: «Anche perché la maggior parte del mondo sindacale era al tavolo dell’intesa». Di più: «Molte delle riforme realizzate ora hanno un altissimo valore sociale e la loro origine può essere ritrovata anche in uomini e programmi che molto hanno a che fare con quella sinistra che oggi fatica a riconoscerle. Questo gli italiani, i lavoratori, che sprovveduti non sono, lo capiscono».
      Quindi rifarebbe tutto quello che ha fatto negli ultimi otto mesi?

      «Assolutamente sì, perché l’accordo che abbiamo raggiunto è un accordo vero, non un inciucio. E’ stata una lunga trattativa che però, in "soli" otto mesi, ha introdotto nel mercato del lavoro italiano una serie di modifiche molto importanti, le più rilevanti degli ultimi trent’anni. Dando più flessibilità e con ciò anche più opportunità di assumere e creare sviluppo vero. Contemporaneamente, c’è stato un primo intervento significativo sulla riforma degli ammortizzatori sociali, si è cercato cioè di accompagnare alla maggiore flessibilità più solidarietà. Tutto questo si coniuga con l’avvio di una riforma fiscale che giustamente parte favorendo i redditi più bassi. Per le imprese, anche se gli oneri fiscali rimangono complessivamente troppo alti, con gli interventi sull’Irpeg e sull’Irap cominciamo a muoverci nella direzione giusta. Si tratta di abbassare quel cuneo fiscale e contributivo per cui le aziende hanno costi troppo alti e i lavoratori salari troppo bassi. Il risultato complessivo è un rafforzamento della politica dei redditi».

      Patto più importante per i contenuti o per la simbologia?

      «E’ molto importante sul piano dei contenuti e molto importante anche sul piano politico. Sul primo fronte perché c’è la più grande riforma del mercato del lavoro mai fatta in Italia dopo lo Statuto dei lavoratori, perché c’è una importante riforma fiscale, e si apre un impegno forte e responsabile delle parti sociali sul Mezzogiorno e sul sommerso. La questione del sommerso era stata affrontata come una grande battaglia della Confindustria già con il governo guidato da Giuliano Amato. Noi abbiamo lamentato fin dal primo momento una specie di apatia se non un disinteresse vero e proprio da parte delle organizzazioni sindacali, che sono invece indispensabili, e con questo accordo diventano parti attive e integranti di un programma di rilancio per i progetti di emersione. E finalmente vediamo partire un tavolo per il Mezzogiorno. Nel corso di tutta la legislatura precedente noi avevamo chiesto, prima a Prodi e poi a D’Alema e ad Amato, che si convocasse un tavolo per il Sud. Non è mai stato fatto».

      Veniamo all’aspetto simbolico, politico.

      «Si tratta della prima, vera grande dimostrazione di come può essere produttivo il dialogo sociale. L’accordo del ’93, inaugurando la politica dei redditi, diede un contributo decisivo al risanamento economico finanziario del Paese, ma fu imposto da uno stato di necessità. Un personaggio autorevole e carismatico come Ciampi chiamò le parti sociali e disse che o si faceva in quel modo o si falliva. Quindi fu un accordo fatto per ragioni di emergenza e necessità. Poi ci fu l’intesa sul "pacchetto Treu", realizzato con forti contrasti politici e sindacali, che impegnò per almeno due anni il governo Prodi. Quell’accordo introdusse un po’ di flessibilità nel mercato del lavoro, consentendo di realizzare più occupazione. Ma parliamo di forme di flessibilità modeste rispetto a quelle che lo stesso Treu aveva originariamente proposto. Poi c’è stato nel ’98 il patto di Natale con il governo D’Alema, che la logica dei veti incrociati ridusse, in concreto, a poca cosa. Rispetto a questi precedenti, quella di venerdì scorso è stata una importante innovazione dal punto di vista delle relazioni industriali e del dialogo. Sia il governo, sia le parti sociali hanno fatto correttamente la loro parte. Certo, all’interno della coalizione ci sono stati atteggiamenti articolati o perlomeno sensibilità diverse. Ma va dato atto al governo di avere tenuto fermo il timone sulla rotta delle riforme, e Silvio Berlusconi ha dimostrato in questo una forte determinazione. Non c’è stato un compromesso al ribasso, c’è stato un accordo molto innovativo, di fortissima portata riformista, dove l’articolo 18 è solo una piccola parte di un qualcosa di un disegno molto più vasto, quello, per intenderci, del Libro bianco di Marco Biagi».

      Ma la Cgil non c’è stata. Riesce a immaginare relazioni industriali senza la maggiore delle tre confederazioni?

      «Credo sia la Cgil a dover dare questa risposta perché sono stati loro a tirarsi fuori dal confronto e che ancora oggi continuano a mettere in discussione quello che è stato un percorso al quale hanno partecipato tutte le forze imprenditoriali e tutte le altre forze sindacali, che rappresentano la gran parte dei lavoratori italiani. Crediamo sia utile e importante un confronto con tutti, purché si tratti di un confronto vero, senza pregiudizi e veti. In questi otto mesi la trattativa ha attraversato momenti difficili, ma da parte nostra c’è sempre stata la volontà di tenere aperto il dialogo».

      Si dice che una vittoria non sia tale se non mette fine alla guerra. In cinque mesi, gli scioperi sono cresciuti del 700 per cento e la Cgil annuncia altre iniziative.

      «Noi siamo impegnati a rendere il Paese più competitivo. C’è bisogno di riforme, altrimenti il prezzo che pagheremo sarà quello di una continua emarginazione dai mercati. E questo si traduce, evidentemente, anche in emarginazione sociale: meno benessere, una peggior qualità della vita. Sulla strada dello sviluppo e delle riforme non ci possiamo permettere altri ritardi. Noi riteniamo che i lavoratori italiani siano molto più attenti e responsabili di quanto non li consideri qualcun altro. Non crediamo che gli scioperi e le guerre sindacali possano avere successo, in quanto tutti avranno modo di constatare che con l’accordo avranno maggiori tutele, più opportunità di lavoro per i figli e per loro stessi, aumenti del livello di reddito. Non a caso si registra un crescente livello di disaffezione. Sarebbe opportuno che la Cgil tornasse a fare il sindacato, anziché l’opposizione politica. E usando, in generale, toni pacati».

      Da questo punto di vista come giudica la lettera inviata da Cofferati ai leaders dell’Ulivo?

      «Mi pare li abbia convocati tutti a casa sua, alla Cgil, e questo la dice lunga sul ruolo politico e l’impostazione che Cofferati sta dando a tutta la vicenda».

      Anche nel partito di Cofferati, tra i Ds, ci sono molti dubbi sulla strategia del leader Cgil, a cominciare da D’Alema.

      «Credo che anche all’interno della sinistra ci siano riformatori autentici, consapevoli che solo con riforme economiche e sociali vere il Paese può fare passi in avanti sulla strada dello sviluppo e dell’equità. C’è un problema di equità e sviluppo che si può risolvere solo aumentando la ricchezza disponibile. L’Italia è il Paese che ha il più alto tasso di economia sommersa, il doppio degli altri Paesi europei, circa un terzo del Prodotto interno lordo. Ed è anche il Paese che ha il tasso di occupazione fra i più bassi d’Europa: il 53% della popolazione che può lavorare. Un Paese che ha un tasso di iniquità e direi di illegalità e inciviltà intollerabili. Un Paese che ha il più antico e il più grave divario regionale. Pensare che non si debbano fare le riforme mi sembra, anche visto da sinistra, una cosa che non regge. Il problema della sinistra è proprio questo: affrancarsi da una sorta di sudditanza che si è andata creando nel corso degli ultimi anni, nei confronti delle posizioni massimaliste e di chiusura di cui questa Cgil si è fatta portatrice».

      Si può parlare di un nuovo scontro tra il cosiddetto sindacato antagonista e quello riformista?

      «Nel gioco di un’autentica democrazia non c’è spazio per un sindacato antagonista. A me pare ci siano due elementi da sottolineare: da un lato la forte strumentalizzazione politica che la Cgil ha fatto delle ultime vicende, dall’altro un suo diverso atteggiamento per cui si pone in una logica non più collaborativa ma competitiva rispetto agli altri sindacati. Non dimentichiamo che la Cgil di Cofferati è quella che ha impedito il patto sul Mezzogiorno, che ha di fatto vanificato il "patto di Natale" di D’Alema, che non ha firmato l’avviso comune sui contratti a tempo determinato, né il contratto dei metalmeccanici (lanciando una fallimentare campagna di referendum nelle fabbriche), e che si è posta con una forte conflittualità contro questo accordo. Un atteggiamento che stride con importanti pagine di storia che in altri tempi la stessa Cgil ha saputo scrivere. Oggi non possiamo che sperare che la Cgil ritrovi la forza del dialogo, anche in base alla vecchia logica per cui gli assenti hanno sempre torto. A me pare strano che su questi temi Cofferati parli, organizzi manifestazioni ma non formuli una proposta che sia una».

      Adesso tocca alle pensioni?

      «Credo che su questo fronte si debba tener conto di due fattori. Il problema dell’invecchiamento della popolazione e quello della sostenibilità della spesa previdenziale. La delega che il governo ha scritto dopo un confronto con le parti sociali, affida a un meccanismo di incentivi il prolungamento della vita lavorativa. E’ una scommessa difficile da vincere, anche se, a onor del vero, noi abbiamo detto sin dall’inizio che avremmo preferito un sistema che accompagnasse agli incentivi i disincentivi. Il problema delle pensioni in Italia evoca grandi tabù, grandi paure, e quindi conflittualità e strumentalizzazioni. Resta il fatto che bisogna migliorare la qualità della spesa sociale, e non c’è dubbio che bisogna rendere più equo un sistema previdenziale che, da una parte, ha subito troppi assalti corporativi, e dall’altra, non protegge a sufficienza chi ne ha veramente bisogno. Anche qui occorre un confronto non ideologico».

      Che farà la Cgil?

      «Io spero torni a trattare, a fare il suo mestiere di sindacato».
Antonio Macaluso