“Intervista” D’Alema: mancano grandi scelte bipartisan

06/07/2007
    venerdì 6 luglio 2007

    Pagina 5 – Primo Piano

    INTERVISTA A D’ALEMA

    «All’Italia mancano grandi scelte bipartisan»

      D’Alema: «Per continuare ad avere peso nel mondo, legge elettorale e riforme costituzionali» «L’instabilità delle coalizioni, problema più drammaticamente irrisolto della nostra transizione»

        Franco Venturini

        ROMA — Il mondo cambia e il sistema Italia rischia di pagar cari i suoi ritardi. Ne è convinto il ministro degli Esteri Massimo D’Alema, che indica nelle riforme istituzionali la via da seguire per non perdere peso sulla scena internazionale.

        Ministro, la crisi del multilateralismo ci obbliga a una presa di coscienza delle nuove responsabilità nazionali?

          «Siamo in una fase che è segnata dalla crisi della politica unilaterale americana e di un certo approccio ideologico al tema della lotta al terrorismo. Ma ciò non sta portando a un multilateralismo ordinato e idilliaco. Oggi prevale quella che chiamerei una caotica molteplicità, accentuata dalla debolezza degli organismi internazionali. Si pensi alle difficoltà incontrate nella riforma dell’Onu, e alla Wto che non riesce a portare a termine il negoziato di Doha sul commercio mondiale. In realtà, anche come risposta alle spinte omologanti della globalizzazione, noi assistiamo a un forte ritorno degli Stati nazionali. Lo Stato e le relazioni tra Stati ridiventano dimensioni cruciali della politica estera. Anche della politica estera italiana» .

          Ne abbiamo avuto un esempio all’ultimo vertice europeo?

            «Certamente. Io considero positivo il faticoso compromesso raggiunto, anche se giustamente chi si aspettava di più sulla via dell’integrazione è rimasto deluso. Nell’Europa a ventisette il peso dei singoli Stati è cresciuto, soprattutto quello dei maggiori Paesi. Come è cresciuto il peso delle coalizioni di Stati. In questa situazione siamo riusciti a difendere le principali innovazioni istituzionali, e questo è un passo avanti importante. È vero che Germania, Francia e Gran Bretagna hanno svolto un ruolo particolare, ma è anche vero che una coalizione di Paesi più europeisti guidata dall’Italia e dalla Spagna ha avuto un peso sull’esito finale. Questa per noi è una lezione interessante. Dobbiamo avere la capacità di costruire coalizioni attorno a obbiettivi concreti, soprattutto ora che non siamo più al cospetto della tradizionale locomotiva franco-tedesca» .

            Andiamo verso l’Europa delle due velocità o delle cooperazioni rafforzate: l’Italia è pronta a farsi valere?

              «Intanto voglio dire che oggi in Europa e nel mondo l’Italia conta più di quanto contasse un anno fa. Siamo stati eletti nel Consiglio di sicurezza e nel Consiglio dei diritti umani, abbiamo svolto un ruolo centrale nell’operazione Onu in Libano, siamo interlocutori ascoltati su tutte le principali questioni internazionali. In Europa, dopo la conferenza intergovernativa, si porrà il grande problema di come rafforzare la cooperazione tra i Paesi che lo vogliono fare. All’insegna di una necessaria flessibilità avremo tavoli diversi su temi diversi, e importante non sarà la partecipazione di tutti bensì che ci sia un gruppo di Paesi presenti a tutti i tavoli. Tre saranno cruciali: quello sui contenuti di politica economica nell’area dell’euro, quello sulla giustizia, la sicurezza e l’immigrazione, e quello sulla difesa e la lotta al terrorismo globale» .

              Abbiamo dunque il ritorno degli Stati sulla scena internazionale e una Europa nella quale avanzeranno gli Stati e le coalizioni di Stati. Ma l’Italia, è pronta?

                «Bisogna ricordare che in Italia il multilateralismo è stato tradizionalmente un modo di ingessare le difficoltà del Paese. Come quando ti rompi una gamba e metti un tutore esterno. Ora che il sistema multilaterale diventa fragile e meno vincolante, noi diventiamo più liberi. Ma anche più liberi di sbagliare e di evidenziare le nostre debolezze. Nel nuovo sistema che va prevalendo nel mondo come in Europa per essere coinvolti e ascoltati bisogna essere in grado di dare, di offrire qualcosa di concreto. Una volta ci bastava la collocazione geopolitica che ci rendeva necessari. Oggi siamo meno necessari, le relazioni diventano variabili e noi conteremo soltanto per quello che sapremo portare. Ecco allora che sorgono gli ostacoli e che diventano evidenti le nostre debolezze: la fragilità del nostro sistema politico, l’assenza di grandi scelte bipartisan in grado di dare indirizzi durevoli alla politica estera, la mancanza di stabilità e dunque di prevedibilità. Altri Paesi hanno istituzioni che rappresentano da sole una garanzia. Si pensi al presidente francese Sarkozy: lui sarà sicuramente il capo della politica estera francese per i prossimi cinque anni, forse per i prossimi dieci. Esiste qualcosa di paragonabile, in Italia? Noi abbiamo un sistema politico estremamente frammentato che rischiamo di pagare caro sulla scena internazionale » .

                Come se ne esce?

                «Quello dell’instabilità delle coalizioni è il problema più drammaticamente irrisolto della transizione italiana. Se noi vogliamo continuare ad avere un peso in politica estera dobbiamo capire che l’Italia è come una provinciale di lusso che combatte per non retrocedere e nella migliore delle ipotesi può arrivare in zona Uefa. Per passare dalla parte bassa alla parte alta della classifica occorre che l’intera nostra classe dirigente, i politici, ma anche gli imprenditori, gli uomini di cultura, i responsabili della scuola e della ricerca, insomma tutta la classe dirigente maturi una consapevolezza nuova delle responsabilità nazionali. E poi serve la stabilità. Che si può ottenere con una riforma elettorale, ma che richiede anche un minimo pacchetto di riforme costituzionali in grado di rafforzare il governo e di rendere il rapporto tra governo e parlamento meno confuso e meno paralizzante. Soltanto così si può arrivare a correggere il processo decisionale, che è la chiave di tutto. Una democrazia che non decide è una democrazia svuotata» .

                Ministro, abbiamo qualche carta da giocare accanto alle molte debolezze?

                  «Certo che le abbiamo. Alcune le ho citate, ma voglio soffermarmi qui sulle relazioni con gli Usa. Contrariamente a quanto alcuni pensano il nostro rapporto con gli Stati Uniti, pur nell’ambito di una normale dialettica che talvolta rende esplicitamente diverse le nostre opinioni, è rimasto un rapporto speciale. L’America apprezza le responsabilità internazionali che l’Italia si è assunta. E aggiungo che vengono apprezzate anche le relazioni amichevoli che abbiamo con il Mondo arabo o con la Russia: se noi utilizziamo queste capacità di dialogo non in funzione antiamericana ma al contrario per dare una mano all’America, possiamo svolgere una funzione utile. Quel che conta è la piena lealtà: non tutti in Italia se ne rendono conto, ma per gli Usa la lealtà nei rapporti è più importante dell’essere sempre d’accordo. E noi con l’America siamo amici leali».

                  Potremmo essere utili in Siria, per esempio?

                    «Io non mi nascondo le responsabilità della Siria e l’ambiguità della sua politica in Libano. Ma credo che dobbiamo cercare di capire anche tutta la difficoltà della posizione siriana. Gli equilibri interni sono sconvolti dall’afflusso di un milione e mezzo di profughi dall’Iraq, e una destabilizzazione della Siria non gioverebbe certo all’insieme della situazione mediorientale. Dunque, nessuno sconto e noi non ne abbiamo fatti. Ma alla Siria occorre offrire anche una prospettiva che serva da incentivo. Le politiche di isolamento non hanno mai dato risultati positivi».

                    A cosa porterà il divorzio tra Gaza e Cisgiordania?

                      «Io avevo salutato come un fatto molto positivo il governo palestinese di unità nazionale. Mi sembrava e mi sembra che senza una collaborazione tra le forze principali della società palestinese non si costruisce alcuno Stato palestinese. La guerra civile non serve ai palestinesi, e spingerli in questa direzione è un errore anche per la sicurezza di Israele. In questo momento va sostenuto Abu Mazen, ma il problema è come lo si sostiene. Bisogna offrirgli i mezzi per migliorare la qualità della vita dei palestinesi, e non soltanto con strumenti finanziari. Va allentata la morsa dell’occupazione e della colonizzazione, e gli va offerto un accordo di pace plausibile per tutte le parti in causa. Se non si fa questo in realtà non lo si aiuta, perché non lo si mette in condizione di dare una prospettiva nuova ai palestinesi. Se invece Abu Mazen avesse le carte giuste nelle sue mani, i moderati si troverebbero in una posizione di forza e potrebbero tornare a un processo di conciliazione con Hamas» .

                      Torniamo al multilateralismo: il Kosovo lo metterà alla prova?

                        «Le modalità dell’indipendenza del Kosovo sono un test cruciale per l’Europa e per il multilateralismo. Se in una realtà che è vitale per la sicurezza dell’Europa e totalmente sulle sue spalle dal punto di vista finanziario l’Ue non riesce a farsi sentire, tanto vale dichiarare fallimento. Dobbiamo convincere gli americani che una proclamazione unilaterale di indipendenza sarebbe lacerante, i serbi che la loro battaglia è anacronistica, e i russi che la loro contrarietà a una risoluzione Onu mette seriamente a rischio i rapporti con l’Europa. Io penso che una delegazione europea dovrebbe andare a Mosca per spiegarlo a Vladimir Putin» .

                        E sullo scuso anti missile, come vede le proposte di Putin?

                          «La vicenda era nata male, anche la Nato era stata emarginata dai piani Usa. Ora stiamo tornando sulla via giusta, che è quella di coinvolgere tutti, Russia compresa, in un sistema di sicurezza contro le minacce missilistiche».