“Intervista” D.Siniscalco: «Perdiamo colpi, serve uno sforzo comune»

13/05/2005
    venerdì 13 maggio 2005

    IN PRIMO PIANO – pagina 3

      Intervista
      al ministro dell’Economia Domenico Siniscalco

        «Perdiamo colpi, serve uno sforzo comune»
        Siniscalco: il piano di rilancio c’è, ora tocca a imprese, sindacati e politici

          di Roberto Napoletano

            S i era annunciato il miracolo, ma è arrivata la recessione. Il bollettino dell’Istat assomiglia a un bollettino di guerra. Viene giù tutto in questo giovedì nero dell’economia italiana. Tessile, cuoio, calzature. Beni di consumo e beni strumentali. Nel Paese in cui cittadini e imprese pagano l’energia ai prezzi più alti d’Europa, l’unica industria che fa boom è quella che produce energia. Ovviamente.

            Il ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, sta seduto dietro il tavolo di lavoro al centro della sua stanza, in via XX Settembre, guarda i dati, li scorre uno a uno, sono brutti davvero. Si rigira tra le mani un grafico che mette a confronto la competitività di Italia, Francia e Germania sulla base del costo unitario del lavoro. Anche qui siamo " fuori", noi. Non gli altri. Sa che lo aspetta anche un vertice a Palazzo Chigi per le nomine nei dominii dello Stato in economia, Eni, Enel, Poste, Rai e così via, e questo lo rende ancora più controllato.
            Sul volto non una smorfia o una contrazione muscolare. Per chi lo conosce un po’, sa che è una notizia.

            « Barra al centro, e poi tutto il resto » è il suo primo commento. Siniscalco non si nasconde nulla, non vuole nascondersi nulla: « Il dato è negativo per il secondo trimestre ed è un problema italiano. Il problema è nell’economia reale, come mostra l’andamento della produzione industriale. Che perde colpi per il costo unitario di prodotto, per le specializzazioni, per il cambio e per dieci anni di errori » . Poi si ferma un attimo, e butta lì: « Il problema è chiarissimo, riguarda la macchina produttiva italiana e il suo motore. Va fatto uno sforzo serio e comune perché il prodotto interno lordo è di tutti. I privati si devono aggiustare alla nuova realtà, devono investire anche loro. Bisogna chiudere tutti i contratti, non solo quelli pubblici, ma a livelli compatibili. Noi dobbiamo fare la nostra parte. Abbiamo un programma di politica economica: è quello giusto, riguarda imprese, famiglia e Sud, ma dobbiamo attuarlo, dobbiamo farlo subito » .

            Ha un messaggio forte, che riguarda in prima battuta proprio l’Economia, ma si rivolge a tutti, maggioranza e opposizione, forze produttive, sindacati. « La sfida vera è quella di dare il senso che non proponiamo una somma di misure, ma una politica economica che siamo pronti a discutere in Europa e sulla quale il Paese è deciso a scommettere con un grande impegno comune » . Cancellare in tre anni l’Irap del lavoro.
            Investimenti pubblici e privati. Aiuti fiscali alle famiglie deboli e numerose. Tutto da finanziare con un deciso controllo della spesa corrente. Ma soprattutto più concorrenza, apertura sul mercato dei prodotti, energia, servizi reali e finanziari.
            Qualcosa di liberale, insomma. Forse, si può ancora fare; sicuramente si deve. Anche se una domanda è d’obbligo: ma perché non si è fatto prima, che cosa lo ha impedito?

            La produzione industriale perde colpi, d’accordo. Ma voi, il Governo, dove eravate? Era stato annunciato il miracolo, è arrivata la recessione…

            La situazione va analizzata con realismo e senza polemiche perché il prodotto interno lordo, come ho già detto, è di tutti e siamo di fronte a un problema comune. La situazione è cambiata moltissimo, come sappiamo. Non voglio parlare degli ultimi tre anni, ma dei prossimi tre.

            Aspetti un momento: non crederà davvero che la situazione si raddrizzi da sola?

              Assolutamente no, perché ha radici lontane e strutturali.

              E allora vediamo di capire anche perché ci si trova in queste condizioni. Non crede che avreste dovuto mettere prima lo sviluppo al centro della politica economica?

                Non faccio lo storico dell’economia, guardo al futuro. La politica economica guarda al futuro.

                Mi scusi, ministro, è vero che appena insediato ha fatto un’operazione verità sui conti e, qualche settimana fa, è tornato a parlare di trasparenza dimezzando le previsioni di crescita. Qui, però, i dati parlano chiaro, la situazione è molto peggio del previsto. È importante fare le operazioni verità, ma a che servono se non si cambia la politica economica?

                  Guardi che il Governo non ha fatto solo l’operazione verità. Appena nominato, non per merito mio, è stata approvata una riforma delle pensioni fondamentale nel lungo periodo. Grazie alla manovra di luglio, spesa pubblica ed entrate l’anno scorso sono scese di quasi un punto di Pil, il saldo corrente è tornato in pareggio, tutto il nuovo debito è solo investimenti. Bisogna continuare su questa strada, è importante. Ma il settore privato deve fare ugualmente la propria parte perché la produttività, l’investimento e la voglia di fare impresa sono ancora più importanti.

                  Abbia pazienza, ma se davvero l’impresa era così importante perché avete voluto ostinatamente ridurre i prelievi fiscali sui cittadini ( Irpef) e non quelli sulle aziende?

                    Perché senza riduzione del carico fiscale, non c’è riduzione della spesa, e c’è uno Stato sempre più invasivo. È una questione di libertà, oltre che di economia. Il problema adesso, però, è la macchina produttiva e il suo motore. La verità è che siamo passati da un contesto trentennale fatto di inflazione, svalutazioni continue, alti disavanzi dove le decisioni venivano prese in modo insostenibile a un contesto diametralmente opposto.

                    Quale?

                    Bassissima inflazione, nessuna svalutazione, anzi rivalutazione, deficit bassi. Il sistema privato deve fare una trasformazione strutturale profondissima, si sta ancora aggiustando alla nuova realtà. Prima lo fa, meglio è. Noi abbiamo un programma di politica economica, è quello giusto. Riguarda imprese, famiglie e Mezzogiorno e risponde alle esigenze del nuovo scenario.

                    Questi sono i titoli del programma, non le sembra?

                      Ripeto: imprese, famiglie e Sud in un quadro di stabilità dei conti, ma come qualsiasi manager sa non si tratta soltanto di scrivere un piano. Bisogna implementarlo, trasformarlo in realtà, in decisioni concrete.

                      Appunto.

                      C’è una linea strutturale che riguarda le riforme per la competitività, che va intensificata. Ma subito occorre dare risposte nel breve termine, per ristabilire fiducia e rafforzare il potere d’acquisto. Bisogna chiudere al più presto tutti i contratti, non solo quelli pubblici, ma a livelli compatibili perché il costo unitario del lavoro è uno dei fattori che ha maggiormente contribuito a portare la competitività italiana fuori linea. Poi, bisogna continuare a sostenere gli investimenti pubblici e privati, soprattutto nel Mezzogiorno, e le famiglie più deboli e più numerose senza perdere il controllo della finanza pubblica.

                      Perfetto, ma come si fa?

                        Si tratta di cancellare in tre anni l’Irap del lavoro e di aumentare il sostegno fiscale al tipo di famiglie deboli che ho già indicato comprimendo fortemente la spesa pubblica corrente e rafforzando la lotta all’evasione. Soprattutto, si tratta di dare il senso che queste azioni non sono una somma di misure, ma una politica economica che siamo pronti a discutere in Europa e sulla quale il Paese è deciso a scommettere con un grande sforzo comune.

                        Ma davvero lei crede che in Italia si possa fare questo e che in Europa ci possano dare credito?

                          Guardi, in Europa sanno bene che abbiamo fatto riforme strutturali importanti, come quelle della previdenza e del mercato del lavoro. Due riforme che stanno cominciando a dare i loro frutti. Siamo indietro sull’apertura del mercato dei prodotti, sull’energia, i servizi reali e finanziari. La protezione è l’antitesi della competizione, su questo terreno dobbiamo lavorare molto, bene e in fretta. Il provvedimento della competitività semplifica la pubblica amministrazione, consente il varo dei fondi pensione, riforma il diritto fallimentare, introduce forti semplificazioni nella vita di impresa. Va nella direzione delle riforme strutturali, è un pezzo importante di questa politica economica, e ne faremo presto un altro perché la politica economica è una direzione di marcia.

                          A proposito di mercato. Offerte pubbliche di acquisto di olandesi e spagnoli sulle banche italiane. Le nomine ai vertici di Eni e Enel, due tra le pochissime multinazionali italiane che attraggono capitali esteri. Se l’economia va male, non c’è dubbio che la comunità finanziaria internazionale ci osserva molto da vicino. Anche su questo l’Europa ci guarda, come risponderemo?

                          In tutti questi campi qualità e autonomia vogliono dire credibilità. Avremo come metodo il mercato.