“Intervista” D.De Masi: «Troppe le attese, è una reazione psicologica»

27/07/2004


          martedì 27 luglio 2004

          Intervista

          Il sociologo De Masi: pesano le promesse non mantenute dal governo. Gli italiani hanno spostato le loro paure dalla salute all’economia

          «Troppe le attese, è una reazione psicologica»

          MILANO – «Non credo che gli italiani siano più poveri rispetto a un anno fa, ma è vero che aumenta questa sensazione. Il motivo è che non si è avverata la promessa di benessere per tutti e subito», sostiene il sociologo Domenico De Masi commentando i risultati dello studio Isae.
          Sei famiglie italiane su dieci si sentono «povere», insoddisfatte del proprio livello di reddito: circa il 10% in più rispetto all’anno scorso. E solo venerdì l’Istat ha comunicato che a maggio i consumi sono scesi del 3,2%, la maggiore frenata dal ’96. Professor De Masi, che cosa sta succedendo?
          «Vorrei fare una premessa. Mai come nella povertà c’è una differenza enorme tra realtà e percezione. La povertà è un fenomeno relativo. Se nel mio pianerottolo vive una persona che guadagna più di me, mi sento automaticamente più povero. Ma non dobbiamo dimenticare che l’Italia è tra i Sette Paesi più ricchi e potenti del mondo. Il nostro reddito medio pro capite è di 21.000 dollari all’anno contro i 30.000 dollari degli americani o i 100 dollari degli abitanti del Mozambico. Perciò parliamo comunque di un Paese ricco».

          D’accordo. Perché un Paese ricco si sente all’improvviso più povero?

          «E’ una reazione psicologica. Succede quando non si realizzano i desideri che ciascuno aveva coltivato».

          Il crollo dei consumi denunciato dall’Istat però è reale.

          «I consumi crollano appunto perché ci si sente più poveri. Se una persona pensa che uscendo la sera verrà borseggiata, eviterà di uscire spesso. Con gli acquisti accade lo stesso: mi sento più povero, quindi compro meno».

          L’Isae spiega che la sensazione di povertà cresce perché i consumatori hanno incorporato con ritardo l’aumento dell’inflazione percepita legato all’introduzione dell’euro.

          «Per un certo periodo c’è stato un aumento reale dei prezzi dovuto all’euro. Ma oggi non possiamo più attribuire la colpa alla moneta comune».

          Di chi è la colpa?

          «Di troppe promesse non mantenute. Promesse di sicurezza e di maggior benessere, per tutti e subito. La sicurezza è rimasta uguale e, invece di diventare più ricchi, ci sentiamo più poveri per diverse ragioni».

          Quali?

          «Investire in Borsa non fa guadagnare come un tempo, anzi spesso è fonte di perdite; non è vero che l’occupazione reale aumenta; le tasse non diminuiscono; le aziende non solo non investono, ma molte si trasferiscono all’estero. Non basta. In questi anni è stato alimentato un forte sentimento di sfiducia verso tutto ciò che è pubblico, dalla sanità alle istituzioni. Ma poi abbiamo scoperto che non sempre privato è bello, vedi il caso Parmalat, per ricordare il più eclatante. E ora si aggiunge la paura che il governo possa cadere da un momento all’altro. Il problema non è che gli italiani hanno meno soldi in tasca di un anno fa o che hanno bisogno di un reddito più alto per vivere dignitosamente, però hanno paura per il futuro perché la situazione economica generale è traballante. Questa è la grande novità».

          In che senso?

          «Abbiamo spostato le paure dalla salute, vedi ad esempio la mucca pazza o l’Aids, al settore economico».

          Come è successo?

          «Come sopra: il governo ha creato troppe attese su questo terreno, alimentando speranze sproporzionate, che oggi si scontrano con la realtà. E il paradosso è che la percezione di povertà oggi è maggiore di quella effettiva».

          Giuliana Ferraino