“Intervista” «Così truccavo i conti della Parmalat Ora cerco lavoro, anche come portiere» (F.Tonna)

04/10/2004

        domenica 3 ottobre 2004

        Martedì inizia il processo milanese.
        Il manager sarà tra gli imputati con l’ex patron del gruppo

        «Così truccavo i conti della Parmalat Ora cerco lavoro, anche come portiere»

        Intervista a Fausto Tonna: «Dicevo a Calisto che i bilanci andavano male e lui alzava le spalle»

        DAL NOSTRO INVIATO
        Marisa Fumagalli

        COLLECCHIO (Parma) – Un caffè con il ragionier Tonna. «Ok, sta bene – dice – ma ho lasciato il portafogli in casa». «… paga il Corriere ».
        Palliduccio, capelli scarmigliati, pantaloni chiari, camicia azzurra, l’ex direttore finanziario della Parmalat sorride e sale in auto; ci indica la strada per un bar defilato, alla periferia di Collecchio. Ci sediamo.
        Tazzina di caffè, taccuino aperto, un’ora di conversazione. Fausto Tonna è libero da qualche giorno, dopo mesi di galera e di arresti domiciliari. Emozioni? Risponde, a sorpresa: «Finalmente ho la facoltà di parlare. Io personalmente, non attraverso gli avvocati. E con chi voglio».

        Giornalisti?
        «Anche».

        Ricorda? Ci aveva augurato morte lenta e dolorosa.
        «Si metta nei miei panni. Per il primo interrogatorio in Procura, mi avevano promesso un trasferimento dal carcere discreto, senza manette, invece mi strinsero i polsi, e inoltre mi trovai circondato da telecamere, cronisti, calca. Ammetto, però, che la mia reazione fu troppo dura».
        Tonna sarà chiamato a processo, martedì a Milano, assieme al patron Calisto Tanzi e alla schiera degli imputati coinvolti nel crac Parmalat. Capo d’accusa: aggiotaggio. La Procura di Parma, invece, continua ad indagare sull’associazione per delinquere e la bancarotta fraudolenta. «Non credo che mi presenterò in aula – dice -. Ma, al momento opportuno, non mi tirerò indietro. Non sono il Satana della finanza, e mi batterò per dimostrarlo. Certo, ho avuto il torto di eseguire gli ordini del presidente». Nell’inchiesta sull’«affare Parmalat», il nome di Tonna è il più famoso, dopo quello di Tanzi: «padrone» il primo, strettissimo collaboratore il secondo. In base alle accuse, il ragioniere-capo viene indicato come uno dei maggiori responsabili del dissesto finanziario, sfociato nel crollo del gruppo.
        Lui, naturalmente, non ci sta.

        Di chi è, dunque, la colpa del grande crac?
        «Di Calisto, innanzitutto. E dei manager del settore industriale, e commerciale. Che operavano a Collecchio, e in Sud America. Particolarmente, in Brasile. Parlo di persone che godevano della piena fiducia di Tanzi, nonostante la dimostrata incapacità. Ascolti bene: dopo due anni di previsioni di vendita sbagliate, un’azienda seria avrebbe licenziato i responsabili. Più volte ho messo in guardia il presidente, ma lui alzava le spalle. Si comportava sempre così, di fronte alle cattive notizie».

        Allora, Parmalat non era un’azienda seria?
        «Per un decennio siamo andati avanti a formulare budget, con prospettive di crescita del 35/40 per cento, mentre le vendite erano di gran lunga più sotto. Quando uno stabilimento è tarato su una produzione doppia o tripla rispetto alle reali potenzialità di piazzare il prodotto, i costi si moltiplicano. Il settore commerciale? Prendiamo il Brasile: il costo della distribuzione dello yogurt incideva il 45 per cento sul prezzo di vendita. Figurarsi. Neppure se vendi i vasetti a peso d’oro, riesci a guadagnare».

        Lei sta facendo a pezzi il mito della Parmalat industrialmente sana e finanziariamente marcia. O no?
        «Dico che una società deve generare utili, prima di affrontare ogni spesa finanziaria. Se non c’è utile operativo, le spese non sono coperte. Il settore Finanza del gruppo, che ho guidato fino al marzo del 2003, era costretto da Calisto Tanzi a coprire tali perdite».

        Insomma, a falsificare i bilanci dell’azienda.
        «Sì. Aggiungo che da Parmalat-Brasile, considerata il fiore all’occhiello del gruppo, arrivavano bilanci già poco credibili».

        Continui.
        «Nel ’94 cominciarono le operazioni finanziarie, quindi i prestiti bancari. Che via via dovevano essere rinnovati, per coprire l’indebitamento, in crescita costante. Nel ’96, alcune banche ci propongono l’emissione di bond. I primi vanno bene. Quindi, una serie di bond viene utilizzata per le acquisizioni internazionali: in Canada, Australia, Sud Africa, Spagna. Queste aziende estere, sia chiaro, hanno creato utili, non perdite. Chiedetelo ad Enrico Bondi, impegnato nell’opera di risanamento. Mi risulta che i rami secchi, tagliati dal commissario, siano altri».

        Ragioniere, perché si è dimesso da direttore finanziario, alcuni mesi prima del crac?
        «Non ne potevo più. I miei rapporti con Tanzi erano diventati tesissimi. Non condividevo le sue scelte; non condividevo, per esempio, le "distrazioni" a favore di Parmatour. Mi crede se le dico che Calisto approfittava delle mie assenze per dare ordini che non approvavo?».

        Non ha pensato di andarsene dalla Parmalat?
        «Sì. Anche se, lo ammetto, nato e cresciuto a Collecchio, con casa, moglie e un figlio a Collecchio, trent’anni di lavoro nell’azienda Tanzi, non era facile prendere certe decisioni. Fatto sta che chiesi a Calisto di sollevarmi dall’incarico. Gli dissi che non avevo più intenzione di continuare a nascondere le perdite del gruppo».

        Conclusione?
        «Nel marzo del 2003, costretto ad emettere l’ennesimo bond, che ritenevo a rischio – ricordo di aver confidato ad alcuni conoscenti delle banche "questo è l’ultimo targato Tonna" – lasciai l’incarico concordando la nuova collocazione: consigliere del presidente».

        A quale prezzo?
        «Patto di non concorrenza per almeno 3 anni, un bonus economico diluito nel tempo. Incassai una minima parte dei quattrini pattuiti (ora congelati con gli altri beni). Aggiungo che non ho mai rubato un soldo. E Tanzi lo sa».

        I suoi attuali rapporti con Calisto?
        «Azzerati. Io e la mia famiglia siamo stati scaricati, nessuno dei Tanzi si è mai fatto vivo né direttamente né indirettamente. E c’è una cosa che non perdono…».

        Quale?
        «Ho saputo che, in un interrogatorio, il pm ha chiesto a Tanzi "Tonna ha rubato?" Risposta: "Spero di no"».

        Chi è Calisto?
        «Preferisco tacere. E’ un giudizio troppo pesante. Mi limito a osservare che mi sarei aspettato da lui assunzioni di responsabilità».

        Esiste il tesoro miliardario nascosto?
        «Credo di no. I conti li ho fatti. Non c’è grossa differenza tra distrazioni e perdite».

        Soldi ai politici. Che ne sa lei?
        «Poco o nulla. Tanzi prendeva dalla cassa e dava a chi voleva. Comunque, se ha unto le ruote dei politici, non si sono viste significative contropartite».

        Ragioniere, adesso è libero. Cerca lavoro?
        «Sì, sono sul mercato. Posso fare di tutto: dal portiere al dirigente. Non il cuoco, ma quasi. Durante gli arresti domiciliari, mentre mia moglie si arrangiava con qualche lavoretto, ho imparato anche a cucinare».