“Intervista” «Come gli schiavi»

12/07/2002

12 luglio 2002



«Come gli schiavi»

Parla una normale donna immigrata. «Ma io mi sento a casa»


CI. GU.


Fathia ha 43 anni, due figlie e un marito. Vive da undici anni in Italia, da sette a Pordenone. Non ha mai potuto prendere la carta di soggiorno, perché condivide una casa di 50 metri quadri con un’altra famiglia marocchina, e quindi non rientra nei "parametri" per assicurarsi un soggiorno continuativo di dieci anni. Fa la donna delle pulizie, quel lavoro diventato ambitissimo tra gli immigrati, dopo le buone parole spese dal governo per gli stranieri che «aiutano le famiglie». Le telefoniamo giusto per capire come ci si sente poco dopo l’approvazione della Bossi-Fini. Come irrompe questa notizia in una vita normale, di un normale immigrato. «Ah, io ci scherzo su», inizia Fathia. La legge, già l’ha ribattezzata: «La chiamo la legge degli schiavi, per questa storia del contratto di soggiorno. Finito il contratto di lavoro, finito il permesso. Lo conosco questo metodo, lo usano in alcuni paesi arabi. Ma li è molto meglio. Il padrone decide quanto devi stare, due, tre anni. Però ti paga tutto, la casa, le tasse. Qui, invece, non si riesce nemmeno a mettere i soldi da parte».

Comunque tu hai un posto di lavoro sicuro, puoi stare tranquilla.

Non si sa mai nella vita, a volte succedono cose che non ti immagini. Io, da una parte, sono abbastanza serena. Quando sono venuta al nord l’ho detto subito: se in Italia comanderà la Lega ci cacceranno via tutti. Un po’ è come se mi fossi preparata. E poi, in questi casi, quello che ti aiuta è la fede. Pensare che sei nelle mani di dio..e poi basta che mi viene da piangere.

E se dovessi tornare in Marocco?

Qualche volta ci ho pensato, e penso prima di tutto alle mie figlie. Non parlano l’arabo, ovviamente, che ci vengono a fare in Marocco? Sono anche troppo grandi per iniziare la scuola da capo, avrebbero bruciato il loro futuro. Ma soprattutto penso che siamo un po’ cretini, noi immigrati.

Perché cretini?

Perché con tutto il tempo che è passato, un po’ abbiamo iniziato a sentirci parte di questa terra. Se succede qualcosa in questo paese, ci preoccupiamo come gli italiani. Tifiamo le squadre di calcio. A me succede che quando torno in Marocco, appena arrivata sullo stretto di Gibilterra telefono a mia madre e le dico "sono arrivata a casa", anche se ci manca ancora un giorno di viaggio. E lo stesso mi capita appena passata Ventmiglia, di ritorno. Appena entro in Italia dico "sono arrivata a casa".

Ma, alla fine, decidere di diventare un’"immigrata", decidere di lasciare il tuo paese, ti è convenuto?

Non è stato certamente come sognavo. Però io in Marocco non ho niete, non ho casa, né lavoro. Con mio marito abbiamo detto: andiamo lì cinque, sei anni, facciamo un po’ di soldi e poi torniamo. Adesso che sono passati undici anni posso dire che non è possibile. Certo, alla fine guadagnamo. Ma il fatto è che tutto quello che guadagni lo spendi qui. Torniamo in Marocco ogni due anni, e giuro, ci tocca fare i debiti. Se dovessi tornare in Marocco domani sarebbero guai, ma guai neri…