Intervista. Cofferati:«D’Amato fa un gioco pericoloso»

17/04/2001

 
 





Sergio Cofferati
14/04/2001




di Rinaldo Gianola

Cofferati: D’Amato fa un gioco pericoloso

MILANO «Mi pare di vedere una coincidenza di analisi, di strategie e di obiettivi tra la Confindustria e la Casa delle libertà, un avvicinamento che stride con l’equidistanza politica dichiarata da D’Amato. Non è solo per quel siparietto di Parma tra Berlusconi e il presidente degli imprenditori – «Ho copiato io o hai copiato tu?» -, ma mi sembra che, nelle pratica, ci sia una convergenza almeno sospetta sulle cose da fare, in particolare nel tentativo di colpire la struttura consolidata dei diritti dei lavoratori». A Sergio Cofferati non mancano i problemi, in questo momento. Il segretario della Cgil è indicato come un elemento di freno alla presunta innovazione delle relazioni sociali e industriali propugnata dagli imprenditori. La sua offerta per una nuova stagione di confronto con le altre confederazioni, al fine di evitare un’ulteriore divaricazione, ha raccolto reazioni fredde. E anche a sinistra, per la verità, non sono mancate le osservazioni critiche sui comportamenti della Cgil.

 

Cofferati, partiamo dalla cronaca: la Cgil non ha partecipato all’accordo sui contratti a tempo determinato raggiunto dalla Confindustria con Cisl e Uil. Perché ?
«La Confindustria ha deciso che bisognava procedere negli atti negoziali escludendo la Cgil. Questa linea ha un valore simbolico, mediatico e politico. E’ una prova. Gli imprenditori con Cisl e Uil hanno concordato l’accordo sul tempo determinato».

Ma c’è davvero questo accordo?
«Certo, esiste il testo. Adesso anche il segretario della Cisl Pezzotta ammette che c’è. Il tentativo degli imprenditori è di dimostrare che si possono fare accordi, anche importanti, senza e contro la Cgil. Ma non tutte le organizzazioni imprenditoriali sono di questo parere. Ho apprezzato il senso di responsabilità della Confcommercio. Anche la Lega delle cooperative e il Cispel hanno espresso posizioni diverse. Qui il problema non è l’accordo sul recepimento della direttiva europea dei contratti a termine, la questione è un’altra ed è politica: si vuole escludere la Cgil».

Ma adesso c’è la vostra disponibilità a partecipare all’incontro del 20 aprile.
«Non abbiamo chiesto solo di spostare una data ma di avere risposte di merito su tre punti. Stiamo ancora aspettando. Nessuno di loro, né la Confindustria né la Cisl, può immaginare di coinvolgerci in una finta trattativa che si conclude con l’avvallo all’accordo che hanno fatto di nascosto domenica mattina e che Pezzotta ieri ha confermato.

Scusi, ma è così importante la questione del testo sui contratti a termine?
«Questa, lo ripeto, è una prova della Confindustria per escludere la Cgil. Da un punto di vista politico il ministro del Lavoro ha già detto che non recepirà alcun testo se non ci saranno le firme di tutte le organizzazioni sindacali e imprenditoriali. Ma forse D’Amato spera che il prossimo governo possa fare una scelta diversa, vedremo».

Anche in questo caso, però, è emersa la distanza tra le confederazioni…
«All’assemblea programmatica della Cgil abbiamo fatto una proposta. Pensiamo che sia utile per tutti riprendere un dialogo, possibilmente fissare delle regole per un comportamento unitario. Noi siamo sempre qui, la proposta c’è sempre, anche se adesso le relazioni sono difficili. Noi diciamo che ci vogliono delle regole, bisogna che i voti degli interessati contino. Voglio ricordare che quando venne approvata la legge sulla rappresentanza per i dipendenti pubblici, Cgil, Cisl e Uil sottoscrissero una lettera in cui si impegnavano a non firmare accordi separati, un impegno disatteso poco dopo col Patto di Milano».

Che relazione c’è tra la linea della Confindustria e la politica del centro-destra?
«Vedo una convergenza di comportamenti e di interessi. Chi ha fatto saltare in Parlamento la nuova legge sulla rappresentanza? Il Polo. E’ stato il centro-destra a bloccare l’approvazione della legge sulle molestie sessuali nei luoghi di lavoro e sul lavoro interinale. La Confindustria e il centro-destra richiamano, nei loro documenti, la necessità di ricorrere nei contratti di lavoro alla contrattazione individuale, eliminando l’attuale sistema di garanzie. La Confindustria e il Polo vogliono mettere mano all’articolo 18, cioè vogliono libertà di licenziare e, in aggiunta, spingono per modificare anche le norme per i licenziamenti collettivi. Questi sono i fatti di cui siamo a conoscenza».

Berlusconi, che si sente già al governo, sostiene di voler la pace sociale, un confronto europeo…
«Il Polo affida un mandato bipartisan ad Amato per approvare la Carta di Nizza. L’articolo 30 di questo documento dice che nessuna lavoratrice, nessun lavoratore in Europa può essere licenziato senza un giustificato motivo. Qual è la posizione del centro-destra: quella europea o quella della Confindustria?».

Perchè gli industriali abbandonano la linea della concertazione?
«La ragione è nel documento presentato alle Assise di Parma. Il loro progetto di sviluppo è vecchio, tutto basato sulla compressione dei costi e sulla riduzione del sistema di garanzie per i lavoratori. Non potendo più ricorrere nell’epoca della moneta unica europea alla panacea della svalutazione, come hanno fatto a lungo, adesso cercano di tagliare ancora i costi per recuperare margini di competivività. E’ un modello superato. Noi proponiamo un progetto alternativo, basato sulla qualità dello sviluppo, sulla formazione, la ricerca, l’innovazione dei processi e dei prodotti».

Il problema della competitività, tuttavia, riguarda il Paese non solo le imprese…
«Certo, il sindacato lo riconosce. Noi siamo disponibili a parlare della competitività alta, di come qualificare l’industria e il lavoro del Paese. Mi piacerebbe che qualcuno, anche a sinistra, riprendesse il "Libro bianco" di Jacques Delors per delineare una moderna politica di crescita. Il piano Delors sembra oggi un reperto archeologico, invece contiene ancora indicazioni utili».

E allora, la linea D’Amato?
«La strada tracciata dal presidente della Confindustria è una scorciatoia comoda ma inefficace di fronte a problemi enormi come quello dello sviluppo economico nel rispetto dei diritti dei lavoratori e nella tutela dei consumatori. La questione centrale è l’arretratezza delle imprese italiane».

Quale arretratezza?
«Non c’è ricerca, non c’è innovazione. Gli enormi profitti degli anni Novanta sono andati altrove, non certo nell’adeguamento tecnologico della struttura industriale. Il risultato è che l’Italia deve rinunciare a settori economici ad alto valore aggiunto e le imprese si adagiano sulle attività tradizionali, vecchie, cercano di recuperare margini solo dalla compressione dei costi. La situazione è chiara: i dati economici sono positivi, l’Italia è in crescita, compreso il Mezzogiorno, si creano posti di lavoro, ma molte imprese sono in difficoltà rispetto a un quadro competitivo europeo e internazionale più difficile. Hanno il fiato corto, l’unica idea che hanno è bloccare i contratti, abbattere ancora il costo del lavoro che in Italia, secondo le statistiche della Ue, cresce già molto meno dei nostri partners europei».

E’ per questo motivo, dunque, che non si riesce a rinnovare i contratti?
«Certo. Il contratto dei meccanici non c’è ancora, non c’è l’integrativo Fiat, i contratti di altre categorie importanti di lavoratori sono fermi. Gli imprenditori non rispettano nemmeno gli accordi per il recupero dell’inflazione».

Veniamo alle elezioni: lei, qualche settimana fa, espresse serie preoccupazioni per la mancanza di un programma e di un forte impegno da parte del centro-sinistra. Adesso che cosa dice?
«Da un punto di vista del cittadino-elettore vedo una forte reazione, una crescita dei consensi verso la coalizione di centro-sinistra, che mi auguro possa mantenere il governo del Paese. Sono stati fatti molti passi avanti. Ho apprezzato la lettera agli italiani di Rutelli il cui punto centrale era la "buona e piena occupazione" Così quando il 20 aprile sarà presentato il propgramma ci sarà elemento certo su cui basarsi e sono convinto che anche la squadra di governo sarà all’altezza della difficile sfida». Il confronto elettorale è duro perchè dall’altra parte, nel centro-destra, c’è un’esplicita volontà di colpire il sistema dei diritti e delle forme di tutela sociale».

In più c’è anche qualche enorme conflitto di interesse, come ha denunciato su questo giornale il ministro del Tesoro, Visco, in merito all’ingresso di Mediaset nel gruppo Olivetti-Telecom…
«E’ evidente che questi conflitti di interesse si possono ripetere all’infinito se non c’è una legislazione precisa, efficace, di livello europeo. Su questo punto, inoltre, non mi è sembrato di sentire le osservazioni preoccupate da parte della Confindustria. C’è una specie di sordina su questi argomenti, evidentemente considerati scabrosi in Confindustria. Posso comprendere, però, che diversi industriali si trovino a disagio nel giudicare episodi tanto clamorosi di sovrapposizione di interessi personali e politici di un grande imprenditore».