“Intervista” Cofferati: questo clima non aiuta le imprese

21/01/2002


La Stampa web






intervista
Roberto Giovannini
(Del 20/1/2002 Sezione: Economia Pag. 4)
IL SEGRETARIO DELLA CGIL: HANNO DECISO DA SOLI, POSSONO BENISSIMO FARE MARCIA INDIETRO
Cofferati: questo clima non aiuta le imprese
Non è la prima volta che Berlusconi imbocca questa strada rischiosa»

ROMA. SIAMO alle solite: non c’è uno straccio di argomento. Ci sono solo e sempre gli insulti». Altrettanto secca è la replica del leader della Cgil Sergio Cofferati al ministro del Welfare Maroni, che dalla Spagna chiude di nuovo la porta al dialogo col sindacato, reo di voler imporre «diktat» sui licenziamenti. «Il governo, con le tre deleghe su fisco, lavoro e pensioni – spiega il sindacalista – ha prodotto una rottura sociale pesantissima. Ha intaccato i meccanismi redistributivi fiscali, la tutela del potere d’acquisto attraverso i contratti, le protezioni sociali e i diritti delle persone. E noi rispondiamo, con gli strumenti del sindacato. Certo – osserva Cofferati – questo clima non giova all´economia. Le imprese se ne stanno accorgendo».

Maroni si lamenta: avete risposto "picche" alla sua apertura.

«È stato, quello del ministro, solo un tentativo maldestro di creare aspettative. Nel governo c´è chi pensa a "catturare" il consenso del sindacato per portare avanti una ipotesi di modifica del testo sull’articolo 18. Ma noi abbiamo chiesto lo stralcio: l’articolo 18 deve rimanere così com’è. Dieci milioni di italiani lo hanno ribadito, andando a votare al referendum radicale del 2000. Io non ho cambiato opinione: si rispetti quel pronunciamento popolare».

In Parlamento c’è chi nella maggioranza ipotizza un accantonamento della norma, da esaminare in una più ampia trattativa sulla flessibilità.

«Fermi, non giochiamo con le parole. Lo stralcio è una cosa precisa. Significa cancellare la norma. L’accantonamento è un’altra cosa: mettiamo da parte per un po´ la questione dei licenziamenti. No, grazie. Liberissimi di immaginare che l’articolo 18 possa essere usato come una spada di Damocle sulla nostra testa, per qualsiasi altra trattativa o negoziato; ma io non ci sto. Noi vogliamo lo stralcio».

Ma non si può immaginare che il governo faccia clamorosamente marcia indietro.

«Come ha deciso di varare una riforma, senza consultare nessuno, così può decidere di rinunciarvi».

Oppure, il governo potrebbe ridurre la portata della riforma dei licenziamenti, in cambio di una vostra disponibilità su altre materie, come le pensioni.

«Per quanto mi riguarda, anche questa è un’ipotesi impraticabile. Le imprese sono interessate a una riduzione del costo del lavoro? Benissimo: riprendiamo la strada dell’accordo dell´applicazione dell´accordo del Natale ’98. Utilizziamo le risorse fiscali per programmare una riduzione del costo del lavoro, nelle dimensioni previste e non ancora realizzate. Tra l´altro, penso che le imprese più che un problema di costi abbiano oggi un problema di qualità e di innovazione. Scorciatoie non esistono. Ma il sistema previdenziale non si tocca: ridurre la contribuzione significa creare le premesse del suo sgretolamento. Quanto ai diritti, sull´articolo 18 non c´è possibilità di discussione. Eliminare il principio del divieto del licenziamento ingiustificato significare violare le regole europee, l´articolo 30 della Carta dei Diritti varata a Nizza».

Il paese è bloccato. Ci sono gli scioperi sulle deleghe del governo, ci sono tensioni nei trasporti, nelle banche, nel pubblico impiego.

«Sapevamo bene che le decisioni del governo avrebbero portato alla rottura e al conflitto. Pensiamo alla crisi Alitalia: i ministri stanno a guardare, cosa si pretende dai lavoratori, che scioperano per chiedere un piano di rilancio dell´azienda? Non ci sono le risorse per i contratti dei dipendenti pubblici, e quelli dovrebbero starsene a casa tranquilli? Chiedono il giusto: il recupero del potere d’acquisto. Il conflitto serve a far cambiare idea e politica al governo. Noi vogliamo fare accordi».

Pare che nell´Esecutivo ci si divida, tra «dialoganti» e sostenitori della «linea dura» con voi.

«Mi pare che alcuni ministri facciano affidamento su una presunta debolezza del sindacato e della sua risposta. Un calcolo cinico e pericoloso. Mi pare invece che alcune imprese siano più attente e abbiano un polso della situazione più realistico. Il nostro primo sciopero, con le assemblee nei luoghi di lavoro, ha segnato una partecipazione e un’attenzione enorme. Le aziende lo sanno benissimo».

Berlusconi ha detto al «Financial Times» che i sondaggi mostrano che la gente non è con i sindacati.

«Se è convinto, non gli resta che attendere. Le assemblee già svolte e gli scioperi hanno avuto un´adesione altissima. Non è la prima volta che il Presidente del Consiglio si avventura su questa strada accidentata e rischiosa».

Il ministro Maroni ha affermato che lei è l’«alter ego» del giudice Borrelli, che punta ad abbattere il governo, che i vostri «no» sono pregiudiziali. Come risponde?

«Tesi senza fondamento, che i ministri utilizzano per nascondere un vuoto di argomentazioni. Il sindacato vuole risposte di merito ai problemi che pone. Si parla di atteggiamenti pregiudiziali? Guardiamo piuttosto ai comportamenti del governo. Questo governo, il ministro e i sottosegretari al Welfare hanno destinato molto del loro tempo solo a cercare di dividere il sindacato e isolare la Cgil. C’è una sorta di ossessione, di furore ideologico, teorizzato peraltro nella premessa del "Libro Bianco". Non sfugge che è questa la stessa intenzione prospettata da Confindustria».

Fino a poche settimane fa non sembrava che il sindacato italiano avesse bisogno di spinte per dividersi. Ci riusciva benissimo da solo.

«Il governo ha scambiato una dialettica, anche aspra, per divisioni prospettiche tra Cgil-Cisl-Uil. Tra me, Savino Pezzotta e Luigi Angeletti, tra le nostre organizzazioni, i rapporti sono leali e trasparenti. Abbiamo costruito le nostre posizioni con pazienza, confrontando sensibilità diverse, e io sono rispettoso del carattere di questi rapporti e contento della loro solidità. Per questo trovo gravi, volgari, offensivi le affermazioni pubbliche dei ministri, mirate a dividerci. Mostrano una mancanza di rispetto per i propri interlocutori. Nella mia vita di sindacalista ho avuto a che fare con molti Esecutivi: ma cose del genere non le ho mai viste. Tre esempi? La sceneggiata del "buco" nei conti pubblici, con il ministro dell´Economia Tremonti a registrare un´intervista mentre in trattativa il premier affermava di non avere notizie sui conti. I goffi inviti del ministro Maroni a Cisl e Uil a prendere le distanze dalla Cgil. Le affermazioni dello stesso su "interventi" in tema di patronati sindacali. Faccia quello che ritiene utile: ma non tenti la strada delle minacce».

Ma il governo gode di un’ampia maggioranza. Dovrete fare i conti con questo.

«Io rispetto il voto dei cittadini. L’obiettivo del sindacato è fare l’accordo, il conflitto a questo serve. Chi non vuole l’accordo è solo il governo: ha voluto compiere scelte ideologiche, sollecitate da Confindustria, tenta di dividerci, condendo il tutto condito con insulti e volgarità. Si dice che non vogliamo trattare. Ma se andiamo a tutti gli incontri! Hanno gettato alle ortiche la concertazione, parlano di "dialogo sociale". Nei fatti, convocano il sindacato e comunicano le loro decisioni. Liberissimi: ma poi non si sorprendano se – non potendo più negoziare, il sindacato fa quel che deve fare: si mobilita per costringerli all´accordo».

Ma sono così negative e catastrofiche le politiche del governo? Non siete ingenerosi?

«C´è un inquietante collateralismo con le posizioni di Confindustria. Lo dimostra l´intervento sull´articolo 18, di cui pure il centrodestra non aveva fatto cenno nel suo programma elettorale. Si comincia con il pacchetto Tremonti dei 100 giorni, con provvedimenti contorti e poco efficaci, ma tutti mirati a favore dell´impresa, nessuno a sostegno della domanda. Poi arriva una legge Finanziaria piena di lacune, la più vistosa è il Mezzogiorno, anch´essa mirata essenzialmente alle esigenze delle imprese. Il capitolo sociale (pensioni minime e detrazioni) è stato molto enfatizzato, ma al dunque non affatto corrispondente alle attese: la promessa del milione ai pensionati poveri (peraltro ancora non erogato) si è rivelata un vantaggio modesto, e per una platea ridotta. E non si tratta di risorse aggiuntive, ma sottratte da altre voci «sociali»: il fiscal drag non restituito, e la cancellazione del taglio di un punto dell’Irpef. Nessuno stimolo alla domanda, ai consumi, e il non aver programmato le risorse per i rinnovi contrattuali di quattro milioni di dipendenti pubblici non fa altro che contribuire a questo effetto di depressione dell´economia. Poi arriva la crisi, dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre: l´economia mondiale frena, e mentre in 48 ore il governo "liberista" Usa imbocca la strada delle politiche keynesiane, il governo italiano resta al palo. L’impianto della Finanziaria resta quello, quando la congiuntura è ferma, i consumi stagnano, e c´è anche qualche rimbalzo inflazionistico legato all´introduzione dell´euro».

E le deleghe?

«Completano questo disegno. Partiamo da quella sul fisco, con due aliquote che sono persino di dubbia costituzionalità. Produrrà un vantaggio enorme per i redditi medio-alti, e una evidente penalizzazione per la fascia centrale dei contribuenti, per moltissimi pensionati e per moltissimi lavoratori. E crea grandi preoccupazioni per la tenuta dello Stato sociale, alimentato in modo significativo attraverso il gettito fiscale. Sulla delega fiscale non c’è stata mai nessuna discussione: certo, non siamo l’unico soggetto interessato, ma per la parte che rappresentiamo (non piccola, lavoratori dipendenti e pensionati) non ci è stata data la possibilità di dire la nostra. Della delega sul mercato del lavoro, e di quel che rappresenta come lesione dei diritti delle persone si è molto parlato. E c´è la delega sulla previdenza. Le intenzioni del governo sono disastrose. Se venissero attuate, metterebbero in crisi il sistema pensionistico italiano».

Il ministro Maroni dice che è una bugia terroristica.

«Benissimo. Della voragine che si aprirebbe nei conti ha già parlato il presidente dell’Inps, e non mi pare che nessuno lo abbia smentito. Ho già detto che se si vuole ridurre il costo del lavoro c´è una strada maestra: eliminare oneri impropri che gravano sul costo del lavoro. Ma non si possono toccare i contributi. Ci si dimentica le polemiche di questi anni sulla verifica previdenziale? La verifica della Commissione Brambilla ha confermato che i conti sono in ordine, che avevamo ragione noi. Che semmai, il sistema andava rafforzato con la destinazione del Tfr ai fondi complementari e incentivi per convincere i lavoratori a non andare in pensione. E il governo ha non solo imposto obbligatoriamente e autoritariamente la cancellazione del Tfr, ma ha concesso alle imprese di scegliere i lavoratori che possono continuare a produrre e quelli costretti al pensionamento. E poi, la scelta distruttiva della decontribuzione. I giovani hanno un sistema previdenziale basato sui contributi effettivamente versati. Per loro la pensione finale, se i contributi diminuiscono, sarà sensibilmente più bassa. Le teoriche "compensazioni" legate all´aumento dell´aliquota per i parasubordinati non cambiano la realtà, stanti le enormi differenze quantitative tra collaboratori e futuri dipendenti. Primo, tra 40 anni i futuri pensionati avranno un assegno molto inferiore a quello fissato dalla riforma Dini. Secondo, il calo del flusso dei contributi non consentirà di mantenere il livello delle prestazioni per chi è già in pensione o sta lavorando. Si vuole mettere in crisi il sistema previdenziale, con l’obiettivo di ridurre il peso della previdenza pubblica, e dare vantaggi alle aziende (con la decontribuzione) e alle banche e assicurazioni».

Insomma, per adesso è muro contro muro. Scontro frontale tra voi e l´Esecutivo.

«Noi siamo qui. Le nostre idee possono non essere condivise, ma sono chiare. Decida il governo se e come riaprire un canale di dialogo. Ma pasticci non ne faremo, né sull’articolo 18, né con scambi tra diritti e protezioni».