“Intervista” Cofferati: negare l´uso delle basi e lo spazio aereo

17/02/2003




17/2/2003

Cofferati: negare l´uso delle basi e lo spazio aereo
«La fortissima presenza di cattolici dimostra che la sinistra può aggregare altre forze, quando ci sono dei valori comuni La Nato va riorganizzata, il mondo in cui nacque non esiste più»

intervista
Aldo Cazzullo

ROMA
SERGIO Cofferati, il grande corteo di sabato è un successo politico ma rilancia le accuse di anti-americanismo.

«Non si capisce mai se gli accusatori temano o auspichino l’antiamericanismo. Mi verrebbe da dire: basta con questa storia. Non nego ci siano stati in passato a sinistra atteggiamenti antiamericani. Ma ho l’impressione che oggi l’antiamericanismo sia diventato un argomento frusto nelle mani di alcuni commentatori per evitare il merito, cercare di condizionare l’interlocutore, introdurre una polemica fuorviante. Criticare Bush non significa essere contro l’America. Se incontro uno straniero che critica Berlusconi non lo considero un anti-italiano, ma un amico».

Resta il fatto che per le vie di Roma non si sono visti o quasi gli auspicati cartelli contro Saddam.

«C’è un ordine logico anche nella percezione di massa. Che Saddam sia un dittatore credo non sfugga a nessuno. Nessuno dei manifestanti l’ha additato a modello. Ora sul terreno c’è l’ipotesi di un attacco all’Iraq, c’è una priorità che non cancella il giudizio politico sul regime iracheno. Non mi pare siano prevalse le esasperazioni, anzi credo che dalla semplificazione di tante specificità viste in piazza esca un messaggio positivo. Condiviso da molti americani».

Al convegno dell’Ulivo a Bologna lei ha avuto parole dure verso la politica di Bush.

«Nel documento sulle strategie della sicurezza si leggono ipotesi terribili. Una parte di queste vengono espresse già prima dell’11 settembre; dopo diventano ancora più violente. La guerra è immaginata come uno degli strumenti della politica. La tesi è che le condizioni degli Stati Uniti non sono negoziabili; qualsiasi difficoltà tra i governi o tra le organizzazioni non può ripercuotersi in un aggiustamento alla ricerca di un giusto equilibrio; le contraddizioni vanno scaricate su altri, i problemi risolti a scapito di altri. Bel modo di concepire le relazioni internazionali».

Fini dice che la marcia di sabato non cambia nulla.

«Invece può fare da spartiacque per tante vicende. Ad esempio, quella dell’identità europea. A parte l’Italia, la più grande risposta di massa è venuta dalla Spagna e dalla Gran Bretagna: cioè dai paesi che in Europa sostengono con più decisione una linea di oggettiva subalternità agli Usa, e che nella Convenzione hanno un atteggiamento più chiuso sulla costruzione europea. E poi c’è una grande novità: la pace viene indicata da milioni di persone come elemento di identità. Il pacifismo, parola usata a volte in senso spregiativo, si fa pratica identitaria. In Europa, nel mondo non c’è traccia di una giornata come quella di sabato. Il movimento contro la guerra in Vietnam prende corpo dopo che la guerra ha generato i suoi orrori. Oggi il movimento per la pace si manifesta prima. E non è minoritario. Non è stata una delle tante manifestazioni anche grandiose che lasciano indifferente chi non vi partecipa. Si avvertiva l’energia pure di chi non c’era. Mi era accaduto anche il 23 marzo. Accade quando si manifesta per i diritti, per i valori».

Sono stati evocati i «partigiani della pace» e gli scioperi politici degli Anni 50.

«Non vedo nulla che possa giustificare simili raffronti. I promotori del corteo erano numerosi e diversi per storia e cultura; nessuna specificità ha prevalso sulle altre. E la fortissima presenza di cattolici, che si era già vista a Genova e a Firenze, conferma che la sinistra può aggregare altre forze quando ci sono valori comuni».

Che cosa deve fare ora l’opposizione in Parlamento?

«Trarre le conseguenze dalle due svolte degli ultimi giorni, la messe straordinaria di cortei per la pace e la relazione degli ispettori dell’Onu, da cui si evince che non esistono le ragioni di pericolo temute e da qualcuno previste. L’opposizione ha una cosa sola da fare: lavorare rapidamente per presentare una mozione comune di rifiuto dell’ipotesi della guerra "senza se e senza ma", senza distinguo, come dice l’efficace sintesi adottata dai manifestanti. E pretendere che la mozione venga messa ai voti».

No alla guerra anche se l’Onu finisse per dare via libera?

«Sì. E’ importante assumere una posizione rigorosa e corrispondente al sentimento diffuso nel paese: per ragioni politiche interne, ma anche per ragioni di rapporto con l’esterno, con l’Europa, con il mondo. Perché la questione non riguarda solo le condizioni di vita attuali o attese delle persone, ma anche le loro coscienze».

Crede che i leader del centrosinistra le daranno retta? A Bologna Fassino ha spiegato come non si possa lasciare gli Usa soli.

«Spero proprio di sì. Spero che se qualcuno aveva ancora dei dubbi o qualche incertezza la giornata di sabato li abbia definitivamente dissolti. In questi casi occorre una politica lineare, in sintonia con l’opinione della stragrande maggioranza dei cittadini italiani, compresi molti elettori del centrodestra».

La mozione del centrosinistra dovrebbe escludere anche l’uso delle basi Nato?

«Credo sia necessario, nell’ambito della posizione contraria alla guerra, esplicitare l’indisponibilità all’utilizzo delle basi. Così come non deve essere concesso l´uso dello spazio aereo e delle infrastrutture».

Ma così ci si incammina su un terreno delimitato dagli accordi bilaterali e dalle regole Nato. La vera questione non riguarda il ruolo e la natura dell’Alleanza atlantica?

«Occorre affrontare, non sempre e soltanto sotto l’onda emotiva di un avvenimento drammatico, il tema della democratizzazione di tutti gli organismi sovrannazionali, dall’Onu agli organismi economici. Per funzionare, devono assorbire sovranità. C’è bisogno di un processo che trasferisca sovranità attraverso l’espressione della volontà dei cittadini con un voto. Se non si affronta questo tema si possono spendere tante parole attorno alla globalizzazione, ma non si introdurranno regole e meccanismi certi in nessun ambito».

Il ragionamento vale anche per la Nato?

«Credo che la riorganizzazione debba valere, con tempi, forme e modalità diverse, per tutte le organizzazioni sovrannazionali. Alcune non funzionano a causa di condizioni specifiche recenti. Altre perché sono state pensate in un mondo che non esiste più. Qui torniamo all’intuizione di Prodi sulla fine del pensiero unico: siamo in una condizione di ricerca di equilibri diversi, basati su alcuni capisaldi. Il primo è la pace».

Come reagirà il movimento in caso di guerra?

«Il popolo che ha manifestato sabato è composto da tanti soggetti: associazioni, sindacati, partiti, movimenti in senso stretto. Ognuno dovrebbe tornare a riaffermare la contrarietà alla guerra, e usare gli strumenti che gli sono propri, nessuno escluso: dall’iniziativa politica alla manifestazione, financo allo sciopero per chi ne può disporre».

Che impressione le ha fatto vedere Aziz dai frati di Assisi e a cena con i politici del centrosinistra?

«Non si può guardare al lavoro dei frati francescani con il metro di giudizio che si utilizza per la politica. Loro appartengono a una dimensione altra. E Assisi è un luogo simbolico».

Il ristorante «Quattro scalini» di piazza Navona no.

«Preferisco parlare dei frati».

Gino Strada ha ripetuto l’equazione che gli è cara tra Bush e Saddam. Casini l’ha indicato come cattivo maestro. Chi ha ragione?

«Non penso affatto che Gino abbia in mente un’equivalenza tra Bush e Saddam. Vedo nei suoi confronti un atteggiamento contraddittorio: lo si apprezza per il suo lavoro e il suo coraggio, e si tenta di semplificare in negativo le cose che dice. Strada non è un cattivo maestro».

Lei a Bologna ha dato una lettura critica anche dell’intervento Nato nei Balcani.

«La decomposizione dell’ex Jugoslavia è stata un processo protratto nel tempo. I sintomi erano del tutto evidenti. L’Europa, per l’assenza di una politica estera e per il cinismo di alcuni paesi, ha guardato a quella crisi senza mettere in atto i normali strumenti della politica, quelli che potevano evitare che si precipitasse nel conflitto interno. Dopodiché si è trovata nella condizione di dover intervenire. Però, quando intervieni con l’uso della forza e quindi metti in conto di poter uccidere delle persone per garantire la vita ad altre, allora firmi la sconfitta più cocente e dolorosa, il punto più basso della politica. E non era inevitabile».

Cioè la guerra del Kosovo si poteva evitare?

«Credo di sì, e credo non sia stato fatto per tempo quel che serviva per evitarlo. Per questo ho parlato di sconfitta della politica e delle coscienze».