“Intervista” Cofferati: «La nostra riforma del lavoro»

02/04/2002


 
Pagina 8 – Economia
 
Il leader della Cgil propone nuovi ammortizzatori sociali, tutele anche ai lavoratori atipici e arbitrato volontario per i contenziosi
 
"La nostra riforma del lavoro"
 
Cofferati: l´obiettivo non è fare cadere il governo
 
 
 
Non vogliamo solo lo stralcio delle deroghe sull´art.18. Le deleghe fiscale e previdenziale sono sbagliate e vanno cambiate
Contro il terrorismo serve responsabilità. Sono rimasto colpito dal cumulo di ingiurie riversato su di noi da membri dell´esecutivo
 
MASSIMO GIANNINI

ROMA – Sergio Cofferati, l´assassinio di Marco Biagi ha stravolto la natura del conflitto tra governo e sindacati. Invece di compattare il fronte, in nome di un interesse supremo, il ritorno del terrorismo ha creato ulteriori ragioni di polemica.

«La tragedia di questi giorni impone a tutti noi una riflessione profonda. In questi giorni sono stati fatti molti accostamenti, tra gli attentati a Ruffilli, a Tarantelli, a D´Antona e a Biagi. C´è un elemento comune: questi professori lavoravano al servizio dello Stato per definire politiche di coesione. Ma c´è anche una differenza rilevante: mentre i primi tre furono uccisi essenzialmente per ciò che avevano fatto, il professor Biagi è stato ucciso per ciò che stava facendo. Era impegnato in una trattativa complessa, delicatissima, sull´articolo 18. Per questo viene assassinato. A parte il precedente di Aldo Moro, io non ricordo in passato un tentativo così esplicito e violento da parte delle Br di imporre tempi e metodi dei rapporti politici e sociali. Gli assassini hanno scelto il loro obiettivo per colpire un simbolo, ma soprattutto per condizionare i comportamenti della parti, spingendo il governo ad irrigidirsi e cercando di intimorire un movimento di lavoratori sempre più vasto e convinto».


Questo è un ragionamento che può portare lontano. Persino alle tesi di Luca Casarini, che ha parlato di un «delitto di Stato». Spero non segua la stessa pista.


«Ovviamente no. Sto ai fatti. La matrice dell´assassinio di Biagi è politica. La rivendicazione è delle Br. E ogni disputa su questo sarebbe fuori luogo. Ma non è fuori luogo ragionare sui possibili moventi di questo crimine. Non escludendone nessuno. Perché anche da questo punto di vista l´assassinio di Biagi non ha riscontri con il vecchio terrorismo degli anni ’70, che era un fenomeno diffuso. Godeva non solo di complicità, ma anche di tolleranza in alcune parti della società italiana. Proprio per questo poteva contare su un numero rilevante di militanti».


A sinistra poteva contare anche su parecchi imbecilli che parlavano dei brigatisti come di «compagni che sbagliano», o che lanciavano slogan come «né con lo Stato né con le Br». Fu indulgente anche il sindacato, in quegli anni?


«Quegli slogan furono folli idiozie. Quanto al sindacato, è vero che in quegli anni i conflitti nel mondo del lavoro erano accompagnati a volte da episodi di violenza, come capitava nella società. Ne sono stato testimone diretto, quand´ero in Pirelli. Quella violenza non era immediata espressione del terrorismo, tuttavia ne fu il brodo di coltura. Ma contro quella violenza, e contro il terrorismo, si schierarono, compatti, tutti i leader dell´epoca. Primo tra tutti Luciano Lama, una delle poche, grandi autorità morali di questo Paese».


E qual è la differenza tra il clima di allora e quello di oggi?


«Oggi non c´è, nel mondo del lavoro e nella società civile, nessuna tolleranza. Oggi il terrorismo non è fenomeno diffuso. Al contrario, è verosimile che si tratti di gruppi ristretti, costituiti da poche persone, oltre tutto integrate in un contesto ‘normale´. Questo rende la minaccia molto, molto più pericolosa. Il nuovo terrorismo è infiltrato in luoghi diversi, è invisibile, silente e sempre pronto a colpire. Questo deve chiamarci tutti ad un impegno nuovo. Serve la vigilanza accorta delle organizzazioni sociali, dei partiti e delle istituzioni: ognuno deve essere attentissimo a cogliere ciò che gli si muove intorno. L´insidia può nascondersi ovunque: anche nella redazione di un giornale, in uno studio professonale o in un ministero. E poi certo, anche in un´organizzazione sociale».


Forse era proprio questo il tema della convocazione a Palazzo Chigi che Berlusconi vi aveva rivolto la scorsa settimana, e che voi avete rifiutato con sdegno?


«Proprio per la natura insidiosissima del nuovo terrorismo, serve un grande senso di responsabilità. Il tema della sorveglianza democratica, sia pure in un clima di emergenza, non si può considerare come oggetto di rapporto tra le parti. Per una ragione di principio: se abbiamo un sospetto ci rivolgiamo al magistrato. E poi perché il terrorismo è un attacco alla democrazia, e la difesa della democrazia è un´esigenza di tutti».


A giudicare dalle accuse del Polo, non sempre il sindacato ha fatto la sua parte.


«Lo confesso. Sono rimasto profondamento colpito e offeso dal cumulo di ingiurie che si è riversato contro di noi, attraverso le parole di ministri e sottosegretari. Mai nella mia vita avrei immaginato di dover ascoltare tante vili insinuazioni».


L´hanno accusata di aver dato del «traditore» al professor Biagi, perché dopo aver lavorato con il governo dell´Ulivo era diventato consulente del ministro Maroni

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«Non ho mai detto un´infamia del genere, e infatti ho querelato chi l´ha scritto».


Ma di «collateralismo» aveva parlato, citando il suo Libro Bianco.


«Ho parlato di collateralismo tra governo e Confindustria. Il mio è un giudizio politico, riferito a organizzazioni colettive, non a persone singole. Queste sono tutte strumentalizzazioni vergognose. La nostra storia parla per noi. Il sindacato è democrazia, il terrorismo è un attacco alla democrazia, e dunque il sindacato è nemico del terrorismo. Noi, rispetto alle Br, siamo parte lesa. E continueremo a fare ciò che abbiamo sempre fatto, vigilando il nostro territorio con il massimo del rigore e decidendo i nostri comportamenti con il massimo senso di responsabilità».


E´ responsabile, secondo lei, ripetere per settimane che quella sull´articolo 18 è «una battaglia di civiltà»?


«Certo che lo è. Il diritto fondamentale di chi lavora a non essere licenziato senza giusta causa è un tratto della nostra civiltà. Il Trattato di Nizza della Ue lo ha sancito all´articolo 30, fissando anche un nesso inscindibile tra i diritti delle persone, i diritti del lavoro e i diritti di cittadinanza».


Ma questo non implica che chi vuole modificare l´articolo 18 sia automaticamente bollato come «incivile», e quindi vada fermato con tutti i mezzi?


«Niente affatto. Implica solo che ha un´altra idea della civiltà. Nella mia, ci sono quei diritti. E dunque uso gli strumenti che la democrazia mi offre per difenderli».


E´ responsabile, secondo lei, che il leader della Fiom, Claudio Sabattini, dica in un teatro che «il governo Berlusconi non si può battere solo per via parlamentare»?


«Anche su queste parole c´è stato un palese tentativo di strumentalizzazione. In Cgil, in nessuna occasione e da parte di nessun dirigente, è mai stata messa in dubbio la legittimità di un governo eletto dai cittadini con l´esercizio democratico di un voto. L´obiettivo del sindacato non è mai quello di propiziare la caduta del governo. Ma può essere quello di costringerlo a cambiare idea, con le azioni di contrasto che la democrazia consente, se avanza proposte non condivisibili».


E´ responsabile, secondo lei, che dopo l´assassinio di Biagi tra i Cobas di qualche fabbrica ci sia chi dice «era un avversario, per lui non verseremo una sola lacrima»?


«Quelle sono affermazioni vergognose. Non fanno parte della cultura del sindacalismo confederale. Voglio citarle come ultimo esempio del nostro grande senso di responsabilità, la decisione di confermare la manifestazione del 23 marzo, ma cambiandone il carattere dopo l´assassinio del professor Biagi. E´ stata una grandissima prova, con la quale abbiamo gridato il nostro no al terrorismo, ma abbiamo anche confermato le nostre posizioni di merito per dare un contributo efficace alla normale dialettica democratica che le Br vorrebbero stroncare».


Martino e Bossi l´hanno interpretata in un altro modo.


«Leggere che secondo un ministro quel nostro gesto di responsabilità si è trasformato in un atto che mette in crisi la legalità democratica crea in tutti noi profonda contrarità e inquietudine. Allo stesso modo, trovo inaccettabile che un presidente del Consiglio, parlando di ‘scampagnata con bibite e panini pagati´, derida milioni di persone venute a Roma da ogni parte d´Italia a dire no al terrorismo. Quelle di Berlusconi sono parole che offendono. Normalità vuol dire rispetto reciproco. E la sua mancanza di rispetto verso di noi non aiuta certo a ripristinare le condizioni per un dialogo normale».


Cofferati, il sindacato dimostra di saper coniugare l´interesse generale con gli interessi corporativi, ma rischia anche di esaurire la sua tradizione riformista, sacrificandola a un´esigenza puramente «resistenziale», che conserva ma non rinnova. Come si esce, da questo conflitto paralizzante sull´articolo 18?


«Resto convinto che se ne esca solo stralciando il tema dalla delega sul lavoro. Ma proprio per la natura paralizzante di questa contesa, vorrei far presente al governo che i temi sui quali dobbiamo discutere sono molti. C´è in campo anche una delega sul fisco, che è cruciale. Le due aliquote ipotizzate dal governo cancellano la progressività del prelievo e il minor gettito manda in crisi il sistema delle protezioni sociali. E poi c´è la scuola: i provvedimenti della Moratti indeboliscono l´istruzione pubblica. Infine, la delega sulla previdenza, che prefigura un taglio dei contributi con il quale entrerà in crisi l´equilibrio generale del sistema».


In altre parole lei chiede a Berlusconi di allargare il tavolo agli altri capitoli delle riforme. E´ così?


«E´ così. Ma sarebbe bene che al tavolo ci sedessimo tutti avendo ben chiare quali sono le vere riforme di cui c´è bisogno. Che non sono l´articolo 18, non sono quelle che propone il governo né quelle che invoca Confindustria. La Cgil ha pronto un suo pacchetto di proposte, per quelle che consideriamo le vere priorità, per riformare il mercato del lavoro e dare più competitività alle imprese. Siamo disponibili a discuterle nel dettaglio con Cisl e Uil, e poi con governo e Confindustria, non appena le condizioni del dialogo sociale lo permetteranno».


E´ davvero ora che il sindacato metta in campo qualche idea, e non si limiti a bocciare quelle altrui. Quali sono queste proposte?


«La prima riguarda il lavoro atipico. Quello del lavoro è un mercato di diritti ineguali. Alla storica differenza tra lavoratori delle grandi aziende e delle piccole si somma la platea crescente del lavoro non protetto: quello dei collaboratori coordinati e continuativi, che hanno meno tutele e meno diritti. La prima riforma è assicurare a questi lavoratori diritti identici e tutele equivalenti. Con strumenti legislativi, prima di tutto. Serve una nuova legge, che confermi e estenda l´impianto di garanzie fissato dallo Statuto dei lavoratori. Ma poi anche con strumenti negoziali: serve un contratto collettivo nazionale anche per i lavoratori atipici»

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Altre proposte?


"La seconda è una grande riforma degli ammortizzatori sociali. Su questo fronte occorre partire dalle istanze segnalate dalla Commissione affari sociali della Ue, per favorire le ‘riconversioni produttive sopportabili´. Si impone un cambiamento culturale enorme: finora gli ammortizzatori sono stati semplici strumenti per integrare il reddito di persone che hanno perso il lavoro. Hanno avuto una funzione enorme, ma ormai risultano ingessati e distorsivi. Il caso più eclatante è quello dei prepensionamenti: hanno creato iniquità nel mercato del lavoro e danni al sistema previdenziale, cui hanno trasferito costi elevati e impropri».


E allora? Che tipo di riforma ha in mente?


«La nostra proposta è: trasformiamo gli ammortizzatori, e facciamoli diventare strumenti funzionali alla riorganizzazione d´impresa. Con due obiettivi. Primo: la difesa della professionalità e del valore del lavoro. Finora i criteri anagrafici e contributivi spingevano fuori dal ciclo produttivo persone giunte al punto più alto del loro percorso professionale. D´ora in poi questo non deve più succedere. Chiediamo che si aboliscano definitivamente i prepensionamenti, sostituiti da contratti e strumenti solidaristici che, anche in fasi di crisi aziendale, preservino le quantità di lavoro date e il valore delle professionalità acquisite. Secondo obiettivo: la formazione permanente. I nuovi ammortizzatori sociali la devono garantire per tutti. Anche per chi viene espulso dal lavoro. Quindi: basta con il limbo della cassa integrazione, e via alla creazione di circuiti formativi permanenti».

Cofferati, nessuna di queste proposte, però, risolve il problema dell´articolo 18 e della reintegrazione obbligatoria del lavoratore licenziato.

«Semplicemente perché quello non è un problema. Ecco perché noi formuleremo una terza proposta. E´ urgente una riforma del processo del lavoro, che risolva i contenziosi quasi in tempo reale. Il punto da cui partire è la relazione della Commissione interministeriale Salvi-Fassino, che riforma i percorsi giudiziali, integrandoli con strumenti extragiudiziali come la conciliazione obbligatoria e l´arbitrato volontario. Istituti molto più efficaci di quell´"arbitrato secondo equità" previsto dalla delega del governo, che è poco più di una categoria dello spirito».


Berlusconi e Maroni le obietteranno che anche la loro delega sul lavoro prevede interventi sugli ammortizzatori sociali.


«Quella è tutto fuorchè una riforma. Nella delega gli ammortizzatori sono affrontati in modo marginale, con soluzioni sbagliate e soprattutto, cosa che mi lascia costernato, a costo zero. Una vera riforma, come quella che noi proponiamo, vale almeno 10 miliardi di euro».


Tremonti le obietterà che, per trovare le risorse, bisogna tagliare le pensioni.


«No. Queste riforme devono poggiarsi sulla partecipazione solidale delle imprese e dello Stato. E si devono finanziare solo ricorrendo alla fiscalità generale. Sono riforme ambiziose, perché mirano alla sfida alta della competitività. Peccato che Confindustria finga di non capirlo: continua a sollevare alti lai sulla previdenza da tagliare, e poi ad ogni difficoltà congiunturale corre a chiedere al governo altri prepensionamenti».


Ma a valle di queste riforme che lei propone, è disposto a concedere nuova flessibilità nel lavoro?


«Non ce n´è bisogno. Proprio l´Unione europea chiede meno flessibilità e più solidarietà. In Italia gli strumenti flessibili, contrattuali e legislativi, sono gli stessi del resto d´Europa».


La scorsa settimana il premier ha fatto una riapertura di gioco non trascurabile: fate il vostro sciopero il 16 aprile, ha detto a voi e a Cisl e Uil, e dopo il dialogo ripartirà.


«Aspetto i fatti. Per ora mi è parsa una frase di rito. Preceduta da affermazioni inopportune e sprezzanti nei nostri confronti. Il premier non si rende conto che il problema non è la ‘simpatia´ dei rapporti, ma il rispetto degli interlocutori. Proprio quello che è mancato in questi ultimi tempi. Berlusconi guarda sempre alla Spagna come modello: ma Aznar non ha mai provato a dividere i sindacati, e men che meno a isolare la confederazione più grande».


Riapra lei la trattativa, a questo punto. Squaderni le sue tre proposte. Abbandoni il «cadornismo» sindacale, e tenti un rilancio.


«Non tocca a me, questo passo. Il governo riapra il negoziato stralciando l´articolo 18. E la Cgil, a quel punto, sarà in campo con le sue proposte. Come ha sempre fatto. La storia i questi anni lo dimostra: i veri riformisti siamo noi».