“Intervista” Cofferati: «Il governo torni sui suoi passi o il conflitto sociale sarà durissimo»

07/01/2002


DOMENICA, 06 GENNAIO 2002
 
Pagina 9 – Economia
 
Intervista al leader della Cgil che attacca la riforma fiscale e chiede il rinnovo del contratto per il pubblico impiego
 
"Il governo torni sui suoi passi o il conflitto sociale sarà durissimo"
 
Cofferati: stralci l’art.18 e rinunci alla delega sulle pensioni
 
 
 
L’euro è un fatto straordinario. Il premier lo ignora e fa scelte opposte a quelle perseguite in Europa
I sindacati non sono affatto divisi sullo sciopero generale. Non ci fermeremo finché non avremo vinto
 
MASSIMO GIANNINI

ROMA — «Al governo chiediamo tre cose: stralci dalla delega sul lavoro le norme relative all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori e sull’arbitrato, rinunci alla delega sulle pensioni, ripristini la politica dei redditi erogando le risorse necessarie per i rinnovi contrattuali del pubblico impiego. Se Berlusconi compie queste azioni di buon senso, il dialogo sociale si può riaprire. In caso contrario, sappia che il conflitto con il sindacato sarà durissimo e definitivo. Noi non ci fermeremo mai, useremo tutti gli strumenti di lotta a nostra disposizione finché non avremo raggiunto i nostri obiettivi». Per Sergio Cofferati il 2002 comincia sotto i peggiori auspici. «Questo governo — dice il leader della Cgil — è molto peggio della Thatcher. Lo pseudoliberismo, coniugato al populismo, ha generato una miscela esplosiva. Con le sue scelte dettate da Confindustria, Berlusconi ha già sfasciato la politica dei redditi. Con le sue presunte riforme ad esclusivo vantaggio dei ricchi, Tremonti ha già innescato il conflitto redistributivo. In queste condizioni il patto sociale è già rotto. Con l’anno nuovo si apre una stagione di scontro inevitabile».
Per questo, Cofferati, avete scritto al presidente della Repubblica?
«Sì, l’abbiamo fatto perché il capo dello Stato aveva recentemente auspicato il rafforzamento del dialogo sociale e della concertazione. Vogliamo che sappia che quel dialogo salta non per colpa del sindacato. Il governo ha deciso unilateralmente la fine della concertazione, con atti che minacciano la stabilità e la coesione del paese».
Se anche il sindacato si mette a strattonare Ciampi, si va davvero verso la repubblica delle banane…
«Noi siamo rispettosissimi delle prerogative del presidente della Repubblica. Non chiediamo alcun intervento di Ciampi. Non vogliamo strattonarlo, né pretendere che assuma funzioni improprie. Con la nostra lettera chiediamo solo un incontro, per poter illustrare fino in fondo e nel dettaglio le nostre posizioni. Nient’altro che questo. Vogliamo solo che il capo dello Stato sia informato sulla gravità dello scenario che si apre».
Perché è così grave? Il governo non ha forse diritto di compiere le sue scelte di politica economica, anche se sono sgradite al sindacato?
«Il governo sta facendo molto di più e di peggio. Ha preso corpo una strategia politica che, ispirata da Confindustria, mina alla radice il patto sociale. Sono almeno quattro gli atti gravissimi che contestiamo. Il primo è la finanziaria. Non ha come fondamento una politica mirata allo sviluppo. La congiuntura internazionale negativa sta rallentando la crescita. Le stime dell’esecutivo sono erratiche, siamo passati dal 2,3% della finanziaria all’1,3% ipotizzato da diversi istituti di ricerca e ultimamente accreditato anche dal ministro Marzano. Servirebbero energiche politiche di sostegno. Gli Stati Uniti si sono trasformati rapidamente dalla culla del liberismo a un laboratorio di politiche neokeynesiane. Il nostro governo, al contrario, continua a baloccarsi con scelte prevedibilmente inefficaci, come la Tremontibis e le norme sull’emersione, e a ignorare il Mezzogiorno, che è il vero buco nero di questa finanziaria».
Gli altri «atti gravissimi»?
«Il pacchetto delle deleghe, inaccettabile sia nel metodo che nel merito. E qui siamo al secondo atto gravissimo: la delega sul fisco. E’ pericolosissima, intacca la costituzione materiale del Paese. Prevede due sole aliquote Irpef, che non esistono in nessun paese occidentale. In Belgio ce ne sono sette, in Francia e in Spagna sei, in Germania quattro. Negli Stati Uniti, a riforma compiuta, le aliquote saranno quattro: anche lì è prevista l’aliquota massima al 33%, ma vanno poi considerate le addizionali locali che arrivano fino al 12%, come ad esempio in California. La pressione fiscale totale, in America, arriva quindi al 45%».
Sembra che il sindacato preferisca sempre pagare più tasse, perché non vuole mai che si tocchi la spesa pubblica.
«Non è questo il punto. Il sistema immaginato da Tremonti risponde a un puro intento propagandistico. Ma è devastante sul piano sociale. Le ipotesi che realizza sono due: a parità di gettito, sono severamente penalizzate le categorie più deboli della società, mentre sono avvantaggiate solo le fasce di reddito più alte. Se invece il gettito cala, perché la crescita non lo compensa come dovrebbe e come il governo spera, la parte più debole della popolazione è comunque penalizzata, perché si prevede che il mancato gettito sarà coperto con il taglio delle risorse del Welfare state. In tutti e due i casi, siamo in presenza di una pseudoriforma che scardina il principio della progressività dell’imposta. Al di là della probabile illegittimità costituzionale, questo innesca un inevitabile conflitto redistributivo, sovvertendo i meccanismi di distribuzione del reddito. Se a questo aggiungiamo che Berlusconi ha rinviato la riduzione dell’aliquota Irpef già prevista per quest’anno dal governo Amato ed ha bloccato la restituzione del fiscal drag, anche quella già prevista e fissata originariamente in tremila miliardi, il quadro della filosofia fiscale del governo è chiarissimo: è un favore ai ricchi, ai danni dei più poveri».
E questo non potete accettarlo. Ma perché continuate a opporvi alla riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori?
«Questo è il terzo degli atti gravissimi del governo. La delega sul mercato del lavoro non prefigura alcuna riforma. Semplicemente mira a dare discrezionalità piena alle imprese riducendo i vincoli legislativi e contrattuali a danno dei lavoratori e dei ceti più deboli. Soprattutto, quella delega ipotizza l’esatto contrario del modello che s’impone in Europa. L’Europa parla di rafforzare il partenariato? Berlusconi indebolisce la contrattazione. La Carta dei diritti varata a Nizza dalla Ue dispone il diritto di non essere mai licenziati senza giusta causa? Berlusconi concede alle imprese il licenziamento libero e indiscriminato, cancellando l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori».
Non è forse vero che se le imprese hanno meno vincoli definitivi, sono più propense ad assumere?
«Questa è una colossale mistificazione del governo, che spaccia ai cittadini la bugia secondo la quale una maggiore facilità di licenziamento sarebbe un sostegno all’occupazione. La verità è che il termine edulcorato di «flessibilità in uscita», dal punto di vista del governo e di Confindustria, si declina in modo più crudo ma più realistico con la possibilità di licenziare senza giusta causa. E nient’altro».
Resta la previdenza. Anche lì, continuate a dire di no a tutti gli interventi?
«La delega sulla previdenza è il quarto atto gravissimo. La verifica sulla spesa pensionistica è stata una presa in giro. La commissione Brambilla ha chiarito che i conti sono in ordine e che la spesa corrisponde alle previsioni della doppia riforma del 1995 e del 1997. Il governo non ne ha tenuto alcun conto, e ha messo in campo misure che stravolgono il sistema previdenziale. La decontribuzione fa saltare nel brevemedio periodo gli equilibri finanziari. E’ solo un altro regalo alle imprese, che pagano meno contributi per i nuovi assunti. Il governo usa la foglia di fico del contestuale aumento dei contributi per i lavoratori parasubordinati, che compenserebbe gli squilibri eventuali. E questa è un’altra beffa: questo equilibrio non esiste. Il risultato finale è un disastro per tutti. Solo per fare un favore a D’Amato, che ha dettato al governo la delega previdenziale. Le imprese risparmiano sul costo del lavoro. Il conto lo pagano tutti gli altri, lavoratori e pensionati».
Tiriamo le somme di questi quattro no del sindacato.
«L’insieme di queste misure dà la cifra politicoculturale di questo governo di centrodestra. C’è innanzitutto un’idea di fondo che fa da ombrello ideologico: la mistificazione della libertà. C’è questa idea assurda che le persone da sole, fuori da un quadro di regole condivise, di una protezione sociale acquisita con la contrattazione collettiva e di un sistema di rappresentanza, siano più libere. E’ una scelta precisa, che un tempo si sarebbe definita «di classe», che premia i più ricchi e penalizza i più deboli. Con le tasse, con l’abbattimento del Welfare state, con la mortificazione dei sistemi di solidarietà pubblica, che dalla scuola alla sanità crea solo spazi impropri a vantaggio delle imprese private. E’ una filosofia che mira a una società senza qualità: così come nella competizione e nelle privatizzazioni, nel sistema di protezioni si tagliano di netto, con l’accetta, tutte le funzioni tipiche dello Stato».

Meno Stato, più mercato, è stato per anni lo slogan vincente in Europa.
«Ora il quadro è cambiato. E proprio rispetto all’Europa io vedo un altro segno della cifra politico<\->culturale del governo di centrodestra. La vicenda dell’euro è stata esemplare. La moneta unica è uno straordinario momento di identificazione e di coesione per tutti i cittadini europei. Ora serve l’azione politica, per rafforzare con una Costituzione comune la grande costruzione europea, e per dare sovranità al Parlamento e poteri alla Commissione Ue. Ma al tempo stesso, insieme e accanto alla moneta, c’è un grande, fecondo modello sociale europeo che va codificato, rafforzato ed esteso. Ora, non solo Berlusconi ignora l’euro. Ma proprio sul piano sociale, fa scelte totalmente opposte a quelle che il resto d’Europa propone e persegue. Questo governo non è euroscettico: è contro l’Europa».
Cofferati, a questo punto cosa succede? E’ arrivata l’ora del fatidico sciopero generale, che continua ad aleggiare come un vecchio fantasma tra di voi?
«A questo punto, rinnovo le mie tre richieste al governo. E nel frattempo, vanno avanti le nostre azioni di lotta. Gli scioperi e le assemblee per discutere dell’articolo 18 sono stati un successo straordinario…».
I ministri economici obiettano che sono stati un vero fallimento.
«Non mi risulta che Tremonti abbia partecipato ad alcuna di queste assemblee. Comunque, il 12 gennaio ci sarà a Palermo l’assemblea dei delegati Cgil<\->Cisl<\->Uil per discutere del problema del Mezzogiorno. Da metà gennaio in poi, scatteranno altre quattro ore di sciopero in tutte le città italiane. E il 15 febbraio partirà lo sciopero generale dei dipendenti del pubblico impiego che reclamano risorse per il loro rinnovo contrattuale. Se dal governo non avremo risposte nel frattempo, decideremo i passi successivi».
In realtà siete divisi anche tra voi sindacati, sullo sciopero generale.
«Non siamo affatto divisi. E io sono il primo ad apprezzare l’articolazione delle forme di lotta, che sono partite in un certo modo ma che potranno finire in tutt’altro. Il premier ha detto che lui si muoverà come un maratoneta? Dobbiamo rispondergli con lo stesso passo. La posta in gioco è altissima: quello che è certo, è che non ci fermeremo finché non avremo vinto».