“Intervista” Cofferati: «I partiti tradizionali non bastano più»

13/05/2002






«I partiti tradizionali non bastano più
Per vincere, no alle oligarchie»


Cofferati: «La sinistra deve tornare a dimostrare una grande generosità» «Per un progetto destinato a durare si può anche perdere una battaglia»

      ROMA – Prima il contratto dei metalmeccanici, quello che si è concluso con un accordo sottoscritto solo da Fim e Uilm. Il 16 novembre, a poche ore dall’apertura a Pesaro del congresso della Quercia, Sergio Cofferati, che nel partito sta all’opposizione con il «correntone», è il principale protagonista, a Roma, di una manifestazione operaia di quelle che, in Italia, non si vedevano da un pezzo: ma questa, dice, «è stata solo una coincidenza». Poi le proposte del governo sulla riforma del mercato del lavoro, e insomma l’articolo 18. Due ore di sciopero a dicembre; quattro ore, con cortei in molte città, qualche settimana dopo. Il 23 marzo, a Roma, l’affollatissima manifestazione della Cgil; il 16 aprile lo sciopero generale unitario, il primo dopo vent’anni. E infine il 25 aprile, a Milano. E un Primo Maggio celebrato, si sarebbe detto un tempo, in spirito «di festa e di lotta». Cofferati, che sta per lasciare la guida della Cgil, e assicura di non voler entrare in politica, è diventato, per una parte grande dell’Italia che va in piazza, una sorta di icona. A lui guardano con rispetto, e interessata speranza, un po’ tutti i movimenti che contestano il centrodestra, certo, ma non apprezzano neanche un po’ il centrosinistra attuale, dai girotondini ai no global: si capisce facilmente perché i dirigenti della sinistra e dell’Ulivo non sanno bene se considerarlo una risorsa o un problema. E’ un riformista o un conservatore o addirittura un massimalista, il segretario generale della Cgil? E che razza di animale politico è questo movimento, così legato al sindacato, eppure così difficile da racchiudere in un ambito strettamente sindacale? Abbiamo chiesto a Sergio Cofferati, che incontriamo mentre sta per immergersi in un altro bagno di folla, la marcia Perugia-Assisi, di dircelo lui. Raccontandoci, per cominciare, questi mesi. Così come li ha vissuti.
      Come è cominciata, Cofferati?

      «Con il contratto separato dei metalmeccanici. E poi con le prime assemblee nelle fabbriche sull’articolo 18. Ne ho tenute molte. Dappertutto ho colto gli stessi segnali, le stesse novità. Erano affollate come non capitava da un pezzo: la gente discuteva con intelligenza e passione. E dimostravano quanto sia mutata la composizione stessa del lavoro dipendente: tantissimi giovani, tantissime donne, tantissimi immigrati».

      E lo stesso giudizio se lo è fatto anche in piazza?

      «Sì, ma in piazza, già nelle prime manifestazioni, era anche più visibile un’altra presenza importante, quella degli impiegati. Sa cosa colpisce particolarmente uno come me, che la piazza la conosce bene? Quando ero giovane io, terminato il corteo, ce ne andavamo un po’ tutti alla spicciolata, o restavamo a chiacchierare con qualche amico. Ora la gente resta sino alla fine, ascolta gli oratori, vuole capire. E non gliela racconti: l’estremismo verbale non tira neanche un po’. Se c’è una parola che sintetizza un simile atteggiamento, questa parola è: serenità».

      Anche per questo, probabilmente, volevate fare del 23 marzo una sorta di festa. Poi, però, c’è stato il ritorno del terrorismo, l’assassinio di Biagi. E il clima si è fatto pesantissimo.

      «Non voglio tornare adesso su quelle polemiche odiose, parliamo della manifestazione. Quelle note di Nicola Piovani che scendevano sulla folla dalla torre un segno lo hanno lasciato, ne sono convinto. E’ cambiata la colonna sonora. Niente toni acuti. E non solo negli slogan. Persino nelle zone dei cortei dove ci sono i gruppi più radicali, sono quasi scomparsi i tamburi…».

      Non capisco bene. Quale messaggio particolare bisognerebbe cogliere, secondo lei, nella scomparsa dei tamburi?

      «Il messaggio mi sembra evidente, e non è solo simbolico. Se cambiano i comportamenti in piazza, significa che è cambiata la percezione che il movimento ha di se stesso. Prima dicevo: serenità. Ma un’altra parola chiave è: compostezza. Le nostre manifestazioni sono state così importanti, e per molti impreviste e imprevedibili, non soltanto per il numero così elevato di partecipanti, ma anche per la qualità della partecipazione. A cominciare, insisto, da quella dei giovani. E parlo, in primo luogo, dei giovani operai e dei giovani impiegati»

      Ai cortei partecipa anche tanta gente che con lo scontro sull’articolo 18 ha poco da spartire: è convinta, evidentemente, che voi siate l’unica opposizione davvero in campo contro il governo.

      «Nessuno può chiederci di diventare opposizione politica. E, se qualcuno ce lo chiedesse, io gli risponderei apertamente di no».

      Ma se dite, un giorno sì e l’altro pure, che questo governo attacca in radice il sindacato, qualche conseguenza politica dovrete trarla…

      «Io non dico che questo governo attacca direttamente il sindacato. Dico qualcosa di più e di peggio, e cioè che attacca i diritti dei singoli soggetti, i diritti sul posto di lavoro come i diritti di cittadinanza. E mi oppongo con tutte le mie forze all’idea che i singoli soggetti, perdendo dei diritti, divengano più liberi. La verità è che diventano più deboli, più condizionati; e che così si apre la strada a una società di diseguali»

      Lei sa, naturalmente, che anche a sinistra molti la considerano un conservatore, il protagonista di una battaglia di resistenza contro la modernizzazione destinata alla sconfitta.

      «Io sono convinto che la consapevolezza di sé e dei propri interessi sia un enorme vantaggio per tutti. Il movimento che abbiamo messo in campo è una novità contro tendenza in una società che produce una frantumazione e una divisione destinate a mettere irrimediabilmente in crisi non solo il sindacato, ma tutte le forme associative e le comunità intermedie. Ed è anche una bella risposta a chi dava per agonizzante il sindacato. Il nostro sindacato mediterraneo, confederale, intendo, non quello di mestiere o di categoria: un’organizzazione sociale che dà rappresentanza al popolo, in tempi in cui si invocano modelli piramidali, con il leader al vertice della piramide e una folla solitaria schiacciata in basso. I modelli che portano alla deriva plebiscitaria e al populismo»

      Ma alla Cgil, e a lei, guardano anche movimenti e personalità, penso in primo luogo ai girotondini, che con il sindacalismo confederale c’entrano poco…

      «Sulla base di questi valori da noi è arrivata una generazione intera di giovani che, a quanto pare, non li considera così desueti. E il sindacalismo autonomo segna il passo. Considerazioni non troppo dissimili valgono anche per gli altri movimenti. Si tratti della scuola, dell’informazione, della giustizia o della critica alla globalizzazione, essi chiedono alla politica di fare politica, non pretendono di autorappresentarsi, di farsi partito. La politica dovrebbe considerarli come una straordinaria occasione…».

      Forse è meglio essere più concreti. E di parlare non della politica in senso lato, ma della sinistra.

      «Bene. Se la sinistra non coglie questa occasione, e non la traduce in iniziativa politica visibile ed efficace, rischia una divaricazione con i movimenti, e una perdita secca di credibilità».

      Sta parlando di questa sinistra, dei suoi partiti e dei suoi partitini?

      «Sì, ma non mi nascondo che siamo di fronte a un problema enorme. Perché per dare rappresentanza a una simile realtà non bastano più i partiti tradizionali. O quel che ne resta».

      Siamo arrivati alle contestazioni al Cofferati massimalista. A sinistra c’è chi, parlando di lei, ricorda un motto del vecchio Nenni: «piazze piene, urne vuote».

      «Ah sì? Di recente, a dire il vero, è capitato di vedere vuote sia le piazze sia le urne… E lasciamo perdere il massimalismo. Io sono un riformista convinto che non si riforma una società cancellando diritti e tutele. Se un diritto è cancellato sul posto di lavoro, tutti i diritti di cittadinanza possono essere colpiti più facilmente. E se vengono meno le garanzie dei più deboli… Vede, io trovo che sia stata devastante, a sinistra, l’idea che qualsiasi lavoro sia meglio che nessun lavoro. Capisco se a una conclusione simile si arriva per disperazione, ma farne una bandiera… Il valore sociale del lavoro è l’elemento fondativo di ogni sinistra. Che razza di sinistra sarebbe mai, una sinistra che se ne sbarazzasse?».

      Non saprei. Ma non mancano quelli che le obiettano che il riformismo moderno è un’altra cosa.

      «Da che mondo è mondo il riformismo è gradualista. Ma il gradualismo ha senso solo se l’obiettivo è alto. Se invece l’obiettivo è mediocre, in cosa sei diverso dagli altri? Nessuno si scandalizza per il gradualismo. A disorientare la gente sono il tatticismo, i cambi repentini di rotta, le incoerenze. Per rappresentare politicamente e socialmente un mondo, devi rendere chiaro, visibile, l’interesse generale, non quello dell’oligarchia dirigente, del gruppo ristretto. Devi dimostrare grande generosità».

      Non le chiedo neanche di indicarmi per nome e cognome i suoi bersagli polemici, perché tanto non lo farebbe. Vorrei sapere piuttosto da lei, che è un sindacalista di lunga esperienza, abituato a fare contratti, accordi, compromessi, se non vede il rischio forte di una sconfitta e di un riflusso prossimi venturi.

      «Non sono un seguace di De Coubertin: l’importante non è partecipare, è vincere. Quindi cerco di vincere, o almeno di conseguire il risultato più vicino possibile a una vittoria. Però dico che in certi momenti, se hai costruito un progetto destinato a durare, si può anche perdere una battaglia…»

      Perché, anche perdendola, sei riuscito a tenere insieme il tuo mondo?

      «Sì. E perché, combattendola, ti sei guadagnato il rispetto degli altri. Ma insisto. Voglio vincere».
Paolo Franchi