“Intervista” Cofferati: «Fiom, non fare il gioco della Cosa Rossa»

17/09/2007
    sabato 15 settembre 2007

    Pagina 5 – Primo Piano

      Intervista
      Sergio Cofferati, sindaco di Bologna

        “Fiom attenta, non fare
        il gioco della Cosa Rossa”

          “Così si ritorna all’idea del sindacato cinghia di trasmissione
          E il rischio finale è di trasformarsi in una quarta confederazione”

            FEDERICO GEREMICCA
            ROMA

              Li conosce tutti, uno per uno, personalmente. Epifani e Cremaschi, Bertinotti e Rinaldini: Sergio Cofferati ci ha lavorato assieme, è stato il loro capo per anni, e adesso può parlare liberamente – rispetto a quando era segretario della Cgil – del duro scontro apertosi dopo lo strappo della Fiom sull’accordo in materia di welfare. Che sta succedendo all’interno del triangolo Cgil-Fiom-Cosa rossa? Il Cinese non usa giri di parole: «Nella sinistra radicale è evidente il bisogno di avere riferimenti sociali strutturati e organizzati – dice -. Una cosa vecchio stampo, direi leninista: l’idea del sindacato come cinghia di trasmissione. Ora, è chiaro che quell’idea racchiude un pericolo mortale per il sindacato: ma la politica sbaglierebbe a non capire che anch’essa corre un rischio mettendo in discussione la reciproca autonomia».

              Un’autonomia alla quale Giorgio Cremaschi pare non credere, se proprio a «La Stampa» ha detto che se a Palazzo Chigi ci fosse stato Berlusconi il sindacato quell’accordo non l’avrebbe firmato. E’ così che funziona e funzionava, sindaco Cofferati?

              «Non mi pare proprio. Ed è buffo che lo si chieda a me, che all’epoca dei primi cinque anni di governo di centrosinistra venivo criticato per un atteggiamento troppo rigido. Per non parlare, ovviamente, delle note polemiche che mi divisero da D’Alema quand’era presidente del Consiglio».

              Lei avrebbe sottoscritto l’intesa col governo sul welfare?

              «Mi pare un buon accordo, e da iscritto al sindacato pensionati Cgil voterò sì. Aggiungo che la Fiom si è assunta una bella responsabilità, e che andrà incontro a dei problemi».

              Del tipo?

              «Con il “no” preannunciato, finiranno per catalizzare e intestarsi tutto il malessere e il dissenso che c’è nei luoghi di lavoro, qualunque ne sia l’origine e la natura. Questo magari accrescerà un po’ il loro risultato ma ne renderà più delicata la gestione. Intendo dire che se il malessere che dovesse emergere dal voto venisse utilizzato strumentalmente da alcune forze politiche, allora si porrà un problema serio: la Fiom, cioè, dovrà dimostrare che il suo dissenso era di merito e che non aveva un obiettivo politico, diverso da quello dichiarato. Dunque, dovrà difendere la sua autonomia, ammesso che ne abbia voglia».

              E secondo lei ne avrà voglia?

              «Spero di sì, lo vedremo. In ogni caso, se non lo facesse, credo avvierebbe un processo di trasformazione ed anche di declino di se stessa».

              Non le pare di esser troppo severo rispetto ad una legittima manifestazione di dissenso?

              «No, perchè quel che è accaduto mette in campo un rischio serio: una categoria che su temi generali surroga la funzione della sua Confederazione è un inedito assoluto. E paventa il pericolo – o la possibilità – della trasformazione della Fiom in una sorta di quarta Confederazione. Vorrei ricordare che quando nacque la Cgil furono due i principi fondamentali cui si ispirò: quello dell’autonomia e quello della “confederalità”. Che può sembrare parola astrusa, ma vuol dire capacità di rappresentare gli interessi generali. Ecco, in questa vicenda vedo messi in discussione entrambi i principi».

              Sta forse ipotizzando, magari temendola, la possibilità di una scissione nella Cgil?

              «Non la ipotizzo, e dunque non la temo. Non credo ad un atto formale di separazione della Fiom dalla sua Confederazione. Ma vedo la possibilità di una cosa ugualmente preoccupante: il rischio di una cristallizzazione del dissenso, il consolidarsi di una pratica e di una linea all’interno dell’organizzazione. Sarebbe un problema molto serio: che la Confederazione e la Fiom farebbero bene ad affrontare subito, prendendo il toro per le corna».

              Per condurre con maggior serenità la discussione con la Fiom, Epifani ha chiesto ai partiti di fare “un passo indietro”. Fausto Bertinotti ha risposto di non capire, e comunque di non condividere. Chi ha ragione, secondo lei?

              «E’ chiaro che Epifani chiede il rispetto dell’autonomia della sua organizzazione. Si tratta, per altro, di una discussione tutt’altro che nuova: tutti e due sanno benissimo di cosa stanno parlando, e credo abbiano chiaro anche quanto sia rischioso il crinale sul quale stanno duellando».

              In ogni caso non si capisce cosa ci sarebbe di così scandaloso se il processo di riorganizzazione della sinistra avesse riflessi anche sulla Cgil. Possibile che tutto possa cambiare meno il sindacato?

              «Guardi che il sindacato, fatto da donne e da uomini che hanno i loro bisogni e le loro idee, è del tutto coinvolto in questo processo. Ma una cosa sono le singole appartenenze ed altra è la funzione. Una discussione simile è già avvenuta al nascere del bipolarismo in Italia: tutti a profetizzare un sindacato che sarebbe stato o di qua o di là, con evidente pregiudizio per la sua autonomia. Non è accaduto niente di quel che si ipotizzava».

              Questo non vuol dire che nulla mai dovrà accadere, e che in un’Italia che si trasforma solo il sindacato debba restare, monoliticamente, sempre uguale a se stesso.

              «Il sindacato è già molto cambiato, e dovrà ancora cambiare per allargare la sua sfera di rappresentanza ai segmenti del “nuovo lavoro”, che è assai più difficile da organizzare e tutelare. Ma il rischio mortale da evitare è una deriva corporativa: rischio evidente quando una categoria o una organizzazione territoriale va per conto suo, quasi fosse una nuova, piccola confederazione».

              In fondo è il modello in auge in altri Paesi, no?

              «Certo. In Inghilterra c’è il sindacato delle professioni; in Germania e nell’Europa centrale, invece, tutto ruota intorno alle grandi categorie. Ma non a caso quei sindacati non sono mai stati in grado di assolvere a funzioni nazionali, a differenza di quanto accaduto in Italia. Penso al “patto per il lavoro” proposto da Di Vittorio alla fine degli Anni 40, e che rese possibile la ricostruzione del Paese, alla difesa della democrazia di fronte al terrorismo degli Anni 70 ed alla politica dei redditi, che nel 1993 permise all’Italia di centrare l’obiettivo dell’euro».

              Per concludere: crede che Fiom e “cosa rossa” abbiano già deciso cosa fare?

              «Credo che i protagonisti di questa vicenda abbiano opinioni diverse tra loro. Ma che in alcuni ci sia l’idea di egemonizzare la politica di una categoria, mi pare purtroppo evidente».