“Intervista” Cofferati: «Facciamo votare i lavoratori»

08/07/2002




08.07.2002
Cofferati: «Facciamo votare i lavoratori»

di 
Rinaldo Gianola


 Sergio Cofferati, segretario generale della Cgil: il ministro Maroni ha deciso che d’ora in poi trattera’ solo coi sindacati che hanno sottoscritto il Patto per l’Italia.
Voi, quindi, siete fuori da ogni tavolo.

"Siamo di fronte a un tentativo esplicito di escludere la Cgil che peraltro aveva gia’ preso corpo durante la trattativa: nel testo del Patto c’era una formula che prevedeva l’esclusione dei soggetti che non firmavano. E’ un’affermazione grave, prefigura la discriminazione dai temi di interesse generale dei soggetti che non sottoscrivono accordi particolari. E’ un’idea deformata e inaccettabile della democrazia sindacale. E’ un atto di ostilita’ nei nostri confronti".

Al negoziato sul Welfare ci sara’ il Sindacato Padano, Sinpa, ma potrebbe non esserci il piu’ grande sindacato italiano, la Cgil.

"Questa e’ l’idea di Maroni: per discutere questioni che riguardano milioni di persone avrebbe titolo il Sinpa e non la Cgil. Non mi sorprende. Nel Libro Bianco era esplicitata la norma che prevedeva il riconoscimento delle parti in virtu’ dell’accettazione dell’accordo col governo. Questo mentre ci si rifiuta di promulgare una legge sulla rappresentanza indispensabile per dare sostanza all’art. 39 della Costituzione".

Ma nessuno dei firmatari del Patto ha protestato per la vostra esclusione?

"Quella norma contro la Cgil e’ stata in un primo tempo ritirata su nostra richiesta, e poi e’ rientrata dalla finestra. Di fronte a questo disegno di Maroni, Cisl, Uil e tutte le associazioni imprenditoriali sono rimaste in silenzio, mi sembra un dato grave e preoccupante. C’e', a mio avviso, il tentativo di condizionare le dinamiche sindacali e negoziali, di impedire l’esercizio del dissenso, alterando la dialettica democratica».

La Cgil non condivide il Patto, adesso che cosa succede?

«A proposito di democrazia devo sottolineare che il cosiddetto Patto per l’Italia viene sottratto al giudizio dei lavoratori e dei pensionati. Perchè non li si coinvolge direttamente? Nel 1993, 1995, 1997, di fronte ad accordi importanti sottoscritti dai sindacati confederali, i documenti vennero sottoposti al giudizio e al voto di milioni di persone».

E cosa propone a Cisl e Uil?

«La Cgil è pronta a una consultazione tra i lavoratori e i pensionati: ognuno si presenta con le proprie tesi, alla fine si vota. Chiaro e semplice, un esercizio di democrazia. Ma non c’è traccia di questo, non mi sembra che i firmatari del Patto vogliano conoscere che cosa ne pensano i destinatari. Il Patto per l’Italia gli italiani lo conosceranno solo dagli slogan di Berlusconi e della tv».

Che cosa farà la Cgil?

«Tante cose, agiremo a tutto campo. Intanto ci sono argomenti importanti che il Patto non sfiora, ad esempio l’estensione dei diritti verso quelli che non li hanno. Il Patto lede i diritti importanti e vitali e non dà nessun diritto a milioni di giovani, ai lavoratori coordinati continuativi. Il sindacato confederale diceva di voler estendere diritti dei padri ai figli, e invece si tolgono diritti ai padri e non si dà nulla ai giovani. E’ un problema da affrontare, lo faremo noi con una proposta di legge di iniziativa popolare sul tema estensione dei diritti. Poi il Patto nega la riforma degli ammortizzatori sociali, ci sono poche risorse, una mancia solo per aumentare l’indennità disoccupazione. Presenteremo un’altra proposta di collegamento degli ammortizzatori e della formazione per offrire a chi ha perso il reddito l’occasione formativa per rientrare stabilmente sul mercato del lavoro».

Come si configurerà questa iniziativa?

«Per presentare una legge di iniziativa popolare bastano 50mila firme, noi ne vogliamo raccogliere 5 milioni. Ai giovani, ai lavoratori, a tutti i cittadini che ci accompagnano in questa battaglia torneremo poi a chiedere un’altra firma quando la modifica dell’articolo 18 contenuta nel Patto diventerà legge. Chiederemo un referendum, penso che debba essere un comitato di persone, con accanto naturalmente la Cgil, a promuovere un referendum abrogativo delle norme. Il quadro delle nostre iniziative si completa con azioni di lotta e di contrasto anche relative ai temi non affrontati, ma che valgono moltissimo come la scuola e la formazione. L’economia della conoscenza ha come punto chiave d’accesso quello dei saperi, la valorizzazione della e risorse umane. Il governo e le imprese non ne parlano, così come cercano di far passare sotto silenzio l’attacco devastante al sistema previdenziale. Le deleghe presentate dal governo minano il sistema perchè il calo dei contributi a vantaggio delle imprese fa saltare la previdenza dei giovani e dei pensionati».

Ma gli altri sindacati dicono che il Dpef offre vantaggi…
«E’ un pessimo accordo quello sottoscritto: c’è un Dpef che fa riferimento a un quadro di finanza pubblica senza certezze, c’è il rischio di tagli di spesa per compensare gli squilibri. Il Dpef non crea lavoro, non ci sono risorse per recuperare competitività, non ci sono stimoli o incentivi alla ricerca e all’innovazione, per il Mezzogiorno c’è una somma di intenzioni e i soldi indicati sono quelli che c’erano già prima. Tutto si riduce all’effetto mediatico dell’annuncio delle grandi infrastrutture. E non si parla più di sommerso, il fallimento del governo».

E la riduzione delle tasse?

«Bisogna fare bene i conti. Per la piccola impresa e commercianti c’è pochissimo, tanto che hanno espresso riserve e critiche. C’è un vantaggio per le imprese industriali mentre quello che viene presentato un vantaggio per i redditi medio-bassi non è tale perchè già i governi precedenti avevano fissato gli obiettivi di riduzione della pressione fiscale. Non c’è niente. Anzi il governo non restituisce il fiscal drag, e interviene ridisegnando il modello complessivo: cambiano la natura e le funzioni del pagare le tasse, salta la progressività, il taglio del gettito toglie risorse per il welfare futuro, i redditi alti sono compensati dalla riduzione delle tasse, gli altri sono colpiti duramente. C’è un’alterazione a vantaggio dei ricchi e a danno dei poveri. La politica dei redditi viene distrutta, per funzionare ha bisogno di dinamiche coerenti tra salari, prezzi e tariffe e fisco, se il fisco cambia radicalmente efficacia verso i percettori di salari non tutti saranno protetti come prima. Questa situazione comporterà necessariamente un cambiamento dei comportamenti di massa sul piano contrattuale».

Nel Dpef ci sono i fondi per i contratti pubblici?

«Per la verità non ho capito dove sono le risorse che dovrebbero confermare le condizioni per i dipendenti pubblici e della scuola, non vorrei che fossero stati destinati altrove».

Il suo collega della Uil Angeletti dice che l’articolo 18 non è stato toccato.

«Sono affermazioni che non meritano commenti. Alla negazione dell’evidenza, a parole senza pudore, voglio rispondere che la normativa ha tratti visibilmente incostituzionali. Verrà scatenata la concorrenza tra aziende non verso la qualità, ma contro i diritti perchè i diritti che hanno un costo si fanno sparire in nome della competizione. Altro che difesa del’articolo 18».

Pezzotta sostiene che il referendum non ha mai portato bene al sindacato.

«Non capisco l’obiezione visto che loro non sono interessati alla questione. Del referendum si occuperà chi, come noi, vuole difendere i diritti dei lavoratori. Noi siamo contrari a modificare l’art.18 e mi pare ci sia una larghissima consapevolezza sull’importanza dei diritti nel mondo del lavoro. Inoltre potrei ricordare che oltre dieci milioni di voti erano stati raccolti dai sindacati confederali nel referendum, non valido per mancanza del quorum, proposto dai radicali e Confindustria contro lo Statuto dei lavoratori».

Alcuni sostengono che la fermezza della Cgil è determinata da Cofferati, Se Cofferati toglie il disturbo le cose cambiano, è così?

«La linea della Cgil è stata costruita collettivamente, è evidente che al segretario generale tocca una maggiore esposizione degli altri, deve gestirla pubblicamente. Ma è una linea condivisa da tutta l’organizzazione. Bisogna solo aspettare che io me ne vada per avere la prova che la linea della Cgil non cambia. In realtà anche in questo caso, siamo di fronte alle intenzioni di alcuni ministri, come Maroni, ad atti intimidatori rivolti non più al segretario che sta lasciando ma al suo successore. Sono volgarità sgradevoli».

Lei e la Cgil siete stati accusati dal presidente del Consiglio e da altri di usare un linguaggio dai toni pericolosi, addirittura contigui con la violenza…

«E’ un’infamia. Ma la cosa è ancora più grave perchè punta a intimidire un’organizzazione di milioni di cittadini. Queste accuse ci vengono da chi, nel dibattito politico, ha dato pessima prova di sè, con un florilegio di calunnie verso tutti: intellettuali, magistrati, giovani dei movimenti pacifisti e no global. Adesso è il turno della Cgil. Abbiamo espresso giudizi molto duri sui provvedimenti del governo riferendoci al merito e mai alle persone. Non cambieremo atteggiamento, manterremo la nostra fermezza. Il 23 marzo scorso, a Roma, ai giovani, ai magistrati, agli intellettuali avevo detto di non farsi intimidire, avevo ben chiaro che cosa sarebbe successo».

Che cosa dirà ai partiti di centro sinistra che incontrerà nei prossimi giorni?

«Illustreremo le nostre preoccupazioni per la situazione economica e sociale, presenteremo le nostre iniziative nel rispetto dell’autonomia e dei ruoli di tutti. Il centro sinistra sarà costretto a scelte nette. Capisco le ragioni delle forze politiche, la delicatezza della vicenda attuale, c’è un problema di rapporto tra le forze centriste e una parte delle organizzazioni sindacali che hanno firmato, per appartenenza e vicinanza ideale. Non mi sfugge il problema, l’unità sindacale è un obiettivo da perseguire. E tuttavia le forze politiche sono chiamate a un giudizio di merito, dovranno votare in Parlamento sul Dpef che, questo è l’aspetto aberrante, conterrà l’accordo firmato. Dovranno dare un voto sul Patto per l’Italia. Ci sono ulteriori questioni che chiamano in causa il centro sinistra: l’accordo siglata o da Cisl e Uil conferma e accetta i contenuti della delega sul mercato del lavoro, la somma delle deleghe del governo è contraria alla proposta di legge Amato-Treu in materia di mercato del lavoro e regole. Voglio dire che il provvedimento del governo cancella i contenuti della proposta della sinistra. L’Ulivo deve dire che cosa vuole fare: ha scherzato o no?».

Anche a sinistra c’è una forte preoccupazione per la rottura sindacale.

«Lo comprendo. Ma la sinistra oggi deve guardare e valutare l’obiettivo del governo di snaturare le funzioni del sindacato. Lo vuole ridurre a un erogatore di servizi che oggi sono di responsabilità dello Stato, e il governo è disposto a finanziare queste attività per nuovi enti bilaterali che non hanno niente da spartire con quelli del passato. Di questo stiamo parlando, è un problema di tutti. C’è il rischio di un bipolarismo anche nella rappresentanza sindacale, già evidente nel Patto e nel Dpef».

Si sente solo?

«Per la verità no. Anzi proprio in questi giorni sono confortato dal grandissimo affetto che ho trovato nelle Feste dell’Unità e in tutte le iniziative pubbliche che hanno coinvolto anche molti iscritti ai Ds».

E’ pronto l’esposto che aveva annunciato dopo la pubblicazione di alcune lettere di Marco Biagi?

«Presenteremo l’esposto denuncia nei prossimi giorni ai magistrati competenti. Chiediamo che la magistratura faccia piena luce sulle ragioni per le quali una persona spaventata è stata progressivamente privata della protezione della scorta. Chiediamo poi di sapere chi, e per quali ragioni, ha alimentato presso il professor Biagi il timore verso la mia persona, per inesistenti minacce. Chi è stato e perchè l’ha fatto visto che le lettere del professore che ne parlano sono scritte in un periodo nel quale non c’erano polemiche pubbliche, nè sul suo lavoro o su altri temi attinenti».