“Intervista” Cofferati: «Così si consegna il Paese a Confindustria»

03/06/2002



02.06.2002
Cofferati: «Così si consegna il Paese a Confindustria»

Sergio Cofferati considera la decisione presa l’altra sera da Cisl e Uil, – e cioè quella di firmare il verbale che mette i paletti alla trattativa col governo su articolo 18, mercato del lavoro e altro – un atto gravissimo, che spezza l’unità sindacale e può provocare all’Italia danni devastanti che dureranno nel tempo. Dureranno anni. Chiedo: come quando ci fu la spaccatura tra i sindacati sulla scala mobile, nel 1984, e un pezzo di Cgil restò isolata? «Molto più grandi. Non sono avvenimenti paragonabili – risponde Cofferati – stavolta si rischia di modificare in modo permanente la stessa natura del sindacato». E aggiunge che le conseguenze, dal punto di vista degli equilibri generali, sono la consegna del paese nella mani della Confindustria.
Tutti gli atti del governo vanno in quella direzione: pensioni, fisco, Statuto dei lavoratori, volontà di demolire i sindacati e di cambiare il loro ruolo. Cofferati crede che la risposta deve essere durissima, non c’è altra strada. Lo sciopero generale? Il primo sciopero generale proclamato da un solo sindacato dopo il 1968?
«Deciderà la Cgil – risponde – nei prossimi giorni metterà a punto un programma di mobilitazioni e di lotte e valuterà le iniziative di sciopero da prendere. È nell’ordine delle cose che si decida un secondo sciopero generale, sugli stessi obiettivi e con la stessa piattaforma dello sciopero generale unitario di aprile.

Pezzotta e Angeletti, cioè i segretari di Cisl e Uil sostengono che Berlusconi sull’articolo 18 aveva ceduto. O comunque aveva fatto dei passi indietro. Questo no alla firma di un documento che fissava solo “tempi e metodi” non è un irrigidimento eccessivo?

«Francamente non capisco come si possa sostenere che Berlusconi abbia ceduto sull’articolo 18, senza sentirsi schiacciati dal peso del ridicolo… Cgil, Cisl e Uil avevano chiesto al governo di stralciare le modifiche dell’articolo 18, cioè di toglierle di mezzo. Era la condizione per avviare la trattativa su tutti gli altri temi. Il Presidente del Consiglio e il Presidente della Confindustria ieri hanno negato di avere stralciato l’articolo 18. Berlusconi e D’Amato mi sembrano persone a conoscenza dei fatti, no?».

Ma le modifiche all’articolo 18 non sono più nella legge-delega. Questo è un fatto.

«Il governo ha tolto le modifiche dalla legge delega, cioè dalla “legge 848” e le ha spostate in un nuovo disegno di legge che si chiama “848 bis”. Le ha copiate: uguali, identiche. Dov’è la novità? Cosa cambia? Persino il numero della legge è lo stesso».

Cambia che non c’è più la delega. Cioè l’emanazione delle norme non è più affidata al governo ma deve subire un regolare iter in Parlamento. E cambiano i tempi, perché il governo si impegna a tenere fermo il disegno di legge fino al 31 luglio e a subordinarne l’emanazione agli esisti della trattativa tra sindacati, governo e Confindustria…

«Il disegno di legge invece della delega non è una conquista, anzi peggiora le cose. La delega autorizza il governo a varare i provvedimenti entro 24 mesi, e in teoria il governo potrebbe anche decidere di non vararli. Il disegno di legge è operativo al momento stesso dell’approvazione parlamentare. Lei capisce cosa vuol dire, adesso, trattare con la Confindustria in queste condizioni, cioè sotto la spada di Damocle di un disegno di legge che stabilisce la fine dell’articolo 18? Le pare che la Confindustria nella trattativa accetterà di portare a casa anche un grammo meno di quanto è scritto su quel disegno di legge pronto ad essere portato in Parlamento alla fine di luglio? Che trattativa è, se c’è il ricatto di una conclusione già pronta e favorevole a una delle due parti? Un sindacato serio non può accettare di trattare in queste condizioni capestro. Tra l’altro, la data del 30 luglio nasconde un’altra trappola: blocca la possibilità di un referendum abrogativo».

Perché?

«Per avere il referendum entro l’anno bisogna depositare le firme e il quesito del referendum entro il 30 settembre. Se la nuova legge verrà mandata al Parlamento il 31 luglio non ci sono i tempi per averne il testo definitivo e per raccogliere le firme entro il 30 settembre: vuol dire che Confindustria e governo, comunque, guadagnano un anno».

Quello di Cisl e Uil potrebbe essere stato un passo tattico…

«Noi avevamo rifiutato di aprire qualsiasi trattativa con governo e industriali finché non fosse stato tolto di mezzo l’ostacolo della modifica dell’articolo 18. Giusto? Questo lo sanno tutti in Italia, mi pare. Ci abbiamo fatto uno sciopero generale insieme. La modifica non è stata tolta di mezzo, e allora che senso ha firmare per l’avvio della trattativa? Io trasecolo».

Pezzotta e Angeletti hanno detto che si è tornati allo spirito della concertazione, perché nel documento c’è un riferimento ai famosi accordi del ’93…

«Ma quale concertazione? E’ un sogno. Non c’è scritto da nessuna parte. Il riferimento al ’93 è semplicemente un riferimento alla politica dei redditi, per altro vaghissimo, inconsistente, perché non c’è nessun impegno. Vedremo quando sarà presentato il Dpef (il documento per la programmazione economica e finanziaria). E’ stato chiesto esplicitamente al sottosegretario al Lavoro Sacconi se ci fosse l’intenzione di tornare alla concertazione. Ha negato».

Mentre si rompe l’unità sindacale, il governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, ha tenuto una relazione nella quale, mi pare, tira per la giacca il governo, e gli propone una politica economica ancor più moderata di quella di Tremonti. Non è così?

«Il governatore ha espresso un giudizio pesantemente critico sulla politica economica del governo. Con un salto logico. L’anno scorso aveva previsto un boom economico, una grande ripresa, oggi invece vede un fallimento. Credo che sia più vicino alla realtà il giudizio di oggi. A questo punto ci sarebbe bisogno di una discussione di merito sulla politica economica. Ma il governo non ha idea neppure da dove cominciare su questi temi».

Il patto per lo sviluppo?

«Non c’è l’ombra di mezza idea, nelle proposte che vengono dal governo. Quale sviluppo? Non si capisce: la crescita rallenta e rallentano anche i progetti. I temi del sapere, della scuola, della ricerca? Neanche l’ombra. Il fisco? Siamo fermi alle proposte che i sindacati hanno rigettato. Emersione del lavoro sommerso? Un anno di fallimenti ammessi anche da una parte significativa della maggioranza. Mezzogiorno? Non c’è niente di nuovo, non ci sono risorse, non ci sono programmi. Il vuoto spinto».

Sulle pensioni, dicono Cisl e Uil, c’è qualche passo avanti…

«No, ci sono passi indietro. La delega sulle pensioni presentata in Parlamento è una delega vantaggiosissima per gli imprenditori e disastrosa per i pensionati. Si riducono i contributi a carico delle imprese e si crea una situazione finanziaria nella quale i giovani di oggi non possono neppure pensare di ricevere una pensione domani, ma anche gli attuali pensionati hanno ragione di temere per la loro pensione tra cinque o sei anni. Non ci saranno più i soldi per pagarla. Dov’è il passo avanti? Nell’avere deciso di accantonare la discussione? Accantonare la discussione serve a tenere ferma quella delega, cioè quel regalo per Confindustria».

Qual è l’obiettivo politico del governo Berlusconi?

«La spaccatura del sindacato, lo scontro frontale, l’approvazione di politiche vantaggiose per le imprese. I risultati saranno dannosi in modo sconvolgente, e per anni, per tutto il paese».

Se l’aspettava questa scelta di Cisl e Uil?

«Leggendo i giornali qualcosa si capiva. Sì, un po’ me l’aspettavo».

Il testo del verbale firmato venerdì era concordato in precedenza tra il governo e Cisl e Uil?

«Si, certamente. E’ del tutto evidente».

Cosa pensa del referendum proposto da Bertinotti, cioè quello per estendere l’articolo 18 anche alle aziende con meno di 15 dipendenti? (Attualmente l’articolo 18, cioè il divieto di licenziare senza giusta causa, riguarda solo le aziende con più di 15 dipendenti).

«Sono contro. E’ un errore tattico. L’obiettivo dell’universalità dei diritti è giusto, ma va realizzato con altri strumenti. Con la lotta sociale e con nuove leggi. Io in genere sono favorevole solo ai referendum abrogativi, i referendum estensivi non funzionano mai. Oltretutto il problema non è solo quello dei diritti dei lavoratori delle piccole imprese, ma anche di altre figure, come i cosiddetti “Co-co-co” ( i collaboratori coordinati e continuativi). Specie dopo la rottura di ieri penso che il referendum di Bertinotti sia uno sbaglio. Mentre sarebbe giusto, se passasse la legge che vuole Berlusconi, un referendum per abrogare la legge».

La spaccatura sindacale può avere anche conseguenze politiche nella sinistra. Dalle prime reazioni sembra che i Ds appoggino la Cgil mentre tra i dirigenti delle Margherita c’è qualche dubbio. L’ex ministro Enrico Letta ha polemizzato con lei…

«La politica dovrebbe riuscire a misurarsi coi fatti, con la realtà. Il problema, detto nel modo più semplice possibile, è questo: si deve cambiare l’articolo 18? O si risponde sì o si risponde no, il resto son chiacchiere. Firmando quel verbale Cisl e Uil hanno preso in considerazione la possibilità di cambiarlo, mentre in precedenza, e unitariamente, i sindacati avevano deciso che non avrebbero preso in considerazione quell’ipotesi. E su questa posizione avevano indetto e tenuto uno sciopero generale. La Margherita, il partito di Letta, insieme ai Ds, ha presentato un disegno di legge in Parlamento che, pomposamente, ha chiamato “nuovo statuto dei lavori”. In quel disegno di legge viene mantenuto l’articolo 18 così com’è. Hanno cambiato idea? Lo dicano, per favore, se no si fa solo confusione. Sono inutili gli appelli all’unità che prescindono dal merito. Non hanno senso».

E’ possibile a questo punto un recupero dell’unità sindacale?

«Ognuno si assume le sue responsabilità. Se Cisl e Uil capiranno che è meglio fare un passo indietro ne sarò davvero felice. Le trattative sindacali si vincono o si perdono sulla base dei rapporti di forza e persino sulla base delle capacità negoziali. Partire concedendo alla controparte un vantaggio abissale come è stato fatto firmando la cambiale che Cisl e Uil hanno firmato è impossibile».

Ma la rottura sarebbe pesante?

«Si avrebbe conseguenze incalcolabili negli anni».

In questa situazione davvero si prepara a lasciare la guida della Cgil?

«Il gruppo dirigente della Cgil è molto saldo e molto forte. Ha le idee chiare. Non ci sono motivi per cambiare programma