“Intervista” Cofferati: «Contro di noi accuse inaccettabili»

22/03/2002
La Stampa web






(Del 22/3/2002 Sezione: Economia Pag. 7)
intervista
Roberto Giovannini
IL SEGRETARIO GENERALE DELLA CGIL RIBATTE ALLE CRITICHE
Cofferati «Contro di noi accuse inaccettabili»

ROMA

QUANDO nel lavoro che fa un sindacalista irrompe la morte violenta di una persona, è evidente che le difficoltà diventano montagne. Si sommano cose diverse e coinvolgenti. C’è la reazione emotiva, ancora più forte quando chi è ucciso è una persona che hai conosciuto. E c’è l’esigenza di esercitare il massimo di responsabilità, e di assumersela. Con decisioni che vanno prese in tempi molto stretti, scelte che possono avere implicazioni rilevanti nel tempo per molte persone. È stata una giornata difficile. E per me non sarà facile nemmeno la giornata del 23». Sergio Cofferati, segretario generale della Cgil, ricorda così le tremende ore che hanno seguito l´assassinio di Marco Biagi. E risponde duramente alle accuse – alcune esplicite, molte indirette – di molti esponenti del governo e dell´industria.

Aveva visto di recente il professor Biagi?

«Si, al convegno dell’Unione Industriali di Torino, il 23 febbraio».

In quell´occasione ci fu polemica. Non è stato un errore, allora, sostenere che Biagi collaborava sia col governo che con Confindustria?

«Nel sostenere, come ho fatto, che esiste un collateralismo tra Confindustria e il governo di centrodestra, ho espresso una valutazione politica. Nulla di più e nulla di diverso, nulla a che vedere con le persone o i rapporti con le persone. Ne ero e ne sono convinto. E quanto ho detto sul professor Biagi, era semplicemente un fatto oggettivo: era il coordinatore del gruppo che ha steso il «Libro Bianco», ed era contemporaneamente collaboratore di Confindustria. La morte del professore mi ha colpito; non mi colpiscono accuse che considero prive di qualsiasi fondamento. Non ho mai considerato Biagi un avversario: era un tecnico di valore».

C’è un volantino firmato Slai-Cobas, diffuso a Pomigliano d’Arco. Dice: «non verseremo una sola lacrima per i loro morti, perché loro non versano lacrime per i nostri morti».

«È un’affermazione disgustosa».

Ha letto il testo della rivendicazione brigatista? Che ne pensa?

«Sono molto preoccupato. Anche con gli assassinii di Ruffilli, Tarantelli, D´Antona la follia terrorista voleva colpire studiosi, intellettuali al servizio dello Stato. Ma stavolta, Biagi è stato ucciso mentre è in corso il confronto, il negoziato cui lui partecipava in modo autorevole. Si tratta di un attacco mirato, alle politiche di coesione sociale, ma allo stesso meccanismo con cui si esplicita la dialettica sociale. Per condizionare le parti sociali che si stanno confrontando. Anche per questo è importante mantenere la fermezza di sempre nella lotta al terrorismo; ma anche avere l´intelligenza di ripristinare rapidamente il confronto sociale. Nelle sue forme fisiologiche, naturali: la trattativa, la possibilità di raggiungere accordi, oppure di passare al conflitto e alla lotta se c´è dissenso. Non può essere il terrorismo a dettare i tempi, il merito, le dinamiche del confronto. Io penso che sia del tutto comprensibile che il governo confermi le sue intenzioni, sull´articolo 18. Ed è altrettanto indispensabile che il sindacato faccia lo stesso, con il giudizio critico sulle proposte del governo, e con la lotta, col conflitto».

Un conflitto che però pare durissimo, senza esclusione di colpi…

«Confermo: tutto fisiologico e normale. C´era un confronto col governo che non aveva avuto uno sbocco positivo, c´era stata una rottura, e il sindacato faceva valere le sue ragioni con l´iniziativa. Il terrorismo vuole impedire questa fisiologia. E tutti coloro che assecondano questo tentativo, più o meno inconsapevolmente, commettono un errore grave. Di confronti aspri con i governi, negli anni passati, ne abbiamo avuto tanti…»

Di intensità paragonabile a quello in corso?

«In passato – ricordo lo scontro col governo Amato, Ciampi, Berlusconi nel `94 – l´intensità fu anche superiore. Stavolta ci sono due novità: vi sono tantissimi elementi di contesa, e per la prima volta un Esecutivo prospetta un intervento sul sistema dei diritti, con una concezione di politica economica e sociale esplicitamente ostile alle idee e alle proposte del sindacato. L´articolo 18 è diventato il riferimento anche simbolico di tutto ciò. C´è conflitto, ma non c´è nulla di più "ordinato" delle lotte che Cgil-Cisl-Uil hanno condotto in questi mesi. Quando si parla di "clima d´odio" – se ci si riferisce al sindacato – si fanno affermazioni fuori luogo, che non trovano riscontro nella realtà della società italiana. Alcuni attacchi sono non solo privi di fondamento, ma letteralmente indegni».

La Cgil, il suo segretario sono accusati di avere intenti politici. Di voler allearsi con i giudici e i «girotondi».

«Accuse inaccettabili. Io contesto scelte che nel merito ritengo sbagliate; loro continuano a dire che la Cgil non fa il mestiere del sindacato, che abbiamo una strategia politica. Non si può demonizzare il diritto di critica. E c´è una erronea sottovalutazione del ruolo delle organizzazioni di rappresentanza sociale. Il governo ha il dovere di perseguire i propri obiettivi, ma deve sapere che se una parte della rappresentanza sociale questi obiettivi non li condivide, la rottura prima e il conflitto poi è inevitabile. Non mi sogno di contestare la loro legittimità a governare: ma non possono contestare la legittimità del mio diritto a oppormi, con le regole della democrazia e una prassi consolidata nel corso di molti decenni. Sabato c´è la manifestazione, e siamo sempre stati convinti che era necessaria – dopo l´assassinio di Biagi – dare una risposta di massa. Se l´avessimo cancellata avrebbero vinto i terroristi. Avremmo eliminato – in presenza di un grave conflitto sociale – la possibilità di canalizzare e dare voce al dissenso che c´è».

Il senatore Cossiga ha detto che il sindacato ha fatto da diga contro il terrorismo nella stagione degli anni di piombo.

«Cossiga ha ragione».

Eppure, Lei è accusato di mobilitare il sindacato per ragioni non di merito. Quasi di essere un «cattivo maestro», di favorire l´azione del terrorismo.

«Considero questa un’accusa non solo infondata, ma anche offensiva, per questa organizzazione e la sua storia. Il sindacato italiano è nemico dei terroristi, e viene considerato da loro, non a caso, come uno degli obiettivi da combattere esplicitamente. La ragione è facile da comprendere, per chi vuol vedere. La Cgil, e le altre organizzazioni sindacali e sociali, ha combattuto per estirpare il terrorismo dalla società italiana, anche quando il terrorismo era più forte e radici più diffuse nella società. Quando cercava di penetrare nel mondo del lavoro per darsi copertura e condizionare comportamenti. Non sarebbe stato sconfitto, negli anni ’70 e ’80, se non ci fosse stata una scelta netta, e senza alcun tentennamento di scontro a viso aperto del sindacato contro il terrorismo e la violenza».

Il ministro Maroni afferma che stralciare l’articolo 18 vorrebbe dire far vincere i brigatisti.

«Io penso che nella circostanza data il governo non potesse fare altro. E, ugualmente, sarebbe stato un errore per il sindacato cambiare il suo giudizio su quei provvedimenti, e non sostenere la sua opinione con lo sciopero generale. Ora, lasciamo che le iniziative del sindacato esplichino il loro effetto: credo che il governo – sulla questione dell´articolo 18 – sia meno unito di come vuole far credere. Tutti abbiamo notato le evidenti differenze di valutazione e di comportamento. Sono convinto che dopo il 23, la nostra azione – con lo sciopero generale e le altre iniziative che metteremo in campo – potrà mettere in moto un processo che porterà il governo e la maggioranza parlamentare a cambiare opinione».

Maroni ha annunciato una convocazione delle parti sociali.

«La Cgil non è ancora stata convocata. In questo caso ovviamente, andremo all’incontro, e ribadiremo che una trattativa sul mercato del lavoro deve avere come premessa la cancellazione delle norme sull’articolo 18 e l’arbitrato. E sulle pensioni, siamo contrari alla decontribuzione. Come abbiamo definito unitariamente con Cisl e Uil».

Sono state superate, quindi, le polemiche e le divisioni delle scorse settimane?

«Abbiamo avuto una discussione non facile, ma la conclusione è molto soddisfacente».

Dunque, non ci sono stati eccessi propagandistici dal sindacato?

«Penso di no. Si parla di "campagna di odio". Volevamo fare del 23 marzo una giornata di festa dei diritti. Dopo l’uccisione del professor Biagi non c’è più ragione di fare festa. Ma mi aspetto una manifestazione molto ferma, pacata, serena. Contro il terrorismo, per la democrazia, e per affermare i diritti».

Nel 1985 le Br colpirono Ezio Tarantelli, a pochi giorni dal voto sul referendum sulla scala mobile. Tutti ricordano la reazione di Luciano Lama. Le pare che oggi quel dramma si stia ripetendo, che ci sia il rischio di una ripresa del terrorismo?

«Luciano Lama è stato segretario generale della Cgil in una fase in cui il terrorismo era un cancro di questa società, particolarmente aggressivo. Ebbe il merito e il grande coraggio – insieme ad altri – di schierare la Cgil contro la violenza politica e il terrorismo. Fu un’autorità morale vera di questo paese, un ruolo che – ingenerosamente – non gli fu pienamente riconosciuto. Ma non credo che si possano fare accostamenti con la situazione che stiamo vivendo. Oggi gli anticorpi presenti nella società italiana sono molto più forti».

Cosa pensa quando l´accusano di voler scioperare contro le idee di Marco Biagi?

«Non penso niente. È una affermazione che mi offende».


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