“Intervista” Cofferati: «Berlusconi prepara la trappola contro il referendum sull´art.18»

27/05/2002


DOMENICA, 26 MAGGIO 2002
 
Pagina 3 – Economia
 
L´INTERVISTA
 
Il leader della Cgil: il premier fa slittare ogni decisione per scavalcare la scadenza del 30 settembre
 
"Berlusconi prepara la trappola contro il referendum sull´art.18"
 
 
 
 
MASSIMO GIANNINI

ROMA – Sergio Cofferati, cosa risponde il leader della Cgil alla proposta del presidente del Consiglio? E´ d´accordo o no a riaprire il dialogo dopo queste amministrative?
«La mia risposta è no. Allo stato attuale, quella di Berlusconi non è una proposta, ma solo una mossa sfrontatamente elettoralistica. In prospettiva, quella di Berlusconi è addirittura una trappola
».
Perché una trappola?

«Vedo un´intenzione maliziosa, in questo tentativo di spostare più in là nel tempo ogni decisione sull´articolo 18. Berlusconi ha paura di un referendum abrogativo, contro un´eventuale legge sulla materia approvata dal Parlamento. Ha paura che ad una consultazione popolare del genere si possa arrivare l´anno prossimo. Sarebbe un test politico troppo ravvicinato e pericoloso per questa maggioranza. Al tempo stesso, il premier sa bene che per votare nel 2003 il tempo massimo per la proposizione del quesito e per la raccolta delle firme è il prossimo 30 settembre. Scaduto quel termine, il referendum slitta automaticamente al 2004, anno complicato in cui si rischia un ingorgo elettorale perché si vota anche per le europee. Ecco perché, in questo momento, il governo sta lavorando perché la legge non sia approvata dalle Camere prima della fine di settembre. Così evita il referendum».
Questo vuol dire che lei ha messo nel conto di perdere, e che alla fine al referendum ci si arriva per forza?
«Al contrario. Questa paura del governo mi conferma nella consapevolezza che, se il sindacato agisce unito adesso, vince la partita e batte il governo. Lo costringe alla resa, allo stralcio delle norme sull´articolo 18, e rende inutile qualsiasi referendum. Per questo è il momento di rafforzare le nostre azioni di contrasto e di lotta».
Berlusconi vi apre uno spiraglio, e lei lo chiude subito.
«Non c´è alcuno spiraglio. Il premier fa i suoi mezzi annunci in una trasmissione televisiva, casualmente sempre la stessa come se non esistesse altro luogo per comunicare con gli italiani. La sua è pura tattica, sul merito non dice una parola».
Ma vi propone un «grande accordo», che abbraccia fisco, previdenza, lavoro, e in cambio sospende ogni decisione sull´articolo 18. E´ un´apertura di gioco, no?
«E´ la stessa ipotesi che formulò tre mesi fa, e che noi respingemmo. Con questa uscita, oltre a preparare la trappola sul referendum, il governo conferma da un lato le sue intenzioni negative sul sistema dei diritti, perché annuncia di voler intervenire comunque sull´articolo 18. Dall´altro lato, costringe il sindacato a trattare sotto una spada di Damocle: se fate oggi un accordo con noi possiamo ridurre i casi nei quali non si applicheranno più le tutele dello Statuto dei lavoratori. Questa non è un´apertura di gioco. Semmai è il solito ricatto. E se il sindacato ci sta, si suicida».
Quindi se martedì prossimo Palazzo Chigi vi convoca per discutere di tasse, pensioni e nuovo Welfare lei non ci va?
«Vediamo cos´è questo ‘grande accordo´ di cui parla il premier. Sul fisco la convocazione c´è già stata, e noi ci siamo andati. Peccato che sia arrivata dopo che la Camera aveva già approvato la delega. E peccato che abbiamo potuto obiettare solo a cose fatte che per noi quella riforma non va, perché fa calare il gettito, fa saltare la politica dei redditi e soprattutto innesca una rincorsa salariale inevitabile e durissima, perché gli aumenti contrattuali dovranno compensare il mancato effetto delle politiche redistributive. Sulle pensioni, finora non c´è mai stato richiesto alcun confronto: restiamo contrari alla delega che manda in tilt l´intero sistema previdenziale, attraverso una scellerata decontribuzione che tuttavia resta un punto irrinunciabile per il governo e per la Confindustria. Anche su questo, lo scontro è inevitabile e durissimo».
Restano gli ammortizzatori sociali.
«Mi siederò a trattare di ammortizzatori sociali solo se prima il governo avrà stralciato le norme sull´articolo 18. Sul tema la nostra posizione è nota: vanno ripensati, dalla logica della pura integrazione del reddito si deve passare a quella del circuito formativo permanente. Per farlo occorrono cospicue risorse finanziarie. Il governo ha idee nuove da mettere in campo? Per ora siamo fermi a una delega che prevede una revisione degli ammortizzatori sociali a costo zero. Come vede, sui singoli punti di questo fantomatico ‘grande accordo´ da fare col governo lo stato dei rapporti è devastante».
La colpa è anche del sindacato, che continua a rifiutare qualunque riavvicinamento.
«Non c´è nessun riavvicinamento. C´è solo tattica e schizofrenia. A tratti c´è arroganza: andiamo avanti con le riforme, e ce le facciamo come vogliamo noi. Dall´altro lato c´è timore: sforziamoci di apparire dialoganti, così riduciamo l´impatto delle reazioni del sindacato. Il risultato è un pacchetto di proposte rovinose per la politica economica e una coltre di nebbia fatta di tante parole. Nessun incontro, e ogni giorno un ministro che dice una cosa diversa. In queste condizioni il conflitto è nelle cose. E purtroppo è destinato a diventare più aspro. Si avvicina la doppia scadenza del Dpef e della Legge Finanziaria: il governo intende confrontarsi con le parti sociali oppure no? Nessuno lo ha capito. Intanto il quadro congiunturale peggiora sempre di più, ed è molto più grave del loro ottimismo di facciata».
Tremonti sembra convinto di poter rispettare le previsioni.
«I numeri gli danno clamorosamente torto. La crescita sarà intorno all´1,2% nel 2002. Dico purtroppo, perché preferirei un conflitto con il governo sulla ricchezza da redistribuire, non su altri sacrifici da evitare. Pezzi importanti del pacchetto dei 100 giorni e della Finanziaria dell´anno scorso si stanno rivelando fallimentari. Un caso esemplare è l´emersione. Purtroppo non emerge nulla».
Lei ripete qualche «purtroppo» che a molti pare pretestuoso: se è vero che lei farà politica, in realtà non le dispiace affatto che le cose per il governo vadano male.
«A fine giugno lascerò il sindacato, e tornerò in Pirelli. Dunque non ho intenzioni politiche, e mi dispiace eccome se le politiche del centrodestra si rivelano inefficaci, visto che quelli che rappresento sono i primi a pagarne lo scotto. Ma se non mi compiaccio, non posso comunque tacere sui fallimenti del governo».
Qualche segnale di insofferenza lo ha lanciato anche la Confindustria.
«Anche su questo non vedo svolte. Gli errori del governo continuano ad essere indotti da un rapporto stretto e collaterale con Confindustria. Nella relazione di D´Amato i toni critici verso il governo nascono da un´insofferenza rispetto a promesse fatte e non ancora mantenute. Ma al di là di questo c´è la conferma di una linea di politica economica assolutamente condivisa. Nelle parole del leader degli industriali non c´è alcuna critica su una strategia del governo che in 14 mesi si è rivelata inefficace. Non c´è alcun ragionamento sullo stato dell´industria, non una sola parola sulla crisi della Fiat…».
La dica lei, intanto. Che ne pensa?
«La crisi della Fiat mi preoccupa moltissimo. La considero il frutto di una gravissima sottovalutazione da parte dell´azienda e, oggi, da parte del governo che dovrebbe evitare altre rottamazioni e investire sugli incentivi all´innovazione».
Torniamo a Confindustria.
«D´Amato non fa una riflessione autocritica sull´esigenza di un recupero di competitività che ruoti intorno all´innovazione e alla qualità. Il vero messaggio del vertice di Lisbona era questo, l´economia della conoscenza, non quello che ha riscritto D´Amato nel suo discorso, con un´impronta ideologica mai vista prima, che declina la competitività solo in termini di flessibilità e compressione dei diritti. Si è spinto a sostenere che il lavoro autonomo in Italia si è diffuso a causa degli eccessi di rigidità del sistema: una tesi aberrante».
Ma per la prima volta ha anche dato riconoscimenti al sindacato.
«Dire che il sindacato in Italia ha svolto un ruolo importante è come dire che a Roma c´è il Colosseo. E´ una cosa nota al mondo intero: a ignorarla è solo una parte degli industriali italiani. Sta di fatto che l´impressionante miopia della Confindustria e del governo è diventato ormai un problema serio per il Paese».
E lei pensa di risolverlo con un altro sciopero generale?
«Io penso che nei prossimi giorni noi dovremo confermare e ridare vigore alle ragioni della nostra battaglia. Dobbiamo predisporre subito un nuovo percorso di lotta. In questo quadro, è utile un secondo sciopero generale per convincere il governo a stralciare le norme sull´articolo 18. Se questo accadrà, il sindacato dovrà mettere in campo le sue proposte di riforma del Welfare e del mercato del lavoro. Ma fino a quel momento, noi dobbiamo portare fino in fondo la nostra azione di contrasto. Anche perché vedo in Europa un´evoluzione preoccupante».
A cosa si riferisce?
«C´è un disegno che coinvolge le destre europee, i cui governi stanno cercando di bloccare il progetto di un´Unione che sposa l´economia della conoscenza, per spostare il baricentro su politiche di aggressione delle tutele. Sta accadendo in Italia, sta accadendo anche in Spagna, dove Aznar che ha sempre trattato e fatto accordi con il sindacato per la prima volta ha deciso unilateralmente di modificare la disciplina degli ammortizzatori sociali, e ha incassato il primo sciopero generale per il 20 giugno prossimo. Di fronte a queste provocazioni e a queste sfide, il sindacato europeo si deve e si sta mobilitando. Non è escluso che il 20 giugno anch´io vada a Siviglia, a manifestare insieme ai colleghi spagnoli».
Giusto dieci giorni prima del suo addio alla Cgil. Non crede che Berlusconi tiri in lungo il confronto anche per questo? Trattare con il sindacato senza avere Cofferati tra i piedi sarà più agevole, no?
«La nostra linea è la stessa, oggi e in autunno. Perché è la linea della Cgil, non del suo segretario. Se Berlusconi si illude che cambierà, commette l´ennesimo errore».