“Intervista” Cofferati: «Andiamo piano con i tagli alle tasse»

29/01/2001


Corriere della Sera
Lunedì 29 Gennaio 2001







L’INTERVISTA / Il segretario della Cgil: la pressione fiscale può scendere ma poco sotto il 40% oppure il Welfare rimane appeso al nulla

«Andiamo piano con i tagli alle tasse»


Cofferati: dobbiamo tutelare i deboli. Berlusconi? Pronto a trattare con chiunque governi

      MILANO – Segretario, come le sembra questa campagna elettorale? «La vedo tutta proiettata sulle contraddizioni interne agli schieramenti. Mi piacerebbe che fosse riportata ai problemi reali». Il leader della Cgil, Sergio Cofferati, è cauto e pesa le parole una ad una. Sa che nelle ultime settimane ogni volta che ha dato qualche suggerimento all’Ulivo è successo un pandemonio. «Il programma del centrosinistra? E’ un cantiere aperto, ma un passo avanti significativo è stato fatto con la scelta del vice Rutelli. E’ stata una buona cosa scegliere Piero Fassino». Non crede che l’Ulivo sia in ritardo sul programma? Di Berlusconi si capisce che vuole almeno due cose: ridurre le tasse e dar vita a un mega-piano di opere pubbliche. E il centrosinistra?
      «C’è un problema di tempi. Quelli che sono gli obiettivi prioritari del programma del centrosinistra vanno offerti agli elettori rapidamente. Occorre far presto, più si sottrae la discussione al genericismo, meglio è. La "Lettera di Rutelli agli italiani" è una buona traccia così come lo è il lavoro fatto dal governo».

      Il centrosinistra vuole tagliare le tasse o no?

      «Ho apprezzato le ultime due Finanziarie che hanno operato in quella direzione. Si può fare qualche ulteriore passo, ma la pressione fiscale complessiva può scendere realisticamente dal 43,6% di oggi a un valore attorno al 40%, non di più. Il nostro è un Paese che ha problemi di coesione sociale. Se si scende al di sotto di quella cifra il nostro
      Welfare rimane appeso al nulla».
      Ma la sinistra non voleva riformare il
      Welfare ? Sotto elezioni si cambia idea?
      «Il valore medio della spesa sociale italiana è più basso in confronto all’Europa. Ci sono almeno due tipologie di cittadini, i pensionati a basso reddito e i
      working poors , che vanno tutelati. E i proventi che possono venire dal recupero dell’evasione fiscale possono servire a quest’operazione, ricorrendo al credito d’imposta per gli uni e per gli altri».
      Non sarebbe più lineare per il centrosinistra adottare la proposta Visco del dividendo sociale? Spiegare la riduzione delle tasse per i padri e il salario minimo per i figli disoccupati è più facile che parlare di credito d’imposta.

      «Non sono concetti o misure diametralmente opposte, se attuate con realismo e gradualismo. Il salario minimo non mi convince affatto, ha delle vistose controindicazioni. Ai giovani va offerto il lavoro unito alla formazione, non ci devono essere subordinate».

      Questi ragionamenti hanno un
      appeal elettorale pari alle parole d’ordine del centrodestra?
      «Personalmente non ho il problema di affascinare gli elettori. E dico che bisogna stare attenti ad adottare soluzioni che nel medio periodo aprono delle contraddizioni. E’ vero che il centrodestra propone meno tasse e aumenti alle pensioni minime, ma – se non si indica come – è pura propaganda. Non è un programma di governo credibile».

      Visto che non deve affascinare gli elettori la Cgil resterà fuori dalla mischia elettorale?

      «Farà vedere che l’autonomia non è un’affermazione astratta. La Cgil ha un orientamento ben definito su sviluppo, diritti,
      Welfare , federalismo. Non è agnostica. Ma autonoma sì. Significa saper dire "no" ma avere anche il coraggio del "sì". Come abbiamo fatto apprezzando le scelte dell’ultima Finanziaria di Amato».
      L’autonomia della Cgil è tanto forte da reggere anche in caso di vittoria del centrodestra? Le
      Comisiones obreras hanno fatto accordi con Aznar. Succederà anche da noi?
      «Non c’è bisogno di andare in Spagna. Negli anni ’50 in Italia governava la Dc. E il sindacato ha sempre trattato, per noi è fisiologico fare accordi. Le mancate intese sono un’eccezione rarissima nella storia del sindacalismo italiano. Con qualsiasi governo. L’idea del confronto preventivo con l’esecutivo, il metodo della concertazione, ha dato buoni risultati e può sopravvivere a qualsiasi tempesta politica».

      Nel ’94 non vi comportaste così, faceste cadere il governo Berlusconi.

      «E’ sbagliato. Cgil-Cisl-Uil con il governo Berlusconi hanno firmato un accordo sulla previdenza il 1° dicembre del ’94 dopo una trattativa bilaterale…»

      … lei lo chiama accordo, ma fu una capitolazione del governo dopo che portaste un milione di persone a Roma.
      «Non ci si vorrà impedire di esercitare il conflitto? O di manifestare? Importante è che lo si faccia con l’obiettivo di raggiungere un accordo».

      Quindi tra le cose possibili dell’autunno 2001 c’è magari un’intesa tra il sindacato e un ipotetico governo di centrodestra per introdurre il sistema contributivo pro-rata per tutti?

      «Sarà il merito a decidere. Non avremo remore a trattare con chiunque governi. E’ nella natura del sindacato negoziare e quando lo si fa si punta a raggiungere degli accordi».

      Se è il merito che decide, come fa il sindacato ad opporsi a un faraonico piano di opere pubbliche?

      «Tracciare autostrade e trafori sulla carta geografica con il pennarello è cosa assai diversa dal governare, è propaganda. Le infrastrutture che servono sono ad alto livello qualitativo, per cui bisogna selezionare le priorità e indicare le risorse disponibili».

      Uno studio di Geminello Alvi ha dimostrato che il lavoro ha perso valore, è stato poco remunerato. Ci si poteva aspettare che voi "cavalcaste" questa tesi e, invece, un economista di centrodestra, Renato Brunetta, ha accusato Cgil-Cisl-Uil. Con la politica dei redditi avreste mortificato le paghe.

      «Personalmente mi considero un salarialista, ma le politiche di contenimento si sono rese indispensabili per favorire risanamento e sviluppo. Le tesi di Alvi sono state usate in verità per sostenere che i contratti nazionali non servono più. Ma non ho visto mai che le retribuzioni aumentano passando da due a un solo livello di contrattazione. Dunque è un imbroglio. Con ciò accetto la sfida: estendiamo la contrattazione di secondo livello anche al 50% dei lavoratori che oggi non ce l’ha. E poi distribuiamo meglio gli incrementi di produttività, su 9 punti ai salari ne va solo 1,5».

      Centrodestra e Confindustria in nome della flessibilità sembrano pensare entrambi a una revisione dello Statuto dei lavoratori. Lei che risponde?

      «La flessibilità ormai c’è, chi la invoca astrattamente vuole in realtà i licenziamenti senza giusta causa. Se il problema che resta sono le lunghe controversie in materia di lavoro, ricordo che abbiamo fatto accordi di conciliazione obbligatoria e arbitrato volontario con Cispel, Confapi e Aran. Perché la Confindustria non ha voluto?»

      La vertenza dei metalmeccanici cade sotto elezioni. Ci aspetta una primavera rovente?

      «Sono due cose che è bene tenere distinte. La piattaforma dei metalmeccanici è equilibrata e ragionevole, se ci sarà senso di responsabilità da parte di tutti si può chiudere il contratto in tempi rapidi».

      Di recente Amato e D’Alema hanno rilanciato l’idea di un grande partito riformista del 35%. Lei non è stato mai un
      pasdaran ulivista, è d’accordo?
      «Penso che dentro la coalizione sinistra e centro debbano essere distinti, ognuno con una funzione precisa e senza il gioco dello scavalco reciproco che distrugge le identità. E’ inevitabile poi che ci siano due sinistre, una antagonista e l’altra riformista. In passato questi due orientamenti erano rappresentati e mediati dentro lo stesso Pci. E in fondo esperienze come il Psiup e il Pdup esprimevano un tasso di antagonismo più acuto di quello che c’era dentro il Pci».

      Di recente lei ha visto D’Alema. E’ un segno di novità dopo una stagione di contrapposizioni?

      «Sono normali rapporti che il segretario di una confederazione ha con gli interlocutori politici. Ci mancherebbe che non ne avessi. Ma non ci costruirei su chissà quali dietrologie. Faccio il segretario della Cgil e vorrei continuare a farlo fino alla scadenza del mandato nel giugno del 2002».

      E poi tornerà davvero alla sua scrivania di impiegato Pirelli?

      «E’ un’ipotesi concreta. Posso dire però che penso sia sbagliato e controproducente passare direttamente da un incarico di direzione di un’organizzazione sociale a uno di direzione politica. Altra cosa è se uno lascia il sindacato e si presenta alle elezioni. Si sottopone al giudizio dei cittadini e si rilegittima».

      Sono ormai in diversi però nella sinistra a tifare per lei. L’ultimo a dichiararlo è stato Paolo Sylos Labini.

      «Non le nego che le parole di Sylos Labini mi hanno gratificato. Farò la mia parte, ma processi politici complessi, come quelli che ci aspettano, non possono essere affidati e risolti da un singolo. Ci vuole il contributo di tanti, che operino ognuno in luoghi e funzioni diverse. E il sindacato non è certo una postazione minore».

      Chiudiamo con Milano. Che pensa della querelle che si aperta attorno al sindaco Albertini?

      «Ho più volte polemizzato con lui nel merito dei problemi, ma sinceramente ho provato pena per come l’han trattato».
Dario Di Vico


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