“Intervista” Cipolletta: mediazione giusta, ma le scelte spettano al governo

16/01/2002








Cipolletta: mediazione giusta, ma le scelte spettano al governo

L’ex direttore generale di Confindustria: confronti necessari, altrimenti tensioni intollerabili

      ROMA – «Ha ragione Ciampi a intervenire. Se c’è uno spazio per trovare un accordo, è giusto coglierlo ma il governo ha già parlato a sufficienza con le parti sociali e alla fine deve decidere e andare avanti per la sua strada. Anche se quella previdenziale non porta da nessuna parte». Innocenzo Cipolletta, ex direttore generale della Confindustria ai tempi della «concertazione», oggi presidente della Marzotto, condivide il metodo del governo anche se sul «merito» è in totale disaccordo: per lui i provvedimenti annunciati sulle pensioni sono modesti e inutili. E si augura che il presidente della Repubblica riesca nell’impresa di trovare una mediazione che disinneschi lo scontro sociale.
      Che cosa potrebbe fare il presidente Ciampi nell’incontro di oggi?
      «Non vorrei entrare nei punti specifici. Io credo che il ruolo di Ciampi sia quello di ascoltare tutti e poi suggerire al governo uno spazio di manovra».

      Una mediazione comunque in salita…

      «Temo proprio di sì. Tuttavia, dato che i contenuti non mi sembrano molto rilevanti, se il governo va avanti nella sua determinazione non vedo grandi problemi. Mi ricordo che nel 1995 la Confindustria si disse fermamente contraria alla riforma previdenziale Dini. Ma il governo alla fine decise lo stesso. Secondo me sbagliando, e lo prova il fatto che siamo ancora qui a discutere, ma si assunse in pieno la sua responsabilità».

      Ciampi potrebbe ripetere il «miracolo» del 1993?

      «Non saprei. La sua iniziativa è senz’altro positiva perché se si riesce a trovare un accordo, anche in extremis, credo valga la pena di tentare. D’altra parte Carlo Azeglio Ciampi è un presidente sui generis perché la sua storia viene dall’intesa del 1993, quando seppe mettere insieme le parti sociali».

      Il ministro Maroni ha ribadito che il luogo del confronto resta il Parlamento…

      «Mi sembra un po’ eccessivo. Il ministero del Lavoro deve portare avanti le sue politiche, non vi è dubbio, ma se si aprono spazi per allargare le basi dell’accordo credo che il governo deve essere sempre pronto a raggiungere i risultati col maggior consenso possibile».

      La concertazione sembra comunque abbandonata. E’ giusto o sbagliato?

      «Se fosse sotterrata sarebbe un peccato. Che debba evolversi è giusto. Ma il dialogo ci vuole perché, se non ci si parla, alla fine le tensioni diventano così forti che la società non regge».

      Ci sono le premesse per arrivare a un muro contro muro come nel 1994?

      «Le cose non stanno così. Nel ’94 la lotta sindacale contro il governo Berlusconi fu dura ma molto meno di quanto avvenne anni prima col governo Amato. Se Berlusconi cadde fu perché la Lega non sostenne la riforma delle pensioni seguendo altri obiettivi politici».

      A proposito di pensioni…

      «Mi chiedo perché i sindacati si oppongono a questa riforma anziché stare dalla parte del governo. Mentre capisco le loro ragioni sull’articolo 18. Ma sulla previdenza dovrebbe essere la Confindustria a fare muro… Basta pensare che anche il Ragioniere generale dello Stato dubita che questa riforma sia finanziabile».

      Allora ha ragione Berlusconi a dire che le proteste sono strumentali e polit iche?
      «Non credo. Perché da una parte c’è l’articolo 18 e dall’altra c’è una storica ipersensibilità sindacale sul capitolo pensioni e la riduzione dei contributi per i nuovi assunti ha il sapore di una sconfitta».

      Perché la Confindustria di D’Amato è così tiepida?
      «Loro ritengono che la promessa di una riduzione di contributi sia una occasione da cogliere. Ma è illusorio perché, senza tagli alle pensioni, alla fine il sistema non regge e si tornerà ad aumentare i contributi o le tasse».

      Arriva però il Tfr per far decollare i fondi integrativi…

      «Ma così non si evita il disastro del sistema previdenziale. Tutti gli osservatori internazionali da anni sostengono che l’Italia ha un eccesso di spesa per le pensioni. Significa che bisogna aggiungere la spesa integrativa o tagliare le pensioni? Mettere sul piatto, invece, un Tfr in modo obbligatorio sembra che alla fine diventi un contributo pubblico in più».
Roberto Bagnoli


Economia