“Intervista” Cesare Salvi: «A sinistra dissenso strategico»

12/07/2002

12 luglio 2002



«A sinistra dissenso strategico»
CESARE SALVI Alla vigilia del direttivo dei Ds di martedì, il vicepresidente del senato avverte: «Non bisogna fare pasticci. Nei Ds ci sono giudizi differenti su questioni decisive. Non drammatizziamo, ma non si cancella»


COSIMO ROSSI


«La mia opinione è che non bisogna fare pasticci, altrimenti non capisce niente nessuno. Se ci sono giudizi diversi su questioni che a me sembrano decisive, la cosa non va né drammatizzata né cancellata». Come dire che per Cesare Salvi, leader di
Socialismo 2000 al direttivo ds di martedì è inutile tentare una ricomposizione che non c’è a proposito del sostegno alla lotta della Cgil.

Dopo l’incontro che ha sancito la diversità di vedute tra la Cgil e il gruppo dirigente dei Ds, adesso la questione rimbalza dentro la Quercia. La minoranza come intende comportarsi a questo punto?

Più che esprimere sostegno o meno a questa o quella organizzazione sindacale, credo che i punti fondamentali per il partito siano due. Il primo riguarda il giudizio sull’offensiva della destra nei confronti della Cgil e di Cofferati. La mia opinione è che ci sia una strategia che parte dal «tempestivo» ritrovamento delle lettere del professor Biagi, prosegue con la campagna di insinuazioni e aggressioni sulle presunte responsabilità morali del segretario della Cgil rispetto al terrorismo e si svela, dopo l’accordo separato, con la volontà di espellere la Cgil dai tavoli negoziali e decisionali. Su questa strategia bisogna esprimere un giudizio netto, che va necessariamente collegato a quello sull’azione della destra e di Berlusconi. Per me c’è un collegamento con l’attacco all’autonomia della magistratura, al pluralismo dell’informazione e allo stesso ruolo del parlamento, nel momento in cui si procede a colpi di deleghe. Perciò la questione della rappresentanza sociale dei lavoratori posta dalla Cgil è solo un aspetto di un’idea di democrazia, una democrazia che si contrappone all’idea che l’eletto dal popolo sceglie per tutti.

Prima ancora dello specifico sindacale, dunque, c’è nei temi posti dalla Cgil una questione di democrazia che riguarda moltissimo anche la politica?

Sì, e francamente non ne ho visto a sufficienza la consapevolezza. Il primo punto è questo. C’è un pluralismo nella società che è sotto attacco. Anche se si ritenesse che nel merito la Cgil sbagli, c’è comunque una questione di principio. Si intravedono gli elementi di un moderno regime, che non si esprime in logiche dittatoriali.

La maggioranza che guida i Ds non sembra proprio pensarla così. Anzi…

No, non c’è questo giudizio. Questo è il nodo di fondo, strategico: qual è la nostra idea della democrazia e quale l’idea dell’attacco in corso alla democrazia. Che non è solo astratta libertà: è articolazione, pluralità di poteri e di contropoteri.

C’era un secondo «punto fondamentale» all’inizio del ragionamento. A cosa si riferisce?

E’ la questione che riguarda, per così dire, il merito. Non si tratta di criminalizzare chi ha firmato questo accordo, così come non ha senso parlare di «patto di lenticchie» come se avessero ottenuto qualcosa ma poco. Anche qui la domanda è un’altra: è in corso da parte della destra un’offensiva per smantellare lo stato sociale oltre che le garanzie mondo del lavoro? Una restaurazione? Per me sì. Oggi, nella sanità, siamo tornati addirittura alle mutue. Poi ci sono le pensioni, la scuola, il fisco. E non si tratta di fare processi alle intenzioni: sono tutti disegni di legge del governo da cui emerge una linea chiara di smantellamento del welfare per sostituirlo con uno stato assistenziale per i poveri e con il mercato e le privatizzazioni per tutti gli altri. E allora, se è questo il punto, non è che Cisl e Uil hanno avuto poco, è che bisogna dare un giudizio, dicendo anche come si reagisce. In questo senso ha ragione D’Alema quando si indigna sull’Unità: il punto non è fare battute su Cofferati, è misurare due concezioni diverse sulle quali si divide la sinistra europea. La questione è sempre il blairismo. Per questo vedo un nodo di fondo, che è strategico.

E per questo è difficile una conclusione unitaria del prossimo direttivo?

Ho già detto che penso che non bisogna fare pasticci, altrimenti non capisce niente nessuno.

Alla maggioranza, tuttavia, non gioverebbe un altro strappo sulla Cgil: anche in quel caso tra gli elettori non capisce nessuno…

In questo momento la tattica non mi interessa.

Ma dopo l’estate, con lo sciopero generale e il Dpef in parlamento, non è più questione di tattica: o si sta con la Cgil o con gli altri. Sarebbe singolare che i lavoratori in piazza non abbiano dallo loro il maggior partito della sinistra…

Attenzione, perché la questione è più sotile. Certo, non è mai successo che la sinistra non abbia sostenuto le lotte del mondo del lavoro. Ma il tema di fondo è come si reagisce a questa offensiva della destra. Non si può solo conservare l’esistente, d’accordo: ma la strategia qual è? Ci vuole una piattaforma che parta dall’estensione dei diritti con un’idea diversa di società, altrimenti tra il centrosinistra moderato e la destra aggressiva c’è appena una sfumatura di differenza.

Anche un moderato come Enrico Micheli ritiene che quello che manca all’Ulivo sia una visione del mondo alternativa a quella della destra….

E’ esattamente così. Ci sono dei passaggi in cui intanto bisogna rendere molto chiaro da che parte si sta. La sinistra, e tantomeno una sinistra al 16 per cento, non può pensare di rappresentare l’universo mondo.

Veramente Fassino dice proprio che il ruolo del partito è curare l’interesse generale, non quello di «parte»…

I nostri vecchi ci insegnavano che un partito deve porre il tema dell’interesse generale da un punto di vista. Che oggi non può che essere critico rispetto alla società esistente. Altrimenti, se il problema è conquistare l’elettore medio benestante, sciogliamo tutto come ci dice Blair. Io invece penso che bisogna trasmettere agli elettori un messaggio di chiarezza: avere idea alternativa alle destre e renderla esplicita. Nel lavoro, ma non solo. E allora chiedo: è giusto proseguire sulla strada degli ammortizzatori sociali o va posta questione del salario sociale come diritto universale di cittadinanza? E ancora, saltando di palo in frasca: l’unilateralismo militare neoliberista è cosa a cui bisogna rassegnarci o c’è un’alternativa per esempio in Europa? Per me l’interesse generale è che l’Italia sia fatta in un certo modo, quindi attraverso una serie di politiche coerenti. Perché è vero che questo governo non ha guadagnato popolarità e consenso, ma è anche vero che dietro questo accordo c’è il tentativo di costruire un preciso blocco sociale. Il tentativo di isolare la Cgil corrisponde alla volontà di espellere un punto di vista. Che non può essere l’unico, ma se lo metti fuori, se escludi il mondo del lavoro dipendente, fai un’altra sintesi e cambi il punto di vista da cui guardi l’interesse generale.

A questo punto le diversità forse scavalcano i Ds e attraversano il complesso delle sinistre. Queste posizioni possono crescere e aggregarsi dentro un quadro di convivenza della sinistra invece che di rottura?

Bisogna insistere tenacemente – anche se si sa che non si guadagneranno i titoli e i sottotitoli dei giornali – sulle idee, su un progetto politico di ricomposizione a sinistra che parta da queste analisi. Certamente poi c’è un problema delle forme di convivenza. L’esigenza fondamentale che avverto in questa fase è un progetto politico ideale intorno al quale si aggreghi dentro e fuori i Ds chi la pensa in questo modo. Anche se poi chi fa politica deve anche organizzarsi. Ma per quello ci vuole tempo.