“Intervista” Carraro: una dura battaglia su una questione da poco

21/01/2002


La Stampa web








(Del 21/1/2002 Sezione: Economia Pag. 6)
L´INDUSTRIA, L´EX SINDACALISTA E LE PROVE DI DIALOGO
intervista
Mario Calabresi
Carraro: una dura battaglia su una questione da poco

ROMA

QUELLA sull´articolo 18, dal punto di vista industriale, è una battaglia di poco peso. Stiamo assistendo ad un muro contro muro su una cosa che coinvolge percentuali bassissime di lavoratori, paralizzandoci su un´inutile guerra di bandiera». Mario Carraro, ex presidente degli industriali veneti, scuote la testa di fronte allo scontro in atto tra il sindacato, Confindustria e il governo, e si dice convinto che la strada per la modernizzazione del nostro sistema economico e industriale non abbia come snodo cruciale l´abolizione dell´articolo dello Statuto dei lavoratori che prevede il reintegro di chi viene licenziato senza giusta causa. Carraro – che produce sistemi di trasmissione per macchine industriali e ha stabilimenti in tutto il Nordest italiano, in Germania, Polonia, Argentina, India e Corea, con 1300 dipendenti solo nel nostro Paese – si augura che al centro del confronto torni la necessità di «guardare ai problemi che ci toccano davvero, andando avanti nella modernizzazione e nelle trasformazioni tecnologiche».

Perché ritiene dannoso il confronto in atto?

«Siamo di fronte ad uno scontro durissimo, ad un muro contro muro che non serve a nessuno, perché riguarda qualcosa che è quasi nulla: ma ci rendiamo conto che l´articolo 18 riguarda una percentuale dello zero-virgola-qualcosa dei lavoratori? E quello che è sorprendente è che interessa in gran parte aziende non iscritte a Confindustria e nemmeno sindacalizzate. In una situazione economica che ha bisogno di azioni concrete e di iniziative forti per alimentare la ripresa, mi pare che perdersi in queste discussioni sia vano. Mi preoccuperei di più della caduta della produzione industriale del 5,8% a novembre che di argomenti che poco influenzano queste cose».

Cosa pensa della posizione del leader della Cgil Sergio Cofferati?

«Sta facendo una battaglia di bandiera, ma mi sembra che la posizione di Cofferati non sia estranea ad un suo disegno politico, però io penso che l´opposizione al governo spetti all´opposizione parlamentare, che è invece meno coinvolta di lui su questo punto».

Anche l´associazione degli industriali non intende mollare.

«Trovo che Confindustria, insistendo su questa linea, rischi di perdere di vista elementi più concreti sui quali agire. Mentre le nostre aziende stanno vivendo un momento di grandi trasformazioni, anche tecnologiche, che stanno modificando a fondo la cultura industriale, noi in Italia ci perdiamo in una battaglia di bandiera. Io non condivido nulla delle affermazioni rigide e arretrate di Cofferati, ma purtroppo non vedo neppure una risposta moderna da parte di Confindustria. Sembra che ormai siano entrambi prigionieri di questo braccio di ferro».

Il ministro Antonio Martino, rappresentante dell´ala più liberale del governo, sostiene invece che l´articolo 18 è una norma «ammazza-lavoro, anacronistica, indifendibile e causa di disoccupazione cronica, sclerosi della struttura produttiva e lavoro nero».

«Non capisco in che modo l´annullamento dell´articolo 18 possa liberare risorse così importanti come dice il ministro. Mi piacerebbe che lo spiegassero anche a noi industriali come cambierebbe la nostra economia, visto che le percentuali di lavoratori coinvolti sono veramente bassissime».

Lei pensa che in Italia ci sia già sufficiente flessibilità?

«Abbiamo ancora conquiste da fare, ma non sono d´accordo con il mio amico Guidalberto Guidi (consigliere incaricato di Confindustria) quando dice che se non si modifica l´articolo 18 le aziende scapperanno in Romania. In Romania non si va per la flessibilità, ma perché il costo del lavoro è dieci volte più basso. E poi se ci confrontiamo con altri paesi europei, non si può negare che negli ultimi anni siano stati fatti passi di rilievo in quella direzione e che ci siano state importanti conquiste: abbiamo inserito strumenti come il lavoro interinale e i contratti di formazione».

Cosa pensa dell´atteggiamento assunto dal ministro Maroni?

«Maroni ha fatto uno scivolone nella pretesa di dividere il sindacato, ma per il resto mi sembra che abbia avuto una gestione moderata e di buon senso. Oggi siamo chiamati ad affrontare un disegno di modernizzazione, ma mi sembra che lo si stia facendo in maniera un po´ disorganica, saltando continuamente da un tema ad un altro».

E sulla necessità di superare la concertazione la pensa come il ministro?

«Penso che il concetto stesso di concertazione vada superato: ha svolto un grande ruolo all´inizio degli Anni Novanta, ma è uno strumento da usare per svolte epocali, che non può essere perpetuato in momenti di normalità. E´ uno strumento estremamente farraginoso: quando si siedono intorno ad un tavolo 32 sigle diverse, si finisce inevitabilmente per non far niente. Alcuni temi che riguardano il lavoro e l´economia penso possano trovare soluzione attraverso il confronto diretto senza il bisogno che sia sempre richiesto l´intervento del governo. In questi anni abbiamo fatto cose importanti per capire che ci sono anche vie alternative alla concertazione».


 

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