“Intervista” Carniti: «Ma quali anni di piombo qui si alzano solo cortine di fumo»

26/03/2002


La Stampa web





    intervista

    Mario Sensini
    (Del 26/3/2002 Sezione: Economia Pag. 4)
    «ALLE BRIGATE ROSSE NON IMPORTA NULLA DELL’ARTICOLO 18 E DELLA DISOCCUPAZIONE»
    Carniti: «Ma quali anni di piombo qui si alzano solo cortine di fumo»
    L´ex leader Cisl: «Il governo è in uno stato confusionale quando attacca il sindacato Oggi è tutto diverso dagli Anni 70. I terroristi sono soltanto un pugno di delinquenti»

    ROMA

    LE accuse di Sacconi al sindacato? «Il governo è in uno stato confusionale. Alza cortine di fumo sulle vere ragioni dello scontro sociale in atto e sul fallimento delle indagini di polizia. E´ totalmente sbagliato pensare che il terrorismo di oggi sia uguale a quello di ieri, quando effettivamente c´era un´area di contiguità visibile con le fabbriche». Allora fu proprio la diga sindacale, ricorda Pierre Carniti, storico segretario della Cisl nella stagione degli anni di piombo, «a permettere gli unici risultati concreti nella lotta al terrorismo». «Oggi è tutto diverso» aggiunge Carniti: «i terroristi sono quattro delinquenti. E´ giusto fare terra bruciata intorno a loro, ma non è un problema del ruolo dei sindacati, quanto della polizia e delle indagini, che sono a zero. E non c´entra niente il conflitto sociale: il conflitto è del tutto fisiologico in una democrazia. Diventa pericoloso – dice Carniti – solo se vengono a mancare i canali di interlocuzione e di soluzione».

    Carniti, perché è sbagliato pensare che il sindacato possa avere anche oggi, come lo ebbe con lei e Lama negli anni `80, un ruolo importante nella lotta al terrorismo?

    «Perché le cose sono cambiate. Il sottosegretario al Welfare, Maurizio Sacconi, ha preso una stecca dicendo cose infondate e ingenerose nei confronti del sindacato. Lo fa per alzare la voce e una cortina di fumo sulle vere cause del conflitto sociale in atto. Oltre che stupirmi, mi preoccupa, perché se le dichiarazioni di Sacconi riflettono anche il punto di vista di chi nel governo e nelle istituzioni ha il compito di combattere il terrorismo, siamo nei guai».

    Cosa c´è che non va in quell´analisi?

    «E´ un´idea piuttosto stravagante ed eccentrica della natura del nuovo terrorismo, e di conseguenza della direzione che dovrebbero prendere le indagini. Con il passato ci sono grandi differenze, mi auguro che almeno agli investigatori non sfuggano».

    Quali?

    «Al di là degli elementi di continuità, che pure ci sono con una parte degli irriducibili delle Brigate Rosse indipendentemente dal fatto che usino lo stesso nome, il terrorismo degli anni `70 e dei primi anni `80 aveva una visibile area di contiguità con le fabbriche. Nelle fabbriche si trovavano i volantini delle Br. C´erano infiltrazioni evidenti, tanto che si conoscevano i capi, i vice capi e i capetti del terrorismo che venivano dal mondo del lavoro. Oggi i terroristi sono pochi, piccoli gruppi, e qualitativamente diversi».

    Cosa le fa pensare questo?

    «Basta leggersi le rivendicazioni degli attentati a D´Antona e a Biagi, per capire che sono state scritte da persone che vengono da ambienti più acculturati, che conoscono la materia del lavoro, le discussioni e perfino le carte non pubbliche, che sono state usate con un linguaggio appropriato. E´ in quell´area più acculturata, e non nelle fabbriche, che dovrebbero cercare».

    E questo cambia il ruolo del sindacato?

    «Cominciamo con il dire che la botta che è stata data al terrorismo, quando la sua proliferazione era davvero più consistente, si deve all´azione collettiva, alla capacità di mobilitazione e di isolamento del sindacato. Anzi, diciamo pure che il sindacato è stato l´unico a fare qualcosa. Questo terrorismo non è una minaccia per la democrazia: quattro criminali, perché di questo si tratta, non possono avere la pretesa di interferire con il processo democratico. La democrazia italiana, per quanto fragile, può morire di malnutrizione, ma non morirà mai per un agguato, neanche se i terroristi fossero molti di più di quanto non pensiamo che siano. Non rendersene conto, ragionare in questo stato confusionale, porta il governo a stabilire una correlazione tra la protesta sociale, per quanto aspra, e il terrorismo».

    Non è così?

    «Questa visione non spiega l´omicidio di D´Antona, avvenuto in un contesto politico diverso e in un clima sociale relativamente tranquillo, eppure ci dicono che l´arma che ha ucciso D´Antona è la stessa che ha ucciso Biagi. Sacconi ha ragione quando dice che serve la mobilitazione per accentuare l´isolamento di frange delinquenziali, con il coinvolgimento dei cittadini e dei lavoratori. Ma il problema non è il conflitto, che è sempre stato fisiologico nella democrazia, quanto la mancanza di vie d´uscita. I toni di alcuni esponenti del governo, certe analisi, sono un pretesto per mascherare l´inefficienza delle istituzioni, per fare propaganda e arrivare a dire, come al solito, "non ci lasciano lavorare". Attaccano il sindacato perché perseguono un nuovo assetto sociale, che io contrasto e che spero che l´opposizione contrasti. Non ha senso dire, come fa oggi il governo, che la maggioranza deve governare e l´opposizione vigilare. No! Si oppone, punto. La prima repubblica, il consociativismo, sono stati spazzati via dal maggioritario. E considerare il sindacato come oppositore politico, nella speranza di creare divisioni nell´opposizione parlamentare, è politica da condominio».

    Lei sostiene che il terrorismo di oggi è diverso da quello degli anni di piombo, eppure il mondo del lavoro è sempre nel mirino. Come lo spiega?

    «Questa è l´unica costante, l´utilizzo strumentale dei temi del lavoro nella presunzione che questi temi possano creare aree di consenso, proselitismo. Alle Br dell´articolo 18, o del 17 e del 19, non gliene può fregare di meno. Come della disoccupazione: non è il loro problema, e infatti non ne parlano»
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