“Intervista” C.Saraceno: «Una rete di protezione per i più indifesi»

02/05/2005
    domenica 1 maggio 2005

    «Una rete di protezione per i più indifesi»
    Chiara Saraceno: «Lavorare senza garanzie è brutto, non lavorare è peggio. La sinistra non può pensare solo a chi ha il posto fisso»

      Oreste Pivetta
      DALL’INVIATO

      TORINO. Lavoro precario, lavoro flessibile, lavoro a termine: intorno a queste parole s’è costruita negli anni passati la narrazione mitica di un cambiamento nel segno della modernità. La modernità è svanita alla prova di un sistema economico vecchio, di microaziende o di crisi fino alla sparizione delle grandi aziende, di declino economico che ha tolto il velo a una via più semplice e legale di sfruttamnento. Sono rimasti i precari: uomini e soprattutto donne più poveri, meno qualificati, più incerti di fronte al loro avvenire di lavoratori o di disoccupati o di pensionati.

        Ma di che lavoro si parla allora? Lo chiediamo a Chiara Saraceno, sociologa che ha studiato a lungo condizioni di precarietà in Italia, nella vita e nel lavoro.

          «Bisogna distinguere. Il lavoro precario è una brutta cosa, nessun lavoro è anche peggio. Poi c’è precarietà e precarietà. C’è la precarietà dei professionisti, dei qualificati, di chi comunque vanta forza contrattuale. La novità in più è che la precarietà ha coinvolto anche mestieri che precari non lo sono mai stati. Mi si deve spiegare che senso abbia assumere a progetto un operaio metalmeccanico, un operaio che sta dentro una catena produttiva ben definita e i cui risultati sono sempre prevedibili. La precarietà sembra diventata una modalità normale. Qualcosa di simile è avvenuto anche in altri paesi. Nel nord europeo, nei paesi scandinavi, campioni di welfare, la mobilità del lavoro è stata sperimentata presto, ma è sempre stata mobilità accompagnata, perchè il lavoratore non si trovasse mai solo…».

            Solo con un lavoro che finisce, con la pensione che è una chimera, con una professionalità che si consuma di posto in posto…

              «In Italia le protezioni sociali sono rimaste quelle di una volta. Il famoso libro bianco di Marco Biagi teneva assieme flessibilizzazione e ridefinizione degli istituti previdenziali. Si è proceduto in direzione della flessibilità senza tener conto dell’altro pezzo della riforma».

                Colpa del governo o c’è di mezzo anche una cultura sindacale troppo legata a una idea tradizionale del lavoro?

                  «In quel modo ha operato il governo, la sinistra ha la colpa di aver sempre mirato alla sicurezza del lavoro, senza rendersi conto che una rivoluzione strutturale stava comunque compiendosi. Se ci si batte perchè la flessibilità non venga applicata in modo selvaggio, non sia un escamotage per diminuire i costi di produzione, persino per aumentare la produttività pesando tutto sul lavoratore, che vive con la spada di Damocle sul capo del licenziamento sempre alle porte, bisogna anche rassegnarsi al fatto che la produzione just in time, ad esempio, non è un’invenzione dei padroni e che quindi certe professionalità servono in un momento e nell’altro no. Ed allora bisogna costruire reti di protezione, la prima delle quali è la formazione. In Italia si vive la formazione come un modo nobile per pagare un sussidio di disoccupazione, mentre le aziende investono pochissimo. Il nostro sistema di protezione si preoccupa solo del lavoro stabile».

                    Peggio sarà per tutti con le pensioni.

                      «Si annuncia una generazione di pensionati poveri. I co.co.co. pagano contributi bassi, ma riceveranno pensioni basse. Anche la sinistra però ci ha pensato tardivamente. La riforma Dini è stata l’ultima grande riforma fordista in un mondo che non è più fordista. E quando si sono approvate belle leggi sul lavoro, come quella sui congedi parentali, la si è disegnata addosso alla figura del dipendente fisso».

                        Che cosa significa dal punto di vista delle attese di vita?

                          «Non è solo questione di identità o di gratificazione. Significa che è difficile qualsiasi progetto nella precarietà del lavoro e per giunta senza reti di protezione che non siano la famiglia. Negli Stati Uniti, dove la precarietà è massima, i giovani riescono comunque ad ottenere prestiti dalle banche… Qui da noi, se vuoi un prestito in banca devi presentarti con la busta paga in mano».

                            Mi sembra che vi siano altre contraddizioni. Si chiedono flessibilità e mobilità e poi siamo paralizzati da un mercato della casa asfittico.

                              «Per giunta tutte le politiche pubbliche hanno sempre incentivato l’acquisto. I giovani con un lavoro a tempo non riescono neppure a ottenere un mutuo. Sopravvivono in famiglia. Figurarsi la mobilità, se le case, anche in affitto, costano troppo. In realtà domina la considerazione che l’affidabilità di una persona sia definita dalla sua busta paga e da un lavoro stabile».

                                Altra contraddizione: un sistema d’aziende e di microaziende troppo arretrato…

                                  «Soprattutto in una stagione ormai lunga di declino economico. Fino all’anno scorso aumentava l’occupazione, senza che aumentasse il pil. Cioè aumentavano lavori di basso profilo e di bassa remunerazione. Adesso non aumenta il pil e non aumenta neppure l’occupazione. Si dirà che non aumenta neppure la disoccupazione, come è avvenuto nell’ultimo trimestre del 2004. Spiegazione semplice: siamo di fronte a un fenomeno di forza lavoro “scoraggiata”, di persone che non si iscrivono neppure più alle liste di disoccupazione. Non sono più lavoratori e sono soprattutto donne, soprattutto al sud. Ma questo ha un peso anche sull’occupazione degli altri: nel senso che la cura della casa e della famiglia diventa prioritaria per la donna che non lavora, che torna casalinga, che quindi rinuncia alla badante oppure alla tintoria».

                                    Che cosa ci salva?

                                      «Intanto la solidarietà familiare. È la condizione di una generazione come la mia, l’ultima benedetta dal welfare, che gode di pensioni ancora alte, che può aiutare i figli, custodire i nipoti, asistere gli anziani. Rappresentiamo però una congiuntura economica e sociale che non si ripeterà. Chi raggiungerà la pensione adesso avrà meno soldi a disposizione».

                                        Saremo tutti più poveri?

                                          «È il solito discorso della forbice che si allarga. Però dire di impoverimento dei ceti medi è un po’ semplicistico. I lavoratori a reddito fisso hanno perso potere d’acquisto, perchè l’inflazione non è un’invenzione, e hanno perso posizioni rispetto agli autonomi, dal commercialista all’idraulico, che recuperano semplicemente aumentando le loro parcelle, e si sono avvicinati agli operai. Per i redditi fissi, è diventato più difficile, rispettare certe consuetudini, la cena al ristorante o il cinema. Peggio ancora: non sono più convinti che si possa migliorare».

                                            Se si trovasse al governo, che cosa farebbe subito?

                                              «Cercherei una via per promuovere le imprese, per costruire quella rete di protezione per il lavoro, riformerei gli ammortizzatori sociali… Soprattutto direi la verità: dicendo la verità si può costrtuire un’adesione attorno a un programma di rilancio. Che costa ovviamente. Ammesso che si sia ancora in tempo».