“Intervista” C.Jannotti Pecci: «Una cabina di regia per ripartire»

20/09/2005
    domenica 18 settembre, 2005

    TURISMO – pagina 18

    TERAPIE ANTICRISI • L’allarme del presidente di Federturismo, Jannotti Pecci, dopo un’estate difficile

      «Una cabina di regia per ripartire»

      Le risorse (13 miliardi all’anno) spese a pioggia

      VINCENZO CHIERCHIA

      Per affrontare la crisi del settore turistico italiano e rilanciare la competitività del Paese, ci vogliono una cabina di regia e un grande patto tra Governo, Regioni e imprese; bisogna riorganizzare al più presto la struttura di governance del settore e farla funzionare bene altrimenti il recupero per l’Italia sarà impossibile. È questo il monito lanciato da Costanzo Jannotti Pecci, 53 anni, presidente di Federturismo, alla vigilia della Giornata di Confindustria dedicata al turismo.

      Cosa occorre fare allora dopo un’ennesima estate difficile per il turismo?

      Innanzitutto deve partire subito il Comitato nazionale, che vede
      presenti in egual misura rappresentanti delle Regioni e del Governo con la partecipazione delle associazioni di settore, delle Camere di commercio, di Comuni e Province.

      È tutto pronto?

      Sì, il Governo deve varare il provvedimento relativo e poi occorre rapidamente metter mano alla riorganizzazione dell’Enit, oggi commissariato, per far decollare l’Agenzia del turismo.

      Se ne parla da molto tempo.

      Infatti. La priorità è risolvere la questione della natura giuridica dell’Enit che va trasformato in ente pubblico economico. È un aspetto centrale, perchè significa che c’è un’autonomia finanziaria e operativa.

      L’Enit, l’ente di promozione dell’Italia all’estero è stato lasciato senza risorse, la quinta parte della Spagna.

      Ci vuole un’iniezione massiccia di fondi, e la Finanziaria sarà il banco di prova. Ma soprattutto ci vuole una compartecipazione tra il Governo e le Regioni negli stanziamenti. Solo così possiamo riuscire a dotare l’ente di fondi sufficienti per confrontarsi con quelli di altri Paesi concorrenti.

      Servirà tutto questo per rilanciare il settore?

      Dobbiamo recuperare anni di assoluta inefficienza. Ma dobbiamo sbrigarci, dare una scossa forte perchè lo scenario internazionale è cambiato. A differenza degli anni 50, i primi cinque Paesi leader al mondo nel turismo si dividono oggi solo il 33% del movimento mondiale. La concorrenza per l’Italia è durissima. I Paesi dell’Est Europa, ad esempio, o quelli del Mediterraneo sono agguerritissimi. Stiamo franando sul turismo balneare, ma accusiamo colpi anche sulla montagna.

      Dall’estero si lamentano che i prezzi in Italia sono alti e i servizi molto scadenti.

      Sulla competitività dei prezzi pesa l’alto grado di stagionalità del sistema. Purtroppo non riusciamo a intercettare un numero di turisti tale per ridurre i prezzi. Poi giocano fattori di carattere fiscale o mancate scelte di politica di settore.

      Di che tipo?

      Scontiamo aliquote Iva più alte di altri Paesi. Non c’è stata nessuna iniziativa favorevole per l’Iva nel settore congressuale. Buona parte dei congressi sono collegati al settore medico scientifico ma non si possono tenere in località turistiche. Quello congressuale è un comparto chiave per il settore ma subisce scelte errate.

      Insomma, ci vuole il rilancio in grande stile di una politica turistica nazionale.

      È questo il punto. Ci vuole la consapevolezza chiara del ruolo dell’industria turistica. Un’altra emergenza da affrontare rapidamente è quella della sicurezza. Bisogna garantire, soprattutto al Sud territori sicuri per i turisti e per gli imprenditori che investono nel turismo. Invece l’emergenza criminalità continua e penalizza il Mezzogiorno che accusa il minor tasso di sviluppo del settore turistico.

      C’è quindi bisogno di un riequilibrio.

      Innanzitutto va riqualificata la spesa, evitando l’eccessiva parcellizzazione degli incentivi. Una stima realistica indica in 13 miliardi di euro la spesa globale annua dell’Italia nel settore. È lo 0,8% del Pil. Francia e Spagna fanno di più perchè investono rispettivanmente l’ 1% e l’ 1,2% ma la qualità della spesa è infinitamente superiore. Dobbiamo attrarre nuovi investimenti, rilanciare il Sud e migliorare l’efficacia della spesa.

      In che direzione?

      Ci vuole un impegno coordinato di tutto il Paese per l’industria turistica, evitando che Regioni ed enti locali vadano ognuno per proprio conto, perchè si buttano via soldi preziosi. Invece dobbiamo riqualificare l’offerta alberghiera, favorire le aggregazioni tra le imprese. Abbiamo una struttura ricettiva superiore a quella degli Usa ma il tasso di occupazione delle camere è basso, non arriviamo al 45% in media e ciò vuol dire che ci sono zone in cui non si supera neppure il 25 per cento.

      Il Sud è poi soffocato dalle seconde case.

      Quello del patrimonio immobiliare è un altro dei temi da affrontare. L’esempio spagnolo serva di lezione. La Penisola iberica, da questo punto di vista sta diventando la Florida d’Europa per i Paesi del Nord. E l’Italia, il Sud in particolare, potrebbero invece giocare un ruolo importante.

      Però i turisti bisogna farli arrivare.

      Le infrastrutture sono un punto dolente. Occorre rilanciare le liberalizzazioni di porti e aeroporti per favorire ancor di più i voli low cost e le crociere. Ma occorrerebbe investire tanto nella viabilità, ad esempio. La Salerno Reggio non è un grande incentivo al turismo.

      Rimpiange il ministero del Turismo?

      No, è una ipotesi velleitaria da un punto di vista politico e istituzionale. Le Regioni sono le vere protagoniste, non molleranno le competenze. Dobbiamo però evitare assolutamente che l’azione del Comitato si impantani nei conflitti tra istituzioni. Sarebbe un autogol che il Paese non può più permettersi.