“Intervista” C.Ghezzi: «Il sindacato da sempre combatte il terrorismo»

04/11/2003


 Intervista a: Carlo Ghezzi (Cgil)
       
 




Intervista
a cura di

Felicia Masocco
 

04.11.2003
«Il sindacato da sempre combatte il terrorismo. Pagando prezzi alti»
Parla l’ex responsabile organizzativo: «I nuovi brigatisti? Degli anonimi, che non hanno alcun retroterra nei luoghi di lavoro»

ROMA
Carlo Ghezzi, per otto anni responsabile organizzativo della Cgil, prossimo presidente della Fondazione Di Vittorio. In passato i tentativi di infiltrare il sindacato sono stati da questo combattuti e respinti. Pensa che i terroristi ci stiano riprovando?
«Premesso che le indagini non sono concluse, possiamo ragionare su quanto si è appreso. Innanzitutto c’è una differenza radicale rispetto al passato quando il terrorismo ha avuto qualche nicchia di consenso: tentava di inserirsi nella fabbriche usando modalità radicali nell’iniziativa
sindacale anche ponendosi alla testa di iniziative dure. Possiamo dire che c’era un movimento reale, anche se contenuto e contrastato, che faceva un po’ da brodo di coltura».
E oggi?
«Da quanto emerge dalle indagini l’esperienza eversiva sembra essere di poche persone senza alcun retroterra nei luoghi di lavoro e, mi pare, senza retroterra nella società e nelle sue articolazioni. Non hanno alcuna acqua in cui nuotare, e non dico solo nelle fabbriche dove
non ci sono, ma nemmeno nelle aree di radicalismo della società civile. Sono persone dalla doppia vita, brigatisti di notte e persone perfettamente normali di giorno. Nei loro luoghi di lavoro sono persone normali».
Lei dice che non hanno presa nei luoghi di lavoro…
«Nei luoghi di lavoro questi non ci sono, se vogliono far apparire i loro comunicati folli li mandano per posta, oppure per e-mail: non riescono più a farli trovare nelle mense, negli stabilimenti, dove tradizionalmente negli anni Settanta li facevano trovare. Vuol dire che non
hanno riferimenti nei luoghi di lavoro non solo nel sindacalismo confederale ma anche in altre forme di sindacato più radicali. Da quanto si capisce anche il loro reclutamento avveniva per vie amicali, “parentali”».
Alcuni di loro avevano la tessera della Cgil, uno era stato delegato, un altro aspirante delegato. Che tipo di riflessione vi induce a fare?
«Abbiamo 5 milioni e mezzo di scritti, centinaia di migliaia di delegati. Credo che iscriversi alla Cgil in una fabbrica di Pomezia dove sostanzialmente sono tutti iscritti alla Cgil sia anche un modo per rientrare ancor di più nella normalità».
Una copertura insomma?
«Abbiamo fatto un minimo di rico gnizione, erano iscritti che non prendevano mai la parola nelle assemblee, quando uno di loro è stato delegato negli anni Novanta (Marco Mezzasalma, ndr) non parlava mai, non prendeva posizione. Sono insomma in una situazione di copertura
totale, di doppia vita. Anche qui c’è una differenza con il passato: Vittorio Alfieri della brigata Walter Alasia era delegato Fim stava nell’esecutivo dell’Alfa Romeo di Arese, c’erano altri infiltrati delegati della Cgil, della Uil in posizioni di rilievo rispetto a questi che sono semplici iscritti o persone che hanno fatto il
delegato per qualche stagione e senza alcun rilievo, senza mai mettersi in vista, senza nemmeno propugnare forme di lotta radicali. Su 5 milioni e mezzo di iscritti figurarsi se non è possibile trovare qualcuno che si vuole coprire prendendo la tessera. Ma dentro la Cgil non
hanno alcun ruolo. Mezzasalma era era
considerato persona proba e seria dalla
sua azienda tanto che aveva un incarico
di responsabilità e per lui era stato chiesto
e ottenuto il Nos. Non c’erano certo avvisaglie che fosse militante di un movimento eversivo».
Avete espulso o sospeso le persone coinvolte…
«Ci mancherebbe altro».
… Cos’altro pensate di fare?
«Non solo non ci stiamo pensando da adesso, ma ci stiamo pensando da tempo. La primavera scorsa abbiamo discusso a lungo con Cisl e Uil del fatto che il sindacato è oggetto di attacchi e
che possiamo subire tentativi di infiltrazione,
che dobbiamo tenere la guardia alta».
Anche lei è stato destinatario di minacce...
«Preferisco non parlarne. Dicevo che con Cisl e Uil abbiamo inviato al ministro Pisanu un documento dettagliato sul terrorismo, ci sono stati tre attivi in Toscana, Sardegna e Friuli per attrezzare il nostro quadro attivo a tenere alta la
guardia. Continueremo. Cgil, Cisl e Uil sono costantemente impegnate perché la madre dei criminali è sempre incinta. Siamo stati tra i protagonisti dell’isolamento e della sconfitta del terrorismo. E abbiamo anche pagato prezzi alti».
Però gli attacchi della destra alla Cgil non cessano. Come rispondete?
«Sono attacchi squallidi come squallido è il tentativo di fare un collegamento tra piazza e pallottole. Lo fece il presidente del Consiglio dopo l’uccisione di Marco Biagi, quando accusò la Cgil di essere il mandante morale di quell’assassinio perché contrastava le proposte del governo sul mercato del lavoro e sull’articolo
18. È intollerabile mettere sullo stesso piano la mobilitazione democratica di milioni di persone con l’iniziativa di un manipolo di assassini. Oggi (ieri, ndr) sono a Cerignola per l’anniversario
della morte di Di Vittorio: negli anni Cinquanta vi era uno scontro sociale di dimensioni esasperate, si sparava sui contadini e braccianti che occupavano le terre e sugli operai che facevano i
picchetti. E Di Vittorio e la Cgil andavano ai funerali delle vittime a chiedere il rispetto della Costituzione. Ora come allora siamo un patrimonio di uomini e di donne per la difesa della democrazia. Le cose che dice Berlusconi o che dicono suoi tirapiedi, sono squallide e meritano di essere condannante in modo radicale».