“Intervista” C.Damiano: «Non tiriamo troppo la corda»

25/06/2007
    domenica 24 giugno 2004

    Pagina 3 – Primo Piano

      Intervista
      Cesare Damiano

        “Non tiriamo
        troppo la corda”

          Il ministro avverte i quattro colleghi contestatori
          “Attenti, perché così il governo può cadere”

            PAOLO BARONI

              L’accordo su pensioni e Dpef, nonostante le nuove polemiche, è a portata di mano. Ma occorre «più senso di responsabilità da parte di tutti», bisogna «abbassare i toni» dice Cesare Damiano. Da Torino, dove ieri ha presentato il «manifesto del lavoro» del Partito democratico, il ministro del Lavoro lancia però un messaggio ai ministri della sinistra che venerdì hanno protestato con Prodi chiedendo una decisa correzione di rotta in fatto di politica economica, a cominciare dalle pensioni. «Se si tira troppo la corda il governo non regge e cade».

              La situazione è sempre tesissima: cosa sta accadendo?

                «Quando si arriva al dunque la tensione aumenta, e al dunque si arriva molto rapidamente perché giovedì prossimo c’è la presentazione del Dpef. L’obiettivo del governo, e credo di tutti, è quello di concludere entro quella data l’accordo».

                Però la lettera di Bianchi, Ferrero, Mussi e Pecoraro Scanio contro Padoa-Schioppa apre un nuovo problema…

                  «Le discussioni si fanno nelle sedi appropriate, come il Consiglio dei ministri che si riunisce lunedì. Io da quando faccio il ministro non ho mai criticato nessun altro collega anche quando non ero d’accordo: ho sempre difeso il governo e lavorato per trovare delle soluzioni. L’esecutivo in questa trattativa si è mosso con rigore in base ai dati della trimestrale di marzo: avevamo detto che dei 10 miliardi di extragettito 7,5 andavano al risanamento e 2,5 miliardi potevano venire redistribuiti e così è sempre stato: non c’è nessun balletto di cifre».

                  E nel merito?

                    «Non va sottovalutato il fatto che ci sono 2 miliardi e mezzo netti e strutturali che per la prima volta dopo tanti anni verranno devoluti a stato sociale e competitività. Altrimenti il governo si fa del male da solo. In secondo luogo bisogna dire che durante gli incontri di concertazione, ben 7 dal 29 marzo ad oggi, c’è stato un generale apprezzamento circa la scelta di destinare 1,3 miliardi a vantaggio della rivalutazione delle pensioni più basse e 600 milioni a vantaggio dei giovani sotto forma di tutele previdenziali, tutele del mercato del lavoro e risorse per promuovere l’autoimprenditorialità. Insomma più del 75% dell’extragettito andrà ai due soggetti che tutti individuano come tra i più in difficoltà: se questa non è una scelta netta a vantaggio della parte più debole del Paese, francamente non saprei cos’altro dire».

                    La critica dei ministri della nascente «Cosa rossa» è violenta ed ha tutto il sapore di una mossa politica?

                      «Io non intendo in nessun modo mescolare l’interesse concreto e materiale di giovani, lavoratori e pensionati coi problemi di schieramento politico. Che sono argomento che attiene ad una sfera separata a quella della soluzione dei problemi reali».

                      Il leader della Cgil Epifani sostiene che «il governo è diviso» e che «se passa la linea di Padoa-Schioppa» l’accordo non si fa…

                        «Il governo da martedì è impegnato in una non stop per arrivare ad un accordo ed avanzare le sue proposte: mi auguro che esecutivo, sindacati e parti sociali siano tutti uniti nel tentativo di arrivare ad una conclusione utile per il Paese».

                        Per superare lo scalone le soluzioni tecniche sono indifferenti?

                          «L’ho già detto: l’obiettivo è quello di ammorbidire questo salto di 3 anni e per farlo occorrono comunque risorse importanti. Le soluzioni tecniche, purchè a parità di costo, sono per me secondarie: scalini o quote e una attenzione ai lavori particolarmente faticosi possono comporre una soluzione migliorativa rispetto a quella che abbiamo ereditato dal precedente governo».