“Intervista” Buttiglione: «No alla linea dura o passerà la restaurazione del vecchio Pci»

08/07/2002


8 luglio 2002



BUTTIGLIONE

«No alla linea dura o passerà la restaurazione del vecchio Pci»

      ROMA – «Bisogna lasciare la porta aperta alla Cgil». Rocco Buttiglione, ministro delle Politiche comunitarie, esterna «qualche perplessità» sull’esclusione del sindacato di Cofferati dalla futura trattativa sul Welfare: «Il nostro obiettivo deve essere quello di non escludere nessuno, se qualcuno poi si autoesclude per ragioni politiche tanto peggio per lui».
      Il ministro Roberto Maroni invece la porta sembra averla chiusa.
      «Su questo ho qualche perplessità, capisco il suo punto di vista: la Cgil non ha firmato il patto, dunque non ha senso che discuta di Welfare. E tuttavia è importante che si veda anche l’altra parte della medaglia: se la Cgil viene al tavolo del Welfare in qualche modo accetta di digerire o si prepara a digerire il patto sul lavoro. Dunque bisogna stare molto attenti a calibrare i tempi, i modi, gli inviti. Maroni ha detto che non è previsto che vengano. Può essere una previsione, forse azzeccata, non credo sia un buon motivo per non invitarli».

      C’è il rischio di radicalizzare ulteriormente lo scontro?

      «Noi abbiamo bisogno di parlare con il sindacato, con la Cgil. Non dobbiamo giocare una partita politica come sta facendo il leader della Cgil Sergio Cofferati. La porta deve rimanere aperta, e quando la Cgil deciderà di varcare di nuovo la soglia ne saremo ben contenti. Se non vengono deve essere chiaro che è per colpa loro. Se vogliono venire invece noi abbiamo il dovere di favorire il loro ingresso dentro il dialogo. Anche per mettere in evidenza il vero problema della Cgil».

      E cioè?

      «Cofferati è convinto che il Pci aveva la rappresentanza dei lavoratori, che i Ds l’hanno persa, che c’è bisogno di fare una nuova sinistra tornando indietro alla vecchia mistica del partito comunista. E’ un progetto fallimentare, che non ha nulla a che fare con la tutela dei lavoratori».

      Ritiene che il governo abbia fatto di tutto per scongiurare una spaccatura di questo tipo nel sindacato?

      «Tutto quello che potevamo. Questo patto del resto è importante anche per gli equilibri del governo: c’era un’ala che voleva ridimensionare il sindacato, che voleva eliminare alcune garanzie senza ridisegnare il sistema delle tutele sociali. Nel governo ha vinto chi la pensava diversamente, ed è una vittoria che qualifica come popolare questo esecutivo. E’ passata la continuità con la linea Ciampi, con il patto sul lavoro del 1993».

      In quel caso Cofferati firmò.

      «Per un solo motivo, si piegò di fronte alla determinazione di Carlo Azeglio Ciampi, che era pronto a firmare con gli altri due sindacati, in un contesto politico diverso. Con Massimo D’Alema, e poi con Romano Prodi, si riafferma il potere di veto della Cgil. Noi abbiamo salvato la concertazione».
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M. Gal