“Intervista” Brunetta: «Tremonti si è illuso sulla ripresa, serviva più coraggio per le riforme»

20/12/2002



20 dicembre 2002

L’INTERVISTA / L’economista Brunetta: il ministro avrebbe dovuto riconoscere in tempo che lo scenario era cambiato. Ora pensioni e privatizzazioni

«Tremonti si è illuso sulla ripresa, serviva più coraggio per le riforme»

«Al responsabile dell’Economia sarebbe servito un bagno di umiltà Alla fine potrebbe diventare il capro espiatorio di tutto»

      ROMA – Renato Brunetta considera quella dei condoni «soltanto la pagina finale, scritta al termine di una tragica deriva». Ma il responsabile del programma di Forza Italia lo giudica anche «l’atto meno colpevole e inevitabile».
      Meno colpevole, ha detto?
      «Faccio una premessa. Nessun ministro del governo di Silvio Berlusconi ha avuto carta bianca come Tremonti. E sull’intera politica di sviluppo del Paese. Aggiungo che il ministro dell’Economia ha avuto in mano, di fatto, anche il programma della Casa della libertà. E’ stata una scelta coraggiosa da parte di Berlusconi e di grande responsabilità da parte di Tremonti, che non l’ha voluta condividere con nessuno».

      Allude per esempio al fatto che non ha voluto il capo economista di palazzo Chigi, posto per il quale lei era il candidato naturale?

      «Non ha voluto il capo economista di palazzo Chigi, è vero. E questo può avere una logica per chi decide di assumere su di sé quel ruolo. Tremonti ha favorito l’alleanza con la Lega, l’ha riempita di contenuti, l’ha riversata nella Casa delle libertà e si è assunto l’onere di fare il perno centrale dell’ alleanza».

      Fatta questa premessa?

      «Tremonti ha fallito. Le cose sono andate così. Aveva messo in piedi un giocattolo che si fondava tutto sulla crescita. Una crescita economica vigorosa è in grado di finanziare politiche espansive, come la riduzione della pressione fiscale, che anzi la alimentano. La crescita ripaga la Tremonti bis, favorisce il rientro dei capitali, l’emersione del sommerso, e il rispetto del patto di stabilità. Poi Osama Bin Laden ha aperto il forno è il soufflé si è sgonfiato».

      Allora?

      «Ha preferito non guardare in faccia la realtà, non rivedere il quadro degli scenari, delle strategie e degli strumenti a suo tempo predisposti. Ha tirato dritto nella speranza di una ripresa che non c’è stata. E siamo a questo punto».

      Che cosa l’avrebbe indotto, secondo lei, a tanta ostinazione?

      «Non ha voluto accettare di cambiare linea perché questo avrebbe messo in crisi la sua egemonia culturale e politica, per essere snodo centrale fra Polo e Lega».

      E che cosa avrebbe dovuto fare?

      «Un bagno di umiltà. Riconoscere che lo scenario era cambiato, fatto di cui nessuno gli avrebbe attribuito le responsabilità, e riprogrammare il quadro di politica economica. Svanita la speranza dello sviluppo che fa da traino, per fare la modernizzazione del paese che vuole Berlusconi bisognava mettere mano alla riforma delle pensioni, alle privatizzazioni, alle liberalizzazioni. Insomma, alle riforme dolorose che costano sangue, sudore e lacrime. Invece arriviamo a una finanziaria del 2002 tutta basata sulle cartolarizzazioni, che non contiene quelle riforme».

      Una specie di tattica suicida, a sentire lei. Eppure Tremonti non è certo uno sprovveduto.

      «Non ho acrimonia nei suoi confronti e non penso che sia uno sprovveduto. Dico che il cambio di linea l’avrebbe costretto a chiedere collaborazione agli altri ministri, ma anche a Berlusconi. Diventare, cioè, un ministro normale».

      Perché mai, se è così, Berlusconi non è intervenuto?

      «Perché Tremonti è il perno del rapporto con la Lega e qualsiasi cosa faccia il giudizio su di lui finisce per coinvolgere anche il rapporto con la Lega. E questo lo rende di fatto intoccabile».

      Veniamo ai giorni nostri.

      «Tremonti continua pervicacemente a negare l’evidente per non mettere in discussione la propria egemonia. La tragica deriva di errori continua tuttora e investe non solo il suo ministero ma il governo e l’intero paese. Per questo, dall’essere il più amato nella Casa delle libertà è diventato il più avversato».

      Posso immaginare il suo giudizio sulla Finanziaria…

      «E’ arrivata in parlamento con 500 pagine e ne uscirà con 600, tutta diversa, con un gioco al massacro di tre mesi. Ricordiamo tutti gli scontri con i ministri Pietro Lunardi, Letizia Moratti, Antonio Marzano. La sua egemonia si trasforma così in una totale solitudine e lui diventa il capro espiatorio di tutto. Inevitabilmente.

      Che spiegazione dà del fatto che per parte del condono fiscale sia fissato il limite del 14 marzo?

      «Forse per avere qualche effetto sulla trimestrale di cassa. Della serie una tantum: cartolarizzazioni, cartolarizzazioni delle cartolarizzazioni e swap. Ma così non si va da nessuna parte».
Sergio Rizzo


Economia